venerdì, 28 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Raffaele Tedesco:
L’impresa di trovare lavoro
Pubblicato il 31-03-2017


Vengo da una terra “di mezzo”. Un posto dove il mare e la montagna hanno rapporti di buon vicinato. Che sta, davvero, in mezzo, come una “linea”. Linea che separa, geopoliticamente, il centronord dal sud. Che divideva i Borboni dai Papi, gli americani dai tedeschi per via della “Gustav”, i latini dal resto degli italici. E dove anche il dialetto è “mediano”, affine più al salentino e al siciliano, che al napoletano, con cui confina.
È la vecchia “Terra di Lavoro” o Bassa Ciociaria, luogo che non fa mai ostentazione di se, dei suoi saperi e delle sue bellezze.
E, se vogliamo andare per “linee geometriche”, il mio piccolo paese, di quattro case, un municipio e un campanile, si trova sulla direttrice Napoli-Roma-Firenze-Bologna-Milano.
Quando scelsi l’università, decisi (ma forse fu più l’inconsapevolezza a determinarmi) di andare verso sud: a Napoli. E mi sono trovato nella città più incredibile d’Italia; piena di difetti atavici e forse irrisolvibili.
Posto “maledetto” e magico, dove non albergano le “mezze misure”, e la realtà è sempre uno spaccato netto, e le sfumature, sembra, non siano consentite. Dove il caos regna sovrano, soprattutto al quartiere “Sanità”, che è stata la mia casa.
Napoli, piaccia o meno, è una città centripeta; ti butta dentro e la devi vivere per forza. Ed io l’ho fatto, e sono sopravvissuto, tanto da volerle ancora bene.
Tornato brevemente a casa post laurea, ci sono stato giusto il tempo per capire che di fare l’avvocato proprio non mi andava, e urgeva, quindi, trovare un lavoro.
Ma, siccome la Cassa del Mezzogiorno era un lontano ricordo, e la Fiat non godeva proprio di buona salute, l’operazione non era semplice, e mi trovai, così, a scaricare gelati sulla spiaggia (sono sempre stato eclettico!).
Però, il lavoro nero non è una bella cosa, anche se i gelati erano buonissimi. Bisognava cambiare registro.
Ed allora, scelgo Bologna, dove in quel momento viveva il mio amico, e compagno radicale dei tempi dell’Università, Piero.
Una valigia in macchina, con accanto una cassetta piena di viveri per un mese, il cui contenuto alimentare identifica, più di ogni altra cosa, la tua provenienza. E via, con strumentale velocità, per cercare di non “tradurre” sentimenti semplici come la paura. Fiducioso del fatto che avevo sentito dire che Bologna fosse “grassa”, ed incuriosito dalle parole di Augusto De Luca che la descrivono come “……..una città che si svela a poco a poco attraverso i suoi infiniti porticati intrisi di storia che si ramificano simili a cunicoli venosi, arterie, capillari di una città ‘cuore’, rossa di terra cotta”. Ma anche, e non lo nego, dalla canzone di Guccini, che ne parla come “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”.
Appena il tempo di arrivare, che, praticamente il giorno stesso, Piero viene trasferito da Bologna a Reggio Emilia per motivi lavorativi, lasciandomi casa sua a disposizione per un mese. Neanche il gusto di un “ricongiungimento familiare” secondo la tradizione degli emigranti terroni!
Allora, solo ma fiducioso, faccio i conti dei soldi che ho in tasca, pensando che per un mese dovrei sopravvivere.
Stampo, a “scrocco” da un amico, qualche centinaio di curricula, ed inizio il mio giro della speranza in tutte le agenzie del lavoro di Bologna. Giro che, a cerchi concentrici, si allarga a tutte le zone industriali della provincia, con trasferte fino a Modena, Parma e Reggio. E tutto effettuato “brevi manu”.
I risultati sono sempre racchiusi nella frase: “Grazie, le faremo sapere”.
Qualcuno mi dice che ho un curriculum “sbilanciato”. Allora, per rientrare nel peso, faccio fuori laurea e master vari, lasciando solo esperienze lavorative da operaio. E ricomincio, provando con mano che la “dieta curriculare”, pur se non porta a risultati immediati, ha il pregio di renderti più “visibile”.
