venerdì, 26 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Il mercato e l’intervento
pubblico in economia
Pubblicato il 17-03-2017


Dopo la Grande Depressione del 1929/1932, provocata dal crollo di Wall Street, si è preso atto del fatto che il mercato, in assenza di una sua regolazione, può avere come protagonisti solo gli “animal spirit” di keynesiana memoria; è ormai nella consapevolezza di tutti che il primo a diagnosticare i limiti del mercato non regolato del liberismo originario e ad indicare le modalità più appropriate per inaugurare una nuova politica economica, “in grado di segnare una sorta di rivoluzione copernicana nel campo della scienza economica”, è stato l’economista inglese John Maynard Keynes.

In un interessante articolo, “I ‘cinque giganti’ e la genesi del welfare State in Europa tra le due guerre”, pubblicato su “Storicamente”, la rivista scientifica on line di storia, supportata dal Dipartimento di Storia delle Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, Andrea Rapini, ricercatore di storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della comunicazione e dell’economia dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia, non si limita però a descrivere la proposta di Keynes solo come nuovo orientamento della politica economica, fondato sull’affidamento alla “mano visibile” dello Stato la funzione “di risollevare l’economia dalla stagnazione, mediante un sostegno al potere d’acquisto dei consumatori, ovvero alla domanda aggregata”, per porre rimedio all’eccesso di offerta di beni e servizi prodotti. Rapini allarga la riflessione sulla proposta di Keynes, sino a considerarla come parte dell’esito più generale della rivoluzione realizzata dall’economista inglese nel campo della teoria economica; con l’incorporazione “dentro la società”, la “rivoluzione keynesiana” è valsa ad assegnare all’economia “argini e finalità, dopo svariati decenni di corsa imbizzarrita”.

Dopo il crollo di Wall Street – afferma Rapini – ad ogni latitudine dello spazio dissestato dal crollo “si diffonde un articolato discorso pubblico, che riconosce nel mercato abbandonato a se stesso il principale responsabile della crisi”. Negli Stati Uniti si inaugura un nuovo corso con lo scopo di rispondere, sia alla crisi dell’economia, che a quella della società in generale; in Europa i primi Paesi ad essere sospinti “verso le leve del potere politico” sono stati prevalentemente quelli caratterizzati dalla presenza al loro interno di partiti e sindacati ad indirizzo socialdemocratico.

Così, a metà degli anni Trenta, in Svezia, Norvegia e Danimarca, gli attori collettivi organizzati, quali i partiti socialdemocratici, sono diventati un punto di riferimento per molti altri Paesi, per la qualità delle scelte politiche finalizzate a promuovere “l’uscita dal ristagno mondiale”. Anche nel Regno Unito, le “Trade Unions”, braccio sindacale del Partito Laburista, congiuntamente all’imprenditorialità illuminata, hanno premuto sugli organi di governo perhé fosse attuata una “politica fiscale, che, ancorata a criteri di forte progressività”, potesse garantire il finanziamento di interventi pubblici a sostegno dell’occupazione e della ridistribuzione della ricchezza a favore delle fasce sociali più svantaggiate. In Francia, la proposta di Keynes non ha goduto dello stesso consenso riscontrato nei Paesi del Nord dell’Europa e nel Regno Unito; l’interventismo dello Stato nell’economia si è arrestato – afferma Rapini – “sulla soglia del programma ufficiale del Fronte Popolare, guidato dal socialista Léon Blum”; ciò, a causa della perdita del consenso dovuta alla presenza dei comunisti nel “Fronte” e al sopraggiungere della Seconda guerra mondiale. L’esperienza vissuta dai Paesi occidentali a regime democratico (USA e Paesi Europei) ha rappresentato, nel complesso, il tentativo di uscire dalla crisi avviata dalla Grande Depressione, attraverso l’integrazione della politica sociale restrittiva, propria del primo liberismo, con la politica economica articolata secondo la proposta keynesiana e, dunque, attraverso l’allargamento del “raggio d’azione“ della politica tout court, “nel quadro della democrazia formale”.

