martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ocse, l’effetto donna sul Pil, una crescita per l’economia
Pubblicato il 08-03-2017


uomini_donne_lavoroIl Centro per lo sviluppo dell’Ocse, in uno studio pubblicato in occasione della giornata della donna ha calcolato che le disparità di genere nella società e nel mondo del lavoro hanno un impatto sull’economia globale, con un costo in termini di reddito di circa 12 mila miliardi di dollari, pari al 16% del Pil mondiale.
La discriminazione nei confronti delle donne, si sottolinea nella presentazione dello studio, genera un duplice effetto negativo, perché riduce sia il livello del capitale umano femminile, sia la partecipazione alla forza lavoro e la produttività totale. Se si riuscisse a eliminarla e a raggiungere la parità di genere, calcola sempre l’Ocse, nel 2030 il reddito pro capite medio mondiale arriverebbe a 9.142 dollari, ben 764 dollari in più di quello che si potrebbe ottenere se i livelli di discriminazione restassero quelli odierni. Un effetto che sarebbe benefico soprattutto per i Paesi meno sviluppati, che oggi subiscono più pesantemente l’impatto della limitata partecipazione femminile al mondo del lavoro sul loro reddito nazionale.
In conclusione l’organizzazione parigina ha sostenuto: “Per questi motivi, eliminare la discriminazione verso le donne e promuovere le pari opportunità sono sia scelte economicamente intelligenti, sia leve importanti per una crescita sostenibile ed inclusiva”.
La parità di trattamento salariale tra uomini e donne sul luogo di lavoro è ancora lontana, ma l’Italia per quanto riguarda questa voce è al quarto posto tra i Paesi dell’Ocse con un gap medio del 5,6% decisamente inferiore alla Francia ed alla Germania dove la differenza dello stipendio è rispettivamente del 13,7% e del 17,1%. La differenza media nei Paesi dell’Ocse è del 14,7%. I dati diffusi dall’Organizzazione parigina sono quelli relativi alla media dei salari lordi del 2015.
La classifica è guidata dal Belgio con una disparità limitata al 3,3% seguito dal Lussemburgo (4,1%) e Slovenia (5%). All’ultimo posto si trova la Corea (36,7%) preceduta da Estonia (28,3%) e Giappone (25,9%). Negli Usa la differenza è del 18,9% e nel Regno Unito è del 16,9%.
In Italia il problema della parità salariale lo si è già iniziato ad affrontare ad inizio del secolo scorso.
Infatti, nelle scuole italiane, la parità salariale tra gli insegnati avvenne il 19 febbraio del 1903 con l’entrata in vigore della legge Nasi con la quale si stabilì che le maestre dovevano percepire lo stesso stipendio dei maestri.
Nel suo discorso al Quirinale, per le celebrazioni dell’8 marzo, il presidente della Repubblica Mattarella ha detto: “Senza un aumento del lavoro femminile, il paese non avrà la crescita che tutti speriamo e non potremo parlare davvero di uscita dalla crisi. Non è vero che il lavoro allontana la donna dalla maternità. È vero il contrario: proprio l’aumento del lavoro femminile può diventare un fattore favorevole alle nascite. Le politiche per la famiglia, comprese quelle di conciliazione dei tempi di sua cura con quelli di lavoro, sono un contributo essenziale allo sviluppo equilibrato e sostenibile del paese”. Ha poi aggiunto : “La violenza sulle donne è una piaga sociale e non bisogna cedere all’egoismo dell’indifferenza”.
Le dichiarazioni del Presidente Mattarella confermano l’impegno sociale ed umano dell’Italia sulle problematiche di parità e di rispetto umano tra uomini e donne sanciti dalla nostra Costituzione.

Salvatore Rondello

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