martedì, 23 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Petrignani: a mani nude nella letteratura e nella vita
Pubblicato il 28-03-2017


Continuano le interviste agli scrittori contemporanei e questa volta la voce è quella di una delle più importanti figure italiane, Sandra Petrignani.

saperedellemani_mestu_millebattute_05Ho incontrato il nome di Sandra Petrignani durante il primo o secondo anno di università quando iniziai ad appassionarmi alla poesia femminile e mi imbattei nella sua intervista, bellissima e verissima, ad Amelia Rosselli. E poi lessi le sue poesie uscite in antologie femministe degli anni Settanta. Tutto ciò mi spinse ad approfondire la sua scrittura e in un certo qual modo, come direbbe bene Ortese e con lei la nostra autrice, ad abitarla. Da allora sono trascorsi quasi vent’anni e ho avuto modo di calarmi nel suo stile, nel suo ascolto. Questa intervista vuole essere un omaggio sentito a una delle voci più limpide e forti del panorama letterario italiano. Un modo per avvicinarsi al suo mondo per chi la conosce poco e uno strumento in più per chi l’ama da sempre. Un mondo abitato da presenze femminili, da luoghi di elezione, da dimensioni geografiche, dalla memoria che trae in salvo e soprattutto da voci che si imprimono indelebili in noi. Uno dei caratteri peculiari della scrittura di Petrignani è la mise en abyme dell’arte e della letteratura, una scrittura che trasfonde i generi e che si dipana in un percorso trasognato, in cui i personaggi- che rivivono nelle loro epoche- sono sospesi in una bolla temporale. Il lettore viene trasportato in tale dimensione. Petrignani ha creato un nuovo e contemporaneo limbo. Forse è questo il suo vero luogo geografico.

petrignaniNel 1978 hai avuto la possibilità di intervistare Amelia Rosselli, così come ricordi in un tuo articolo uscito nel 2012 su Il Foglio. Che cosa rimane oggi della lezione di Rosselli, quale secondo te la sua vera essenza?

Mi trovo in imbarazzo a cercare la «vera essenza» di un testo. Quel che resta di un testo, se è destinato a restare, è la sua stessa resistenza al tempo. La sua universalità. Amelia Rosselli era costantemente a contatto con la parte più segreta, inconscia se vuoi, di sé e con i suoi fantasmi. Noi leggendola incontriamo quei fantasmi, sprofondiamo nel mistero della persona che è stata.

Sempre nel 1978 compari nella Poesia femminista italiana, a cura di Laura Di Nola (Savelli editore). Cosa ha significato per te esordire in poesia in quei tumultuosi e prolifici anni Settanta? Scrivi ancora poesie?

Il femminismo è stato l’unica esperienza di politica attiva che ho avuto, l’unica che avrei potuto avere in quel periodo turbolento, essendo per natura piuttosto anarchica e insofferente di ideologie e pensieri precostituiti. Nel femminismo politica e privato coincidevano. E’ stata una grande avventura, un grande incontro, impensabile fino a quel punto, con altre donne che non fossero le amiche del cuore. Non mi sono mai considerata, però, un’autrice femminista, perché non sono mai stata una vera militante. Ho sempre pensato che la poesia si collocasse in un’interiorità che è oltre la differenza sessuale, anteriore addirittura. Ma certo sono di sesso femminile e questo, come la famiglia da cui si nasce, la razza a cui si appartiene, la classe sociale etc. orienta il dire in un senso o in un altro. Siamo tutti figli di qualcosa, non è che veniamo dal nulla. Oltre un certo margine non siamo liberi di scegliere, non siamo mai completamente liberi. Ho smesso di scrivere poesie quando è nato mio figlio, nel 1983. Scherzando dico: «Ho smesso perché è diventato lui la mia poesia». La verità è che la poesia, a differenza della prosa, mette più a rischio l’autore. La poesia è un costante corpo a corpo con l’inconscio. Con la prosa si può entrare e uscire da questo corpo a corpo. Decidere di avere un figlio ha significato anche proteggermi, per proteggerlo. Proteggere la parte più a rischio di me, della mia natura artistica voglio dire, non permetterle di occupare interamente la mia personalità.

Un’intera vita, la tua, spesa a narrare di donne, di uomini, di esseri eccezionali, una vita a raccontare con leggerezza di calviniana memoria le esistenze. Penso a La scrittrice abita qui e allo splendido Marguerite. Riesci a ricreare l’atmosfera, anzi il tempo del vissuto attraverso una scrittura che si fa docufiction. Sbaglio? E perché queste donne?

