venerdì, 26 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Sole 24 Ore. Un fulmine a ciel sereno
Pubblicato il 14-03-2017


Chi l’avrebbe mai immaginato ? Lo scandalo del ‘Sole 24 ore’ è sembrato quasi un fulmine a ciel sereno per l’italiano medio. Il giornale della Confindustria, importante punto di riferimento per l’informazione economica, finanziaria, politica e sociale del nostro Paese, noto per il piglio scientifico e per le tonalità moraliste, coinvolto in una vicenda di bassa lega.

Dopo le decisioni adottate ieri dal Consiglio di amministrazione, l’assemblea dei giornalisti ha deciso a larghissima maggioranza di far rientrare lo sciopero che da sabato scorso ha bloccato la pubblicazione del quotidiano. Tornerà in edicola domani. Lo ha comunicato il Comitato di redazione del giornale durante l’assemblea dei giornalisti dell’agenzia Radiocor.

Le Rappresentanze sindacali unitarie hanno proclamato per mercoledì uno sciopero dei dipendenti del gruppo finalizzato anche sul prossimo aumento di capitale.

Franco Moscetti, amministratore delegato del Sole 24 ore, ritiene che: “sarebbe preferibile individuare una persona che non ha mai lavorato per il Gruppo Sole 24 Ore a nessun titolo”. Per il momento è difficile indicare i tempi per la sostituzione del Direttore Roberto Napoletano che è stato messo in aspettativa senza stipendio per sei mesi. Il Cda dovrà individuare il profilo giusto per il nuovo direttore previo colloqui con i possibili candidati per poter fare le “valutazioni del caso”. Le decisioni adottate dal Cda sono state tutte approvate all’unanimità nel pieno rispetto delle norme giuridiche tenendo conto del contratto nazionale dei giornalisti da rispettare.

Sempre secondo l’amministratore delegato, l’aumento di capitale per il Gruppo si dovrebbe collocare per un importo più vicino a cinquanta milioni che a cento. L’aumento di capitale dovrebbe essere deliberato nel prossimo mese di aprile, mentre nel prossimo Cda di giovedì prossimo verrà probabilmente rinviato l’esame dei conti del 2016. Moscetti ha anche detto: “ per le ultime vicende non ho fatto in tempo per parlare con le banche e serve il loro supporto al piano”. Con riferimento alla conversione del debito in equity, l’Ad ha affermato: “Potrei anche proporlo, ma le banche non accetterebbero mai”. Invece, conterebbe sul prolungamento dello ‘stand still’, con la consapevolezza di poter andare incontro a maggiori interessi.

Oggi a Piazza Affari, il titolo è tornato agli scambi con un forte rialzo del 12%. Ha influito il ritorno del quotidiano in edicola e la decisione assunta dal Cda di affidare la direzione a Guido Gentile (vice di Roberto Napoletano che attualmente è collocato in aspettativa non retribuita).

Inoltre, il Cda del gruppo editoriale di Confindustria ha dato mandato all’amministratore delegato di “porre in essere le più opportune iniziative e azioni in ogni competente sede, a tutela dell’immagine e degli interessi della Società, anche in relazione agli sviluppi dell’indagine dell’Autorità Giudiziaria in corso”.

Lo scandalo del ‘Sole 24 Ore’ coinvolge non solo la Confindustria, ma anche il nostro Paese.

Non possiamo dimenticare che si tratta del quotidiano considerato una “chiave di volta” del sistema del paese, il giornale economico e finanziario che per decenni dalle sue pagine ha indicato (spesso con supponenza cattedratica) la strada della correttezza economica, delle regole, del bene comune, e che oggi si ritrova al centro di una sorta di “scandalo delle tre carte”. Parliamo della crisi del Sole24Ore. In verità si tratta della punta di un iceberg del declino di Confindustria e più in generale del capitalismo italiano, o meglio di una crisi che fa emergere nuovi rapporti e la marginalizzazione del settore del business.