Negli anni trenta, però, – afferma Rapini – l’Europa ha sperimentato un altro tipo di interventismo pubblico in economia, quello attuato nei Paesi a regime non democratico, quali L’Italia fascista e la Germania nazista. Si è trattato di un’esperienza che, da alcuni punti di vista, ha accomunato i sistemi non democratici a quelli democratici, in quanto anche i primi hanno “messo in campo misure di intervento dello Stato nella società e nell’economia per curare gli effetti della crisi sugli individui e soccorrere le imprese”; ciò, al fine di evitare il ripetersi del crack dei mercati del 1929/1932 e il prolungarsi dei suoi effetti negativi. Tali misure sono state introdotte ed attuate al prezzo dell’eliminazione di ogni opposizione politica interna, con l’uso della violenza e la soppressione delle istituzioni democratiche.

Al tempo stesso, le dittature in Italia e in Germania, consapevoli che nessun sistema politico poteva reggersi attraverso l’uso della forza, hanno inaugurato una politica sociale tesa alla “cattura” del consenso sociale, attraverso però un esteso controllo politico; nonostante questo, l’espansione delle politiche sociali ha consentito alle dittature dei due Paesi dell’Europa occidentale, di avere successo nel perseguimento dell’obiettivo di far sentire alle proprie popolazioni che, benché private “dei diritti di cittadinanza politici e civili”, esse erano ugualmente rese partecipi delle strutture dello Stato e dei benefici elargiti. Tuttavia, a parte i punti di contatto dal punto di vista della politica interventista nell’economia e nella società, il loro Stato sociale – afferma Rapini – è risultato “percorso da una singolare tensione”: da una parte, la sua trasformazione in strumento “per la cura della vita all’interno della comunità nazionale”; da un’altra parte, il suo impiego “per procurare la morte all’esterno”, per il tramite della guerra, finalizzata ad assicurare un “posto al sole”, nel caso del fascismo italiano, o di un “Lebensraum” (uno spazio vitale), nel caso del nazismo tedesco. In ultima istanza, lo Stato sociale delle dittature, a meno dei pochi punti di sovrapposizione con quello dei Paesi democratici, è stato un “warfare State”, anziché un “welfare State”.

Nella seconda metà degli anni Trenta e durante gli anni del conflitto mondiale, il movimento antifascista e antinazista sviluppatosi in Europa si è impegnato, non solo ad organizzare l’opposizione alle dittature, ma anche ad elaborare le idee politiche e a pensare la natura delle strutture istituzionali con cui, dopo la sconfitta delle dittature, riuscire realmente a “vincere la pace”, come tempo prima era stato profetizzato da Keynes. All’elaborazione delle necessarie idee politiche e delle istituzioni utili allo scopo, il contributo principale è provenuto da Sir William Beveridge che, sulla scia delle elaborazioni teoriche di Keynes e di altri importanti economisti inglesi, ha predisposto una proposta complessiva, accolta ed attuata dal governo laburista di Clement Attlee, vincitore nel 1945 delle prime elezioni tenutesi nel ragno Unito dopo la fine del conflitto.

Beveridge, dopo essersi impegnato nella mobilitazione delle risorse del suo Paese durante la Grande guerra e nella direzione della London School of Economics negli anni Trenta, si era convinto che, per sottrarre le società al “fascino” delle dittature, occorresse contrastare queste ultime “sul terreno della cittadinanza, dimostrando concretamente la forza inclusiva di una democrazia rinnovata”. Su queste basi, Beveridge ha sostenuto la necessità di una riforma ab imis della politica sociale, incentrata su “un intervento articolato dello Stato nel campo sociale ed economico, per promuovere la libertà e l’uguaglianza”; su un intervento, cioè, alternativo al tradizionale “laissez-faire”, con l’introduzione di “politiche regolazioniste e programmatorie” idonee ad evitare che si ripetessero fenomeni del tipo di quelli che si erano verificati prima del crollo di Wall Street.

