martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

In Italia abolita la parola “socialista”
Pubblicato il 01-03-2017


Perché nessuno vuole essere socialista?

GIOVANI-Socialismo-INTTranne da noi, piccolo partito semiclandestino, tuttora in vita col nome di Psi, il termine socialista in Italia pare sia stato abolito. Il partito che, grazie a Matteo Renzi e non a Bersani e D’Alema, è entrato a pieno titolo nel Pes, Partito socialista europeo, si chiama Pd, come il partito americano, caso unico nell’Europa alla quale pur si vuole appartenere. Gli scissionisti, che parevano orientati ad accogliere l’invito del governatore della Toscana Enrico Rossi a qualificarsi come Democratici e socialisti, la sigla avrebbe fatto oltretutto Diesse, hanno preferito abbinare al termine di democratici quello più vago di progressisti, la sigla fa Dp, che non è solo il contrario di Pd, ma il vecchio nome di un minuscolo partito di estrema sinistra, più specificatamente proletario che indefinitamente progressista. Parte di costoro discendono dalla vendoliana Sel, che affratellava la parola sinistra con quella encomiabile di libertà. Cosa c’è di più tradizionale e conforme della storia del socialismo democratico al valore di libertà, sempre contrapposto a quello di comunismo, appunto illiberale? Niente da fare. Pochi giorni fa è nata Sinistra italiana. Anch’essa desocialistizzata. E prima il movimento Possibile di Civati, che ha importato in Italia l’esatta denominazione di quello spagnolo di Iglesias. Meglio dunque rifarsi a modelli di altre nazioni. Fino a qualche decennio orsono, invece, il termine socialista era perfino abusato. C’era il Psi, ma anche il Psdi, e per una fase il Psiup, e anche il Mas (Movimento autonomo socialista). Quando Valdo Magnani, nel 1951, uscì dal Pci fondò l’Unione dei socialisti, non l’unione dei democratici e dei progressisti. Andiamo a cercare di capire i motivi o il motivo del completo abbandono del termine socialista, prima approfondendo quel che questa qualificazione ha significato nella storia italiana.

Il socialismo delle origini

I pionieri del socialismo erano coloro che Marx ed Engels definirono poi utopisti, perchè lontani dal loro socialismo scientifico. Non avevano la chiave magica per scardinare il sistema capitalistico intuendone le presunte e inesorabili contraddizioni. Avevano una ricetta pratica, oltre che etica, di trasformazione della società, anche sperimentandola concretamente. Pensiamo a Owen che fondò la sua comunità nell’Indiana, a Fourier e al suo Falansterio, ma anche a Saint Simon e al suo socialismo cristiano, con tanto di fedeli.
Costoro avversavano, già nei primi anni dell’Ottocento, un capitalismo appena nato che produceva palesi e insopportabili sfruttamenti degli uomini, delle donne e perfino dei bambini. La rivolta etica si trasformava in bisogno di risposta esemplare, in elaborazione di un modello alternativo di società, generalmente fondata su principi di equità e di umanitarismo. In questo senso, a mio parere, il loro socialismo risulta assai meno utopistico di quello di Marx che è stato erroneamente sperimentato in varie forme, generalmente abbinato al leninismo e sfociato in dittature di stampo partitico e militare, oggi praticamente estinto ovunque, con poche e paradossali eccezioni. E una sorta di continuazione del cosiddetto socialismo utopistico, perché avvertiva lo stesso bisogno di sperimentazione immediata, non fu il socialismo riformista, che praticò la nascita e lo sviluppo di sistemi locali fondati sull’associazionismo e il municipalismo, e che resta l’unico socialismo ancora vivo?

