mercoledì, 24 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

L’uomo solo al comando
e crisi della partecipazione
Pubblicato il 28-03-2017


matteo renziÈ uscito negli ultimi giorni per l’editrice Aracne di Roma, specializzata in testi universitari, l’ultima fatica di Leonardo Raito, storico e docente universitario, oggi collaboratore dell’Università di Padova, intitolato “L’uomo solo al comando. Crisi della partecipazione e trasformazione dei partiti nella prospettiva storica della seconda repubblica”. Il volume sviluppa una riflessione sulla trasformazione dei partiti nella seconda repubblica italiana, evidenziando gli aspetti di crescita della leadership personalistica e la crisi di partecipazione che ha fatto gridare alla crisi della democrazia italiana.

Come nasce questo lavoro
Questo saggio nasce dall’esperienza della tesi del master in management politico che ho conseguito alla Luiss e che è stata seguita dal professor Roberto D’Alimonte. Il desiderio di approfondire in chiave storica la crisi della partecipazione mi ha portato ad analizzare le trasformazioni dei partiti nella seconda repubblica. Ed ecco scaturire questo lavoro che tiene conto anche dell’attualità, la contestualizza e ci dovrebbe aiutare a capirla meglio.

libro RaitoQuali sono a suo avviso i maggiori problemi della democrazia italiana?
La democrazia italiana è malata e ha perso, con la crisi dei partiti tradizionali, anche un modello di organizzazione della vita, degli spazi pubblici. Ci sono molte cause di disaffezione ma una delle prime credo sia l’incapacità di tradurre in azioni concrete i programmi elettorali, a causa dei vizi e delle ruggini del nostro sistema parlamentare. Ovviamente non vanno dimenticati gli scandali, la corruzione, gli sprechi, cose che si vedono e che fanno perdere fiducia nella nostra classe politica.
In questo contesto, crescono i populismi: i cittadini premiano non chi riesce a toccare con realismo i temi prioritari, ma chi stuzzica più in profondità la pancia della gente. Non è quindi solo una crisi politica, ma anche una crisi di popolo e di consapevolezza civica.

I partiti personalistici sono un male o una risposta alla crisi della partecipazione?Sono una tendenza generale e diffusa. Forse una risposta alla scarsa qualità dei dirigenti politici. Nella mediocrità generale emergere per certi versi è più facile. Ma vediamo anche l’altro lato della medaglia. Il leaderismo scardina anche il concetto di partito come comunità, dove si discute e dove si elabora. Nei partiti leaderistici spesso si decide a scapito della qualità delle decisioni.

Da fondatore e dirigente del Pd, cosa sta succedendo al principale partito italiano di questi ultimi dieci anni?
Una crisi prevedibile, di identità e di prospettiva. Il Pd è stato sostanzialmente un partito della tradizione fino all’arrivo di Renzi. Poi è cambiato qualcosa. Manca il senso di comunità dove la discussione porta a fare sintesi. Qui ogni discussione viene messa sul piano personale. E fa perdere credibilità e lucidità all’azione. Ciò tuttavia il Pd ha ancora la sostanza per essere un partito. E se ne sente il bisogno.

In una prospettiva storica, la nostra democrazia è in crisi irreversibile?
Non direi. Certo non sta bene, ma dimostra segnali di vitalità, nei dibattiti e nella mobilitazione verso alcuni temi. La grande partecipazione al referendum costituzionale ha denotato l’ennesima fiammella di speranza non ancora spenta, anche se il risultato, a mio avviso, non contribuisce a rendere più efficace il sistema, anzi. Credo comunque che la forza della nostra democrazia sarà proporzionata alla propria capacità di riformarsi.

Edoardo Gianelli

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