martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nencini: No a partiti a vocazione maggioritaria
Pubblicato il 13-03-2017


matteo renziI tre candidati alle primarie del Pd sono in campagna elettorale. Con Renzi, Orlando e Emiliano che cominciano a darsele. Hanno provato ad approfittare di un “momento di mia debolezza” per “distruggere il Pd” ha detto l’ex premier. Perché il Pd ha “la solidità e la forza della sua comunità”. E perché lui, il leader ammaccato dalla sonora sconfitta del 4 dicembre, è in campo per rilanciare: “La partita inizia adesso”.

Proprio quella comunità che per l’altro candidato Orlando è sempre più disorientata e smarrita per le politiche e l’eccesso di leaderismo della segreteria Renzi. Renzi ha puntato l’indice contro gli scissionisti e quanti avrebbero approfittato del suo momento di debolezza per “distruggere” il partito, ma gli sfidanti per la segreteria non ci stanno a vedersi confusi con i fuoriusciti e rinviano al mittente l’accusa di voler indebolire la comunità che si riconosce nel partito. “Mi ha fatto male vedere compagni che se ne sono andati, mi ha fatto più male vedere persone rimaste a casa e ancora di più mi ha fatto male vedere qualcuno che ha tirato un sospiro di sollievo quando queste persone se ne sono andate o sono rimaste a casa” ha replicato Andrea Orlando, accusando il segretario di continuare tracciare una strada solitaria all’interno del partito e di illudersi che per vincere sia sufficiente ammiccare ai populismi. “Inseguire la vecchia destra ci ha portato alla sconfitta, inseguire questa nuova destra ci porterebbe al dramma” ha chiarito Orlando.

“Renzi ci ha provato al Lingotto a dare l’impressione di un cambiamento, ma quanto una storia finisce non la rimetti insieme con l’Attak” ha attaccato l’altro candidato, Michele Emiliano, che si è appellato al popolo delle primarie: “Consegnare ancora nelle mani” di Renzi “la guida del Pd, significa condannare il partito ad una sicura sconfitta elettorale e a perdere il governo del Paese”.

Punto fondamentale sono le alleanze che hanno in menti i candidati alla segreteria del Pd. Dall’idea dell’autosufficienza di veltroniana memoria che ha aperto una crisi profondissima nel centro sinistra. Per Orlando è  necessario proporre un’alleanza “larga” ma sui programmi perché “questo non è il momento di mettere paletti ma di costruire ponti”.

E proprio su questo il segretario del Psi Riccardo Nencini ha affermato che “in nessun paese europeo esistono partiti a vocazione maggioritaria. Nemmeno in Italia. Certo che va stretto un patto con gli italiani. La domanda è: chi lo contrae? Noi presenteremo la nostra proposta sabato, al congresso nazionale. Prima o poi anche il PD dovrà dirci come la pensa. Meglio prima”.

Ovviamente la legge elettorale farà la sua parte. Tolto di mezzo l’Italicum che costringeva tutti a sottomettersi al volere del partito maggiore, resta un grande vuoto da colmare. Il problema è come riempirlo. Le proposte non mancano.

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Commenti all'articolo
  1. Se, in tema di legge elettorale, “le proposte non mancano”, come si legge in chiusura dell’articolo, possiamo verosimilmente dedurne che anche il PSI ne abbia una propria, il che è sicuramente buona cosa, e anche un passo in avanti, verrebbe da dire, rispetto alla posizione apparentemente rinunciataria che sembrava emergere dalle righe del 23 gennaio, con titolo “Legge elettorale. In attesa della Consulta”.

    La contrarietà alla “vocazione maggioritaria” mi sembra poi abbastanza naturale per un partito “minore”, anche se occorrerà fare i conti con una soglia di sbarramento che potrebbe essere semmai non proprio bassa, se stiamo anche alle odierne notizie di stampa, ma questa è altra storia e bisognerà vedere quale sarà effettivamente la norma finale.

    Sempre in ordine all’argomento in discorso non riesco comunque a spiegarmi la propensione per il collegio uninominale, ripetutamente apparsa sulle pagine di questo giornale, salvo miei errori di memoria, e che a me pare essere una espressione abbastanza tipica del sistema maggioritario (e mi viene allora da pensare che si sia cambiata idea in materia, ma se così fosse lo si potrebbe o dovrebbe ammettere per non creare incertezze e disorientamento).

    Mi chiedo altresì perché mai siano state sostenute con così tanto trasporto le ragioni del SI’ al Referendum del 4 dicembre, la cui campagna elettorale era nata con una forte personalizzazione del voto, talché la vittoria dei SI’ si sarebbe presumibilmente tradotta in un presidenzialismo di fatto, il quale si sposa per solito col maggioritario, ma richiede nel contempo elementi di contrappeso, vedi ad esempio il bicameralismo paritario, che nel nostro caso veniva invece superato (anche ciò mi fa francamente intravvedere una qualche contraddizione tra la posizione di adesso e quella di ieri, se non le ho ambedue mal interpretate).

    Paolo B. 14.03.2017

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