Socialismo e comunismo secondo Marx

Secondo Karl Kautsky, il più esposto dei marxisti ortodossi, Lenin aveva tradito Marx. Quest’ultimo pensava a una rivoluzione come atto finale dell’evoluzione del capitalismo, anzi come suo atto inevitabile. Il capitalismo portava in sé i germi della sua fine. Era un sistema suicida. Lenin la rivoluzione l’aveva fatta in un sistema arcaico, rurale, solo approfittando dei militari ancora impegnati in guerra e dei contadini sfruttati dal regime sanguinario degli zar. Marx in verità aveva pensato a una rivoluzione che nascesse dalle contraddizioni interne al sistema capitalistico, in particolare sulle crisi cicliche dovute alla sovrapproduzione rispetto alla necessità dei consumi e alla incapacità di sopravvivenza dei ceti medi, che si sarebbero via via proletarizzati. Lasciamo perdere la profezia, che non si é avverata, anche perché Marx non ha tenuto presente il ruolo dello stato nell’economia, cioè il sopravvento del capitalismo moderno, non più ispirato al liberismo selvaggio, ma regolamentato e orientato politicamente. Anche il concetto di proprietà dei mezzi di produzione oggi è assai più labile, con il ruolo sempre più attivo e presente del sistema finanziario. La conciliabilità del moderno capitalismo con la democrazia (lo stesso Engels ne parlò nella prefazione alle libro scritto con Marx sulle lotte di classe in Francia dopo il 1948, fornendo, con l’introduzione del suffragio universale, una ricetta diversa dalla rivoluzione violenta) non veniva allora pronosticata. Restava nei due, nella loro teorie, che pure hanno animato e sorretto la politica della fine dell’Ottocento e di quasi tutto il Novecento, una distinzione assolutamente formale tra socialismo e comunismo, oltre che un ripudio del socialismo romantico, antiscientifico e per questo utopistico. Il socialismo era il sistema inaugurato dopo la rivoluzione attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione e il necessario e transitorio governo assoluto del proletariato (la sua dittatura), il comunismo era la parte ultima del processo rivoluzionario, quello in cui sarebbe stato abolito anche il denaro. Una sorta di Eden, che avrebbe consentito agli uomini di vivere liberi e uguali. Da un certo punto di vista il comunismo era perfino la liberazione di quei vincoli un po’ tirannici, anche se transitori, del sistema socialista. Il contrario del significato delle successive definizioni.

Le varie correnti del socialismo italiano

Nel pensiero e nell’azione socialista le divisioni sono state all’ordine del giorno. Prima della nascita del partito già erano esplosi quelli tra la corrente anarchica e quella socialista, alla quale aderì nel 1879 Andrea Costa, primo socialista alla Camera con le elezioni del 1882. Si trascinò la polemica fino al congresso di Genova in cui anarchici e operaisti fondarono un loro partito contrapposto a quello socialista. Si animò il contrasto tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari tra il 1904 e il 1907, con questi ultimi che fondarono un loro movimento e un loro sindacato, si sviluppò poi un profondo dissenso coi rivoluzionari che nel 1912 presero la maggioranza del partito, poi tra interventisti e pacifisti nel 1914, poi, ancora, tra comunisti e socialisti, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, tra massimalisti o comunisti unitari e comunisti puri nel 1921, con questi ultimi che fondarono a Livorno il Pcdi. Poi, ancora, tra massimalisti e riformisti nel 1922, con questi secondi, espulsi dai primi, che fondarono il Psu. Anche nei partiti socialisti in esilio vi furono novità. Psi e Psu, poi divenuto Psli e Psuli, si unificarono a Parigi nel 1930. Poi, dopo la scissione del Psiup, nato dall’unificazione del Psi col Mup di Lelio Basso, del gennaio del 1947, si formò il Psli di Giuseppe Saragat, che poi nel 1951, dopo l’unificazione col Psu di Romita, acquisirà il nome di Psdi. Nel gennaio del 1963 dal Psi si distaccò la corrente filo comunista che contrastò la svolta autonomista di Nenni e la formazione del primo governo di centro-sinistra fondando il Psiup. Nel 1966 il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si unificarono per dividersi ancora nel 1969. Poi la storia ultima, dal 1976 al 1993, quella del Psi di Craxi, che rilanciò il socialismo riformista, collegandola al liberalismo e al patriottismo. Una storia di conflitti, di polemiche, di divisioni, ma che rappresentavano i contrasti di un secolo e mezzo, non artifici retorici.

Quello che ha fatto diversi socialisti e comunisti

La parola socialista è stata, pur con tutte le distinzioni prima richiamate, contrapposta a quella di comunista dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. Quando i bolscevichi fondarono la Terza internazionale ordinarono ai comunisti di tutto il mondo di lasciare i partiti socialisti o, come avvenne in Francia, e come stava avvenendo in Italia, poi la scelta fu bloccata dai massimalisti, di cambiare il nome dei partiti socialisti in partiti comunisti e di espellere i riformisti. In Italia il Psi di Serrati decise solo nel 1922, a pochi giorni dalla marcia su Roma, di cacciare i riformisti dal Psi (parliamo di Turati, Treves, Prampolini, Matteotti, Modigliani) che fondarono immediatamente il Psu. I comunisti demonizzarono subito il termine socialista, a tal punto da accogliere ovunque la sciagurata teoria del socialfascismo, cioè l’equiparazione dei socialisti e dei fascisti, che durò fino all’ascesa al potere di Hitler, nel 1933, quando dal Comintern venne sostituita con il lancio della direttiva dei fronti popolari. Questa equiparazione diventerà poi equivalenza tra democrazia e nazifascismo durante i due anni che separarono il patto Hitler-Stalin del 1939, che aprì le porte all’indifferenza tra sistemi capitalistici, sia di ordine liberale che totalitaria, e l’inizio dell’operazione Barbarossa, del giugno 1941. Nell’immediato dopoguerra il Psi si confuse col Pci, mentre il Psli, poi Psdi, entrò a fare parte dell’Internazionale socialista, o socialdemocratica, come i comunisti spregiativamente la consideravano, e il Psi fu componente dell’Internazionale solo con l’unificazione socialista del 1966, per non uscirne più. Quando il comunismo, nel 1989, crollò in tutta Europa, e con esso anche il muro di Berlino, il Pci fu l’ultimo partito europeo a decidere di cambiare nome. Lo fece, attraverso due congressi, ma rifiutando il nome di socialista e l’unità socialista proposta da Craxi, fondando prima il Pds e poi i Ds, e infine confluendo, assieme alla Margherita, il partito che proveniva soprattutto dalla vecchia Dc, nel nuovo Pd. Il Partito democratico non aderì, contrariamente al Pds-Ds, al Partito socialista europeo e all’Internazionale socialista, per obiezioni che provenivano in massima parte dagli esponenti della Margherita ma che trovavano terreno fertile nell’impostazione post o asocialista di Walter Veltroni. Quest’ultimo ha confessato, pur essendo stato dirigente del Pci, di non essere mai stato comunista e ha by passato la storia del socialismo italiano per approdare direttamente al modello americano.

