martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

La parola dimenticata
Pubblicato il 06-03-2017


Non c’è bisogno di essere dei nostalgici per constatare che, un tempo, i politici erano, non di rado, anche dei grandissimi intellettuali. Sapevano usare le parole; che spesso erano termini “partigiani”, i quali identificavano precisamente il campo in cui si stava e la strada che si intendeva tracciare.

Era il tempo delle ideologie, è vero. Però, come ci hanno insegnato antropologi, sociologi, linguisti, psicologi, le parole concorrono alla formazione del pensiero. Non sono accessori neutri di puro trasferimento di informazione. Aiutano, esse stesse, a costruire la realtà e, di conseguenza, a conoscerla.

Perché, se è vero che il pensiero (l’idea) crea i concetti “anticipando” le parole, è altrettanto vero che senza il linguaggio che connette i pensieri, non sarebbe possibile pesare, creare, costruire, progettare.

Ascoltando i politici di sinistra, ci si accorge dell’assenza di una parola un tempo molto cara: “progresso”. Termine che sembra essere sostituito in ogni dove con la parola “crescita” (o al massimo sviluppo).

Negli “Scritti Corsari” di Pasolini, c’è un inedito, intitolato “Sviluppo e progresso”.

Pasolini, quasi mezzo secolo fa, scriveva:” Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste due parole sono sviluppo e progresso [….] Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana e fisica […] La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di ‘destra’…a volere lo sviluppo sono gli industriali. Chi vuole invece il ‘progresso’? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il progresso…lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato […] Il progresso è quindi una nozione ideale (sociale e politica) […] lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra”.

Il cambiamento sarà, forse, solo una questione di “modernità”. Dicono, inoltre, che i confini politici sono liquidi e le identità sfumate. Che devi correre molto forte per star dietro al vorticoso cambiamento. Che devi essere smart e easy. Che la socialdemocrazia si è eclissata quando ha svoltato sulla “terza via”. Che tagliare il welfare è necessario, anche se non so se è moderno. Che la vecchiaia è un costo sociale molto pesante, pagato a suon di pensioni.

Che i giovani devono abituarsi a non affezionarsi troppo al proprio lavoro, perché, con ogni probabilità, non sarà lo stesso per tutta la vita. La chiamano flessibilità, altro termine moderno.

Che la qualità di un paese, e della bontà delle sue politiche, si desumono dal PIL, ma mai “dall’indice di sviluppo umano” elaborato dall’ONU.

Nella parola “progresso” sembra esserci, invece, l’idea, molto umana e umanistica, di non lasciare indietro nessuno. Di tener conto delle condizioni di ognuno di noi; soprattutto di quelle di partenza, viste anche le persistenti disuguaglianze che incidono pesantemente nella società. Perché, il progresso riguarda e tocca tutti, quasi in maniera “egualitaria”.  Esprimendo, al tempo stesso, un senso di comunità inclusiva.

Viene dal latino, e significa “andare avanti” per determinare condizioni positivamente avanzate, materiali e spirituali, della vita umana.

Nel termine crescita, la quale può essere utile e necessaria per creare qualcosa in più, si avverte solo un senso meccanicistico e economicistico. E non si capisce quanto questa crescita sia realmente redistributiva. E, quindi, inclusiva. Non essendo sicuri che ne saremo effettivamente tutti, e dico tutti, beneficiari. E a quali costi, poi.

Essa non può essere infinita, perché finite sono le risorse per alimentarla. Al contrario, invece, il progresso non ha bisogno per forza di risorse da consumare: basta, delle volte, usare bene quelle che ci sono.

“Crescita” e “progresso” li possiamo immaginare entrambi come due fiumi. I quali possono avere una grande portata d’acqua. Solo che quello della crescita può sfociare anche solo ad “estuario”; quello del progresso a “delta”.

Massimo Nava, in un bell’articolo uscito sul Corriere circa un anno fa, metteva in guardia dalla “confusione lessicale”. Perché, non è con essa che si possono capire le cose. E la confusione che genera, lascia spazio solo a contrapposizioni sterili.

La parola chiave è “confusioni lessicali”, che possono diventare “confusioni(di) politiche”.

Altra importante assente dai discorsi e dai documenti di gran parte della sinistra europea, è la parola “redistribuzione”. La quale, al massimo, diventa un concetto incidentale, più che un programma politico.

Raffaele Tedesco

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