Per far valere la propria proposta, Beveridge ha fondato durante la guerra un gruppo di studio, che includeva lo stesso Keynes, la cui attività ha indotto il ministro del lavoro laburista Ernest Bevin, durante il governo di coalizione di Winston Churchill del periodo bellico, a nominarlo nel 1941 Presidente della Commissione per il riordino della previdenza sociale; la Commissione elaborerà il famoso “Report”, presentato nel 1942 al Parlamento inglese, col titolo “Social Insurance and Allied Services”, nel quale è stata sancita la “centralità della sicurezza sociale”; un principio, questo, che ha statuito l’impegno dello Stato a garantire a tutti i cittadini un “reddito minimo di sopravvivenza”, per rimuovere le cinque grandi piaghe (miseria, malattia, ignoranza, degrado abitativo e disoccupazione), che sino ad allora avevano minacciato la dignità umana.

Il piano Beveridge è andato ben oltre l’impegno previdenziale dello Stato contro le grandi piaghe prima indicate, considerato che, nel 1944, con la pubblicazione di un secondo “Report” dal titolo “Full Employment in a Free Society”, è valso ad affermate “che le imprese private possono essere incapaci di assorbire interamente l’occupazione”; per cui, quando ciò si fosse verificato era compito dello Stato far sì che la forza lavoro disoccupata venisse impiegata nell’esecuzione di opere pubbliche, finanziate con un’appropriata politica di bilancio. L’eco europea delle proposte di William Beveridge, già diffusosi durante gli anni di guerra, è aumentato ulteriormente nel dopoguerra, allorché le proposte sono state definitivamente accolte, quasi integralmente, dal governo laburista postbellico. I diritti sociali, che venivano così ad essere garantiti da una protezione legale, sono divenuti la base della rifondazione della democrazia e della cittadinanza di gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale, al punto da essere richiamati nelle loro Carte costituzionali.

In questa prospettiva, nella scrittura della Costituzione italiana del dopoguerra, il diritto al lavoro è diventato addirittura il “simbolo di fondazione della Repubblica”, per via del fatto che i Padri costituenti hanno inteso sostituire, come destinatario della norma, “all’astratta figura del cittadino indifferenziato quella dell’essere reale, visto nella concretezza dei bisogni”. Tuttavia, negli anni successivi, l’Italia, come afferma Rapini, ha vissuto “una divaricazione tra la costituzione formale  e quella materiale”, non solo perché la soddisfazione del diritto al lavoro ha dovuto “sottostare continuamente a relazioni di potere sociali e politiche”, ma anche e soprattutto, a partire dalla fine degli anni Settanta, perché l’evoluzione del sistema capitalistico di produzione ha originato il fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile, del tutto sconosciuto ai Padri costituenti e di impossibile rimozione con il sistema di sicurezza sociale vigente, realizzato sulla base dell’accoglimento parziale della proposta complessiva di William Beveridge.

Come si è detto, la proposta originaria dell’economista inglese prevedeva di fondare la centralità della sicurezza sociale sulla corresponsione a tutti cittadini di ogni Stato di un “reddito minimo di sopravvivenza”; il sistema di sicurezza sociale realizzato in Italia ha, invece, sostituito il diritto al reddito con il diritto al lavoro, la cui soddisfazione è divenuta successivamente pressoché impossibile. E’ questo un problema la cui soluzione, per tante ragioni, ha stentato, e continua a stentare, ad entrare nell’agenda politica dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese; sin tanto che questo problema non sarà risolto, rimarrà sempre attuale quanto ebbe a dire Lelio Basso, che è stato uno dei protagonisti in sede costituente nella stesura dei “Principi fondamentali” della Costituzione: “Finché non sarà garantito a tutti il lavoro – egli ha detto – non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà giustizia sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzato la democrazia in Italia”.

Sulla base di quanto si è detto circa la capacità dei moderni sistemi economici di garantire a tutti il lavoro, va da sé che il passo citato del costituente Lelio Basso andrebbe letto sostituendo il termine lavoro con quello di reddito; ai futuri governi del Paese spetterà quindi l’onere di realizzare questa opportuna sostituzione; pena, se ciò non dovesse accadere, quanto preconizzato da Basso, ovvero il rischio di perdere la democrazia.

Gianfranco Sabattini

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