Il socialismo riformista e liberale di Craxi

È ovvio che il nome socialista in Italia abbia un inequivocabile referente nello storia più recente del Psi e nella figura di Bettino Craxi. Già nei primi anni settanta si era fatta strada una visione diversa tra socialisti e comunisti sul tema dei diritti civili e l’approvazione della legge sul divorzio portava il nome di un socialista e di un liberale, cosi come la legge sull’aborto aveva visto in prima fila i socialisti e in posizione di retroguardia i comunisti, che già con l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, che vi includeva i patti lateranensi, avevano manifestato maggiore propensione al compromesso. Difficile, anzi impossibile, dissociare la qualifica di socialista con l’esperienza del Psi della fase 1976-1993. Cioè dall’inizio del nuovo corso socialista fino alla fine del Psi. Di questa fase occorre distinguere tre capitoli. Il primo consiste nell’elaborazione di una piattaforma teorica, programmatica, politica autonoma del riformismo socialista, i cui dati salienti sono stati convegni, conferenze, congressi, saggi e libri sull’inconciliabilità del pluralismo col leninismo, sul nesso tra pluralismo politico e pluralismo economico, il progetto socialista del 1978 (Congresso di Rimini), l’intuizione della grande riforma delle istituzioni (1979), l’acquisizione del riformismo e del socialismo tricolore (Congresso di Palermo 1981), il rapporto tra meriti e bisogni (Conferenza programmatica di Rimini del 1982), il lib-lab (il socialismo liberale degli anni ottanta). In questa fase il Psi si diede una sua precisa collocazione internazionale a braccetto con i partiti socialisti e socialdemocratici europei (l’eurosocialismo) in particolare accentuando le relazioni con il Psoe di Felipe Gonzales, il Psp di Mario Soares, il Psf di Francois Mitterand e l’Spd di Willy Brandt, si intestò il progetto dell’autonomia del popolo palestinese conciliata con la pace e la sicurezza di Israele.
Il secondo capitolo riguarda gli anni della presidenza socialista del Consiglio (dal 1983 al 1987). In questa fase l’attività del Psi si intrecciò strettamente con quella del governo, sui temi della lotta all’inflazione, col decreto di San Valentino che il Pci demonizzò fino a promuovere il referendum abrogativo, perso nel 1985, inflazione poi effettivamente ridotta dal 16 al 6 per cento, sulla profonda revisione del Concordato con il superamento della religione di stato e dell’obbligatorietà dell’ora di religione nelle scuole, su una politica estera responsabile, autonoma, coraggiosa, come provano, da un lato, l’accettazione dell’installazione a Comiso dei missili americani e dall’altro la condanna dei bombardamenti statunitensi su Tripoli e Bengasi, nonché il comportamento assunto sulla vicenda dell’Achille Lauro e a Sigonella, che rispecchiava la posizione del Psi assunta già al tempo del rapimento Moro coniugandola con la orgogliosa difesa dell’indipendenza nazionale. Contemporaneamente il Psi promosse i referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’abolizione della commissione inquirente e contro le centrali nucleari. Il terzo capitolo riguarda l’ultima fase, quella meno creativa, più rassegnata e di attesa al ritorno della seconda. E’ la fase dei grandi mutamenti internazionali, dei referendum che segnalano un profondo distacco tra paese e istituzioni, del cambiamento di sistema politico con la fine del Pci e l’esplosione della Lega e poi della questione giudiziaria che costituisce l’ultimo anello della grande esplosione del 1992-1994 del sistema politico. In questa fase il Psi mostrò crepe, incertezze, dissonanze.

