martedì, 23 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Scozia 29 Italia zero.
Gli azzurri chiudono a zero gara e classifica
Pubblicato il 20-03-2017


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Termina nel peggiore dei modi il Sei Nazioni degli Azzurri. Un’Italia informe, quella vista a Edimburgo, fiacca fisicamente, assente mentalmente, capace solo di una “non prestazione”. E dire che le opportunità la Scozia le hanno anche concesse ma le ataviche inabilità alla marcatura italiane si sono manifestate in tutta la loro drammaticità.

Si può scrivere di un’Italia “inconcludente” nel senso più stretto del termine.

Il risultato finale non è, in ogni modo, mai stato in discussione e ad una Scozia, non proprio insuperabile, è stato sufficiente spingere “quanto bastasse” per raggiungere l’obiettivo.

Per il secondo posto in classifica generale doveva rastrellare i cinque punti dati dalla marcatura di quattro mete e quattro mete sono state. Solo il successo dell’Irlanda, che guasta la festa finale all’Inghilterra incapace nell’impresa di centrare per il secondo anno consecutivo il “Grand Slam” e si ferma a 18 vittorie ininterrotte solo eguagliato il record degli All Blacks, ed il computo matematico hanno relegato gli scozzesi al quarto posto sebbene a pari punteggio. Sarebbe stato il miglior piazzamento dopo la vittoria del 1999 quando ancora era il Cinque Nazioni.

Si potrebbero commentare dei tre calci falliti su tre e del piede di Carlo Canna, o delle disattenzioni in touche, si potrebbe annotare l’assedio azzurro quando, nei primi dodici minuti del secondo tempo, ha ballato a pochi centimetri dalla linea di meta tutto sfumato con un avanti.

Ma la cronaca della partita diventa insignificante quando è ora di ben più importanti valutazioni d’insieme.

Il bilancio Azzurro è negativo, a prescindere da “cucchiai”, perché il rugby italiano sta confermando una scoraggiante fragilità strutturale. Insomma il re è nudo.

O’Shea, sebbene protegga squadra e staff, è parso particolarmente preoccupato e, in qualche modo, deluso.

Ha sicuramente ereditato una situazione incrostata, troppe volte coperta o giustificata per motivazioni differenti che in tutte le direzioni andavano tranne il supremo bene del ovale. Siamo ad anni luce dal “work rate” reclamizzato.

Il risveglio è altro, ripetuti errori gestuali, idee confuse e disordine comportamentale, probabilmente, lo hanno convinto che la strada è molto più lunga ed ardua di quanto si aspettasse.

Il “Progetto” che ha in mente, per rimanere quello originario, passa per lo stravolgimento totale del rugby italiano.

Ridurre l’abissale gap con le prime dieci del ranking mondiale reclama l’innalzamento del livello, la crescita di potenzialità diffuse, l’estensione della scelta.

Pretenderà “carta bianca” perché, dopo tanti proclami, si dia inizio ad un reale lavoro pianificato che comprenda incessante attenzione sui giovanissimi, un rafforzamento delle “accademie”, un coordinamento sulle franchigie.

Tutto non può essere immediato ma inconfutabili segnali d’inversione di tendenza devono pervenire subito per tirare su il morale del movimento.

Magari abbandonando l’idea di osservatori nelle isole del Pacifico e fare una “chiamata” a giocatori con già “DNA italiano” in giro per il Mondo (leggi Alex Lozowski, classe 1993, utily-back dei Saracens, i fratelli Tedesco nel XIII Down Under).

Molto girerà attorno a questioni di danaro ma prendiamolo come un investimento …i vertici del rugby nazionale sono informati.

da RugbyingClass di Umberto Piccinini

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