Perché mi accendono, perché le ho lette con grande passione, perché ritrovo nell’infanzia di Duras, per esempio, o di Natalia Ginzburg, la scrittrice su cui sto lavorando al momento, qualcosa in cui mi riconosco fortemente. Un antico dolore, un disorientamento. Però, anche se è azzeccato, lo riconosco, il termine docufiction non mi piace. Come non mi piace nessuna definizione di genere. Per me la scrittura è un mare aperto in cui si pesca liberamente e con i sistemi più vari, lenza, rete, mani nude… Non uso a caso questa metafora: c’è qualcosa di violento sempre nel processo di scrivere. Appropriarsi di vite altrui e farle rivivere, se ci pensi, è un atto molto arrogante. Ma è arrogante scrivere, in ogni caso. Scrivere autobiografia non lo è ugualmente? Pensa a quanta gente viene ferita! E anche nella pura attività d’”inventare” gli scrittori hanno sempre ferito qualcuno. Qualcuno viene su a riconoscersi in un personaggio e ti toglie il saluto… Le vite degli scrittori di tutte le epoche sono costellate di simili episodi. Perché in realtà non s’inventa mai niente. Però tutto si trasforma, vita vera e vita inventata. L’attività di uno scrittore è sempre una sua personale lettura del mondo, di una anche piccolissima porzione del mondo.
Personalmente mi sono messa a scrivere sulle «vite che non sono la mia» (ma in fondo lo sono) perché stanca del romanzo tradizionale. Mi sembra che sia importante oggi, epoca senza memoria, tempo di cancellazioni, orizzontale e ignorante, far passare la conoscenza del nostro passato recente (quello che non si studia a scuola) anche attraverso i romanzi. Comunque, siccome ormai si sono messi in molti su questa strada, credo che io dopo La corsara – è questo il titolo del mio libro sulla Natalia – abbandonerò. E’ arrivato il momento d’inventarmi qualcos’altro.

Altra peculiarità della tua scrittura è l’aderenza al respiro ovvero allo stile narrativo delle vite che riporti in superficie, mantenendo sempre ed esaltando una tua originale propria fluidità narrativa, così come avviene in Elsina e il grande segreto. Cosa ti ha spinto ad affrontare (con infinita grazia) uno dei momenti più oscuri e trasfigurati in mito dalla Morante in persona?

L’infanzia delle persone, e degli scrittori in particolare, m’interessa moltissimo. Lì c’è la chiave per capire l’individuo anche al di fuori della psicoanalisi. Quella fiaba è nata da una chiacchiera con l’editore di Elsina, Massimo De Nardo. È stato lui, conoscendomi, a propormi di raccontare ai bambini la vita della bambina Elsa, una bambina geniale e difficile che ha mantenuto, adulta, queste sue premesse e promesse aurorali.

Nella tua produzione letteraria Roma occupa un posto speciale. In Addio a Roma, in cui tocchi una delle vette più alte della tua narrazione, inizi il racconto dal 1952, che è anche l’anno in cui sei nata. Perché riportare in vita ora un fervore culturale che sembra definitivamente scomparso? Oltre ad essere un omaggio commosso a chi si è tanto amato, sembra un vivo j’accuse contemporaneo.

La tendenza contemporanea a cancellare il passato per indifferenza, ignoranza, paura, o non so cos’altro, mi preoccupa. È giusto camminare in avanti ma, come l’Angelus Novus di Benjamin, con lo sguardo rivolto indietro. Tagliare le radici, ovvero il nutrimento della propria anima come della parte fisica di ciò che siamo, penso sia pericoloso, spaventoso.

Uno dei libri che più amo è Il catalogo dei giocattoli, uscito presso Theoria nel 1988 e ristampato da Beat nel 2013. Presenta la nota introduttiva di Manganelli. Da allora sono passati quasi trent’anni. Com’è cambiata Sandra come donna, la Petrignani come scrittrice?

Ho cercato una mia strada per poter continuare a narrare in un’epoca in cui l’Arte è diventata superflua nel suo senso più profondo, sacro vorrei dire. L’arte oggi è un oggetto di consumo come tutto il resto. C’è un’enorme confusione in cui chiunque si arroga il diritto del gesto artistico. Va bene così, visto che le cose stanno così. Però continuare a replicare romanzi che sono l’ombra di quelli già scritti nel passato, ridotti a ideuzze e plot più o meno avvincenti, non m’interessa.

A quale romanzo o racconto stai lavorando attualmente, se si può dire?

Come accennavo sto lavorando sulla figura di una scrittrice molto complessa, Natalia Ginzburg. Lei è se stessa e insieme una costellazione. Occuparsi della Ginzburg significa coinvolgere una parte importante della storia del nostro paese, la nascita della casa editrice Einaudi, per dire, la seconda guerra mondiale, una generazione di scrittori che ha rischiato la vita per rifondare un mondo in cui scrivere in libertà. Vuol dire fare il ritratto di una donna contraddittoria e innovatrice, l’unica in Italia che abbia mai gestito un serio potere editoriale. Una voce corsara come quella di P.P.Pasolini che, già prima di Pasolini, dalle testate giornalistiche più importanti lanciava grandi polemiche e sfide su temi scottanti. Natalia è anche le sue grandi amicizie intellettuali: Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Felice Balbo, Cesare Garboli. C’è un interessante nodo nevrotico in lei in cui maschile e femminile s’intrecciano in un modo estremamente originale. Ho anche ricordi personali, perché mi è capitato di conoscerla e frequentarla un poco negli ultimi anni ’80. I giovani di oggi in alcuni casi non ne ricordano nemmeno il nome. È giusto renderle l’onore che merita.

Tra tutta la tua produzione a quale libro sei più legata o quale consiglieresti ai lettori dell’Avanti?

È uscito da poco il tascabile de La scrittrice abita qui, un libro a cui devo molto e che resta nel mio cuore. Però, sai, il libro a cui si è più affezionati è sempre l’ultimo e dunque, per ora, è Marguerite, pubblicato tre anni fa, un romanzo che racconta la vita di una delle scrittrici che amo di più, Duras.

Andrea Breda Minello

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