In un famoso numero titolato (a nove colonne) Fate presto, scriveva il direttore Roberto Napoletano, richiamandosi alla lezione di Pertini, Einaudi, Ciampi e Giorgio Napolitano: “Cari deputati e cari senatori, cade sulle vostre spalle la responsabilità politica (dico politica) di garantire all’Italia un governo di emergenza guidato da uomini credibili che sappiano dare all’Italia e agli italiani la cura necessaria ma sappiano imporre anche al mondo il rispetto e la fiducia nell’Italia”. Poi arrivò l’auspicio di altri governi di emergenza, la retorica della stabilità, all’insegna del rigorismo europeo mentre nel paese il “boom” dei Cinque Stelle non evocava affatto l’altro “boom”, ovvero il miracolo economico degli anni Cinquanta, fino a Renzi e al Sì al referendum, diventata la crociata del presidente di Confindustria Boccia, con tanto di previsioni apocalittiche del centro studi in caso di vittoria del No.

Più che una linea fondata su una visione del paese, si potrebbe configurare la posizione di una lobby, che nel rapporto con la politica cerca di coprire la propria fragilità. La fragilità di un capitalismo con poche idee, progetti, capacità di rischio e di innovazione. Una lobby che cozza col dinamismo rimasto nelle associazioni territoriali degli industriali che, proprio mentre Boccia era impegnato nella sua campagna per il Sì, firmavano il nuovo contratto dei metalmeccanici con Landini. “Padroni” duri, si sarebbe detto una volta, come nel caso di Assolombarda, ma più concentrati sulle fabbriche che sulle compensazioni ministeriali. “Confindustria? È desaparecida” ha detto qualche giorno fa il segretario della Cgil Susanna Camusso. Perché, oltre alla cortesia col governo di turno, si è sostanzialmente eclissata dal dibattito pubblico, dalla crisi delle banche all’assalto di Vivendi a Mediaset e, soprattutto, alla crisi industriale del paese.

Lo scandalo editorial-finanziario si inserisce in questa scomparsa di ruolo. Il Sole-24 Ore, fiore all’occhiello e principale posta del bilancio di Confindustria (circa un quarto), ha manipolato per anni i bilanci, come era facile osservare per chi si fosse soffermato sul fatto che le vendite schizzavano verso l’alto, mentre i ricavi scendevano. Il tutto nel silenzio di presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati, direttori sfiduciati, assemblee. E in tutti questi anni hanno taciuto le Marcegaglia, i Montezemolo, il vecchio padre nobile Abete, quelli per i quali Gianni Agnelli inventò la definizione di “professionisti della Confindustria”. Proprio mentre, da consumati “professionisti” della politica gli stessi hanno occupato (grazie al rapporto con la stanza dei bottoni) le postazioni chiave, come Montezemolo (Alitalia, UniCredit, etc…) ed Emma Marcegaglia all’Eni, all’ombra di quel conflitto di interessi che già avvolse la sua presidenza di Confindustria, come emerge dalle inchieste che la riguardano.

La retorica sulla crisi di rappresentanza “sindacale”, amplificata dallo spostamento di ciò che resta del voto operaio a destra negli anni Novanta (i famosi iscritti alla Cgil che votano Lega ed i Cinque Stelle), col rifiuto della rappresentanza sindacale ed il voto “contro” ha coperto una analoga, e altrettanto profonda crisi di rappresentanza di Confindustria, che non solo non è più quella di un tempo, ma è una associazione in crisi con un capitalismo in crisi. Dopo la fase della concertazione e del grande patto per entrare in Europa, e dopo la “svolta” liberista di D’Amato, la Confindustria si è rintanata nel fare lobby, più che nel fare “sistema”. Nel frattempo, la struttura imprenditoriale entrava in difficoltà in un mondo globalizzato. Nel frattempo Marchionne ed altri imprenditori percorrono la via della esternalizzazione della produzione per aumentare gli utili.

Il Sole era il fiore all’occhiello, la prova di una classe imprenditoriale che sente di poter dare lezioni, anche nell’industria editoriale, a differenza delle analoghe associazioni di categoria europee che non hanno un quotidiano come in Francia ed in Germania. Adesso si scopre che da molto tempo il fiore non sta più nell’occhiello e rischia di far cadere il suo presidente, che fino all’ultimo ha difeso il direttore uscente e Confindustria, come si mormora dietro le quinte.

In questa storia c’è la perdita del ruolo che si attribuisce alle elite ed al rapporto con il reale. Quante volte nelle redazioni e non solo si è detto: “certo che è vera questa cosa, lo dice il Sole”. Adesso si assiste alla “perdita della credibilità”.

Non dovremmo stupirci se il Movimento 5 Stelle potrebbe proporre l’abolizione della Confindustria o di non leggere più quel giornale rilanciando una succulenta propaganda populista. Non si tratta solo dello scandalo di quattro furbetti, ma della crisi dell’elite mediatica.

Emerge l’immagine di un Paese divorato dalla illegalità, ai primi posti per corruzione, tra gli ultimi per libertà di stampa: due facce della stessa medaglia.

Nei giorni scorsi, dopo circostanziate denunce di Adusbef alla Consob (1 giugno 2016) ed alla magistratura, interrogazioni parlamentari del M5S alla Camera dei Deputati, (primo firmatario Daniele Pesco, addirittura minacciato di denuncia dal direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano), la Procura della Repubblica di Milano, ha inviato il nucleo speciale di Polizia valutaria della Gdf, guidata dal colonnello Gabriele Procucci, ad eseguire 4 decreti di perquisizione disposti dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dal sostituto Gaetano Ruta, sui conti del gruppo Sole 24 Ore, che vede 10 persone indagate per false comunicazioni sociali e appropriazione indebita da circa 3 milioni di euro, per una presunta fittizia sottoscrizione di decine di migliaia di abbonamenti digitali.

Le perquisizioni, della Guardia di finanza, nei confronti di Benito Benedini, ex presidente del Gruppo editoriale, Donatella Treu, ex amministratore delegato, Roberto Napoletano, direttore del quotidiano economico, disposte per il reato di false comunicazioni sociali e falso in bilancio, mentre altri dirigenti del gruppo e di società partner, sono indagati invece con l’accusa di appropriazione indebita, compresa la società Di Source Limited, che avrebbe ‘gonfiato’ gli abbonamenti digitali.

L’ultima semestrale del Gruppo si è chiusa con un buco di 50 milioni, il valore delle azioni è crollato a picco attorno a 30 centesimi, portando in sette anni ad una perdita del 95 per cento del valore, con il sospetto avanzato negli esposti di Adusbef, negli atti di sindacato ispettivo del M5S e di alcuni giornalisti a schiena dritta del Sole 24 Ore come Nicola Borzi e del cdr, che almeno a partire dal 2012, i dati di diffusione del quotidiano siano stati gonfiati, anche con la finalità di falsare il mercato della raccolta pubblicitaria, tramite acquisti fittizi di oltre 100mila abbonamenti digitali, che sarebbero stati effettuati da società riconducibili a manager ed ex manager del gruppo, fra cui l’anonima britannica Di Source Limited.

Il direttore del Sole 24 Ore, Radio24 e Radiocor Roberto Napoletano, già sfiduciato dalla sua redazione il 4 ottobre 2016 con l’apertura dell’inchiesta della Procura contro ignoti, con l’assemblea dei giornalisti che gli aveva negato il rinnovo della fiducia, (3 giornalisti su 4, il 74,4% che si erano espressi contro la sua gestione), rimasto in sella per la strenua difesa del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, raggiunto da un avviso di garanzia per false comunicazioni al mercato il 10 marzo 2017, invece di dimettersi, ha chiesto al CDA di autosospendersi, nonostante i giornalisti del Sole avessero votato al 90% uno sciopero ad oltranza, fino a quando Napoletano non si dimette o venga dimissionato.

Il presidente di Confindustria Boccia, avrebbe accettato l’autosospensione del direttore Napoletano con affidamento del giornale ad interim al vicedirettore Alberto Orioli, che non è servito a fermare lo sciopero dei giornalisti, che hanno ribadito in una lettera appello la loro richiesta per: “restituire dignità e prestigio a una testata la cui credibilità è stata drammaticamente compromessa da mesi a questa parte, la cui reputazione non può essere ulteriormente legata alla sorte di chi si trova indagato per un reato assai grave”