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Opinioni e commenti
 

La difficile conciliazione tra disuguaglianza economica e giustizia sociale
Pubblicato il 07-03-2017


branko-milanovic-499La disuguaglianza, secondo Branko Milanovic (“Chi ha e chi non ha”), è un fenomeno che assume significato solo se riferito ad una società, in quanto il fenomeno sussiste solo se esiste una società. Per dare senso al concetto di disuguaglianza, quest’ultima va intesa, non come un semplice aggregato di individui, ma come un insieme di operatori agenti tra loro, resi omogenei da alcuni tratti comuni, quali una forma di governo, una lingua, una religione e una memoria storica, anche se parzialmente condivisa.

In linea di principio, il fenomeno della disuguaglianza sta ad indicare un’anomalia del funzionamento di un sistema sociale, in quanto, dipendendo la posizione sociale di ogni individuo dall’acquisizione delle opportunità che gli sono offerte dall’interazione generalizzata con gli altri componenti della collettività, non dovrebbe essere giustificata l’esistenza di differenze intersoggettive, almeno sul piano della soddisfazione degli stati di bisogno esistenziali.

chi ha e chi nn haTra gli obiettivi che Milanovic dichiara di voler perseguire col suo saggio, vi è innanzitutto quello di portare all’attenzione del pubblico il fatto che la questione della disuguaglianza, in termini di reddito e di ricchezza, è stata spesso trascurata; a volte per ragioni obiettive, in quanto la sua discussione era considerata disfunzionale rispetto al corretto funzionamento del sistema economico, e a volte per ragioni soggettive, non disinteressate. In secondo luogo, Milanovic dichiara di voler portare al centro del dibattito politico attuale la questione della disuguaglianza per via della particolare situazione di crisi che caratterizza il mondo attuale, allo scopo di stimolare qualche forma di “attivismo sociale” orientato a porre rimedio all’esistenza di certe differenze ingiustificabili tra ricchi e poveri.

Dal punto di vista della scienza economica, la relativa importanza riservata al problema della disuguaglianza era solitamente giustificata sulla base della considerazione che tutte le forme di discriminazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza erano “determinate dai meccanismi di mercato”, per cui non aveva senso che fossero oggetto di discussione. Milanovic respinge questa affermazione per due ordini di motivi: in primo luogo, perché molte forme di disuguaglianza non sono determinate dal mercato, ma dalla “distribuzione del potere politico” (come dimostrano gli eventi seguiti alla Grande Recessione del 2007/2008, la cui origine è da ricondursi al “peso” esercitato dalle istituzioni finanziarie sul potere politico nella regolazione del funzionamento dei mercati); in secondo luogo, perché il riferimento al funzionamento dei mercati non è sufficiente ad escludere il problema della disuguaglianza dalla “sfera del sociale”, non essendo il mercato qualcosa “piovuta dal cielo, ma al contrario una costruzione sociale che, in quanto tale, deve essere considerata strumento al servizio dei componenti l’intera società, per cui “sollevare questioni sul suo funzionamento…è pienamente legittimo in ogni società democratica degna di questo nome”.

Prima del XX secolo, la distribuzione del prodotto sociale tra i soggetti era discussa solo quando veniva affrontata la questione della ripartizione tra le diverse classi proprietarie dei fattori di produzione; ovvero tra la classe della forza lavoro, che vendeva i propri servizi in cambio del salario, quella dei capitalisti che, in quanto possessori del capitale, traevano da questo il profitto, e quella dei proprietari terrieri che ricavavano dalla terra una rendita. Il modo in cui il prodotto sociale si distribuiva tra queste tre classi spiegava l’evoluzione di lungo periodo del sistema sociale. I principali protagonisti di questo approccio al problema distributivo del prodotto sociale, Davide Ricardo e Karl Marx, sulla base di considerazioni diverse concernenti la dinamica della distribuzione, hanno teorizzato la tendenza del sistema economico, e con esso del sistema sociale, verso uno stato stazionario irreversibile.