Perché il rifiuto. Superamento o condanna?

Alla conclusione di quel che si continua a denominare erroneamente Prima repubblica, visto che non ne esiste una seconda, ma solo un sistema politico profondamente mutato, non sopravvive, caso solo italiano, un solo partito che si definisca socialista, con l’unica eccezione del piccolo e resistente Psi. Solo in Italia, d’altronde, la fine del comunismo e gli eventi ad esso direttamente collegati (compresa Tangentopoli) hanno partorito la fine di tutti i partiti e non solo di quello comunista. Dal 1994 esiste anzi solo in Italia un partito di grandi dimensioni che alla storia comunista italiana continua a far riferimento. Questo dipende in parte dal fatto che solo in Italia esisteva un partito comunista di massa, popolare, progressivamente resosi indipendente da Mosca. Dall’altro dal suo sostanziale mancato coinvolgimento nelle indagini della magistratura nel biennio 1992-1994. Dal 1994 tale partito, con l’eccezione della prima fase del Partito democratico, é entrato a far parte del Partito socialista europeo, mostrandosi anche lessicalmente contraddittorio. La sua definizione di socialista si esaurisce ai patri confini, dove la carta d’identità diviene vagamente democratica, ma il suo passato, né socialista, né democratico, continua ad essere comunista come il suo giornale e il nome delle sue feste. Quasi a considerare Tangentopoli e gli errori del Psi la partita di ritorno dell’ottantanove, quando pareva che l’unico partito italiano a dover finire sotto i calcinacci del muro fosse il Pci, i post comunisti considerano chiuso definitivamente a loro vantaggio il conflitto storico coi socialisti. Non solo essi non hanno accettato di diventare socialisti dopo la fine del comunismo e del Pci, come sarebbe stato giusto e logico, ma hanno preferito unificarsi con componenti di Democrazia cristiana e di mondo cattolico, finendo poi per diventarne subalterni. Una nemesi? Resta il fatto che nella sinistra italiana il termine socialista è stato espunto, forse abolito per sempre. Dubito che si tratti di una casualità. Non si vuole far rinascere col nome anche la cosa. Quella che noi abbiamo coerentemente rappresentato.

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Commenti all'articolo
  1. Quando è il PSI che nega ai socialisti di definirsi tali se non sono di stretta osservanza non ci si deve lamentare. Il Consiglio Nazionale di cui pur ho fatto parte non ha mai combinato molto. Alle tensioni per farne parte non seguiva altrettanta sollecitudine a partecipare.
    Però una cosa aveva deciso all’unanimità opporsi all’Italicum. Il risultato il PSI in Parlamento lo ha sostenuto compreso gli incostituzionali voti di fiducia in materia elettorale (leggere l’art. 72 c. 4 Cost.). Non solo ha anche assecondato una revisione costituzionale avrebbe dato al beneficiario del premio di maggioranza alla Camera di 340 seggi il controllo del Parlamento in seduta comune composto da 730 membri in cui la maggioranza assoluta sarebbe stata di appena 366: ad un solo partito era assicurato il controllo del Presidente della Repubblica. Ebbene chi si è opposto ha dovuto farlo senza contare sull’appoggio del suo partito pur essendosi pubblicamente definito avvocato socialista. Perchè ex -post comunisti più o meno pentiti dovrebbero scoprirsi socialisti? Si devono iscrivere al PSI

  2. “Quella che noi abbiamo coerentemente rappresentato”, scrive il Direttore concludendo le sue righe, molto dense di notizie e al tempo stesso parecchio chiare, almeno a mio giudizio, ma occorre nel contempo vedere se c’è la volontà di continuare una tale “rappresentanza” anche per il futuro, dal momento che capita talora di leggere opinioni secondo le quali occorre tagliare i ponti col passato e guardare al futuro, e non so a cosa possa riferirsi o preludere una tale proiezione in avanti, se non la prospettiva di unirsi ad altre formazioni con le quali definire i programmi, e la “veste ideologica” da dover indossare.

    Personalmente resterei invece legato al “socialismo riformista e liberale di Craxi”, mutuando uno dei sottotitoli del Direttore, ossia quello che ha improntato l’ultimo pezzo di storia socialista, fornendole una precisa identità, anche molto contestata dagli abituali “detrattori” ma comunque ben conosciuta, almeno dalle generazioni che per ragioni anagrafiche possono ricordarla, e cercherei di rinverdire in qualche modo quella stagione con proposte che abbiano una ben percepibile connotazione liberal-socialista, senza tentazioni verso svolte dal sapore per così dire massimalista, che talvolta mi sembrano affiorare (quasi per compiacere gli odierni compagni di strada, o quelli che vengono non di rado ipotizzati).

    Paolo B. 09.03.2017

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