Qualche chiamata come “mulettista” arriva, ma qui a Bologna sono più fiscali che da me, e non si fidano della mia bravura nel condurre il muletto: vogliono la patente. Ed io non ce l’ho, non c’è come esame all’università….
Un giorno, però, entro nell’ennesima agenzia per il lavoro, claudicante per una “tallonite” dovuta al vano pellegrinare. Consegno il mio c.v. “omissivo”, e cerco di stare attento a non far trapelare indizi di lauree ostative.
Il mio interlocutore, però, non essendo il solito stagista messo lì per risparmiare sui salari, scopre “l’altarino”, dicendo che è stato il mio “italiano” a far cadere la copertura. Troppo forbito e non sgrammaticato (la mia cara maestra sarebbe stata orgogliosa di me!).
Smascherato, non posso più mentire. Anzi, ricordandomi il proverbio secondo il quale “la miglior difesa è l’attacco”, faccio anche l’indignato, senza cercare difese compassionevoli, e ricorrendo a tutte le armi “sociologiche” che conosco. Infondo, che colpa ne avevo io se ero laureato?
E poi, come mi ha sempre detto anche mia nonna, ho due mani buone pure per l’agricoltura, e se lo dice lei, che è una vecchia contadina ciociara, deve essere per forza vero.
In quel momento, stavano vacillando anche le mie ultime speranza.
Però, il selezionatore, senza dir nulla, alza il telefono e chiama una sua collega, chiedendo se una certa posizione lavorativa era ancora aperta.
Lo era, ed io vado a fare il colloquio presso un service bancario, dove cercavano un lavoratore notturno da inserire nel reparto della contabilità degli assegni. Orario di lavoro dalle 21 alle 4 del mattino.
Il colloquio è con l’amministratore delegato in persona, il quale si era preparato ad uopo sulla selezione del personale. Ed inizia una raffica serrata di domande, in cui mi accorgo che i “dieci consigli su come superare un colloquio” che ho letto su internet, non sono propriamente azzeccati e calzanti alle situazioni concrete.
Però, sull’azienda mi ero preparato a dovere, e avevo imparato, per filo e per segno, qual’era il suo “core business”. Peccato che, pur se candidato al reparto “contabilità assegni”, non avessi mai staccato un assegno in vita mia, né, tanto meno, avevo mai posseduto un conto corrente, un bancomat o una carta di credito.
Insomma, ero un come fossile che cercava lavoro nella Silicon Valley.
Cerco di tenere un aplomb inglese (ma, forse, sembrava più anglo-ciociaro). Non “ostento”, ma non mi “stendo”. Aspetto il momento buono per assestare un colpo. Perché tutto assomigliava ad un incontro di scherma.
Alla classica domanda su quale sia l’ultimo libro che ho letto, prendo la palla al balzo per creare un minimo di difficoltà, e gli cito “La società aperta e i suoi nemici” di Popper.
Scopre il fianco, ammettendo che non lo conosce. Ed io, magnanimo, di rimando:” Non si può conoscere tutto nella vita”.
Paro dove posso. Mento quanto basta, e con l’orgoglio giusto per far sembrare la bugia vera, o almeno verosimile. E, come un lampo, arriva la mia occasione, quando l’a.d. mi chiede:” mi faccia lei una domanda”; lamentandosi che molti gli chiedevano che sport facesse.
Al che dico:” Lei ha problemi se per il lavoro che offrite, e per il quale non è richiesto, che io sia un laureato?”
Disse di no e, forse per non cadere in contraddizione, mi assunse. A tempo determinato, ovviamente. E con la “clausola espressa” che non sarei mia stato assunto a tempo indeterminato. Il mercato, disse, non lo consentiva.
Mi vennero in mente le parole di un nostro ministro del lavoro di qualche anno fa, secondo il quale “la precarietà è una vaga condizione mentale… (in fondo ndr) precario è, chi precario fa”. Quindi, la “condizione” è tutta una questione di “concentrazione”.

L’articolo è già apparso sulla rivista “I Martedì”, n 2/2016 , anno 40, n. 333

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