Intorno al 1870, la teoria economica ha vissuto un profondo rinnovamento, a seguito del quale l’approccio classico precedente è stato sostituito da quello espresso dalla “rivoluzione marginalista”; questa, anziché concentrare l’analisi sull’evoluzione delle relazioni tra le classi sociali, in conseguenza del mutare della distribuzione del prodotto sociale, ha spostato l’attenzione sulla distribuzione a livello dei singoli individui.

Vilfredo Pareto, uno dei principali economisti a seguire questo approccio, nei primi anni del XX secolo, basandosi su un campione di dati fiscali di alcune nazioni e città europee, ha creduto di aver individuato una “legge ferrea della disuguaglianza interpersonale”, secondo la quale la distribuzione del prodotto sociale è una costante, a prescindere dal tipo di società (feudale, capitalista o socialista). Pareto – afferma Milanovic – con la sua “legge” ha creduto di “aver dimostrato empiricamente, che la distribuzione del reddito fosse più o meno fissa e che dunque non si potesse individuare alcuna legge del suo cambiamento in relazione allo sviluppo economico di una società”.

All’inizio della seconda metà del secolo scorso, Simon Kuznets ha ribaltato la conclusione di Pareto, nel senso che, sempre su basi empiriche, ha dimostrato che la disuguaglianza non è sempre la stessa, a prescindere dal tipo di società all’interno della quale i soggetti vivono, ma varia in modo prevedibile, secondo il grado di sviluppo del sistema economico della società. Con la sua famosa ipotesi della curva a U rovesciata, assunta per descrivere la dinamica della disuguaglianza interpersonale, Kuznets ha dato fondamento alla teoria secondo la quale, all’interno di società il cui sistema economico sia molto arretrato, la disuguaglianza è bassa, perché il reddito della stragrande maggioranza della popolazione è prossimo a quello di sussistenza, per cui non esistono sostanziali differenze distributive tra i singoli individui. Superato lo stato di arretratezza del sistema economico, la disuguaglianza interpersonale in seno alla società aumwenta, per la somma di due diverse tendenze: una dovuta al crescente divario tra redditi industriali e quelli agricoli; un’altra dovuta alla crescente disuguaglianza dei salari corrisposti nel settore industriale. Infine, secondo la teoria di Kuznets, a uno stadio di sviluppo del sistema economico ancora più avanzato, lo Stato svolge un ruolo ridistribuivo, per cui la disuguaglia tende a diminuire.

Con riferimento all’esperienza dello sviluppo di molti Paesi e dell’evoluzione della distribuzione del reddito che l’ha caratterizzata, la teoria di Kuznets si è però rivelata “ambigua”, in quanto, per alcuni di essi, la rappresentazione della dinamica distributiva con la U rovesciata è risultata significativa, mentre per altri tale significatività è mancata. Pertanto, la soluzione del problema della dinamica della disuguaglianza distributiva, dopo Kuznets, è rimasto ancora aperto; ciò ha riproposto l’idea che la sua permanenza all’interno delle società sviluppate sia da ricondursi all’operare dei meccanismi di mercato, funzionali alla crescita; ma se così stanno le cose, afferma Milanovic, “per comprendere se e quanto la disuguaglianza sia necessaria per la crescita economica, è necessario andare oltre la sua semplice misura o la comprensione di come essa evolva”.

Dal punto di vista della crescita, i capitalisti sono visti nell’immaginario collettivo come “’macchine del risparmio’ e imprenditori”, per quanto tale ”immaginario” abbia oscillato, e continui ad oscillare, “dalla convinzione che la disuguaglianza sia positiva per la crescita alla conclusione opposta, secondo cui la crescita è frenata da un’eccessiva disuguaglianza”; ciò significa che la disuguaglianza è considerata “buona” o “cattiva”, a seconda del suo impatto positivo o negativo sulla crescita.

Tuttavia, il giudizio sull’”utilità” della disuguaglianza cambia in funzione del livello di sviluppo economico del sistema sociale; ai primi stadi della crescita e dello sviluppo, il capitale disponibile è scarso, per cui è importante che all’interno del sistema sociale esistano dei soggetti propensi ad accumulare e diventare “ricchi”, al fine di destinare le risorse al finanziamento degli investimenti. Accanto a chi accumula risparmiando per investire agiscono però anche soggetti che usano la loro ricchezza per scopi extra produttivi, costantemente a “caccia” di rendite attraverso operazioni speculative che, a volte, creano instabilità al funzionamento dei mercati. Ciononostante – afferma Milanovic – “la visione della disuguaglianza come cosa dannosa, diffusasi negli ultimi vent’anni”, non ha avuto alcun seguito “a partire da quella prospettiva etica”.

Nei moderni sistema sociali democratici, il dibattito sulla disuguaglianza distributiva ha assunto un ruolo importante perché investe due aspetti (uno concernente direttamente il sistema economico, l’altro il sistema sociale), che non si è mai riusciti a conciliare: l’efficienza economica e la giustizia sociale. L’efficienza economica riguarda la massimizzazione del prodotto sociale e del livello del tasso di crescita del sistema economico, mentre la giustizia sociale riguarda lì”accettabilità e la sostenibilità di una data organizzazione della società”. Per la misurazione della desiderabilità di un dato ordinamento sociale, la teoria economica ha cercato di usare la cosiddetta “funzione del benessere sociale”, il cui obiettivo è stato quello di confrontare, secondo un approccio welfarista, il benessere di tutti gli individui appartenenti ad un dato ordine sociale con il benessere di tutti gli individui appartenenti ad un altro ordine sociale. A tal fine, osserva Milanovic, sarebbe stato necessario poter sommare le utilità individuali; ma a causa della non confrontabilità delle “funzioni di utilità” dei singoli individui, l’approccio welfarista è risultato inidoneo a consentire di ordinare “diversi e possibilmente alternativi ordinamenti della società”.

Sul fallimento dell’approccio welfarista – afferma Milanovic – all’inizio degli anni Settanta è stato costruito da John Rawls, in “Una teoria della giustizia”, il più accreditato tentativo di “riconciliare disuguaglianza economica e giustizia”, fondato sul “principio di differenza”, secondo cui la disuguaglianza distributiva è giustificata solo quando renda possibile migliorare il reddito dei più poveri; in questo senso, perciò, l’ingiustizia sociale ricorrerebbe quando l’ineguaglianza distributiva non andasse “a beneficio di tutti”, ricchi e poveri. Nonostante ciò, a parere di Milanovic, con l’applicazione del principio di differenza, in molte situazioni, potrebbe essere favorita solo la posizione dei ricchi. L’economista serbo, infatti, è del parere che molte situazioni favorevoli ai ricchi potrebbero non favorire i più poveri, in quanto il principio di differenza potrebbe comportare “una situazione di rigida uguaglianza” solo quando, per migliorare la situazione dei poveri, non ci fosse bisogno di un incremento del reddito dei ricchi; fuori da quest’ipotesi restrittiva, il principio di differenza non esclude la possibilità che “una grande e crescente disuguaglianza prenda piede”; a parere di Milanovic, quindi, se la maggior parte degli incrementi di reddito è catturata dai ricchi, il principio di Rawls sarebbe rispettato solo quando tali incrementi comportassero anche un miglioramento del “reddito dei poveri, per quanto modesto esso sia”; ciò però non è garantito da alcun vincolo.

Se si assume (cosa peraltro probabile nell’organizzazione delle società capitalistiche moderne) che i meccanismi di mercato non siano quelli di concorrenza, i dubbi di Milanovic sono fondati; ciò, a causa della possibilità che i ricchi hanno di tutelare i loro interessi tramite posizioni di privilegio. In questo caso, infatti, il principio di differenza potrebbe non operare, per via del fatto che i ricchi potrebbero trovare convenienza a catturare gran parte degli incrementi di reddito, sottraendoli a una maggior tassazione; se, invece, il mercato fosse adeguatamente regolato, i ricchi potrebbero trovare conveniente evitare una maggiore tassazione sui loro incrementi di reddito, consentendo che le disuguaglianze distributive vadano a vantaggio di rutti; dunque, anche a vantaggio dei poveri.

Gianfranco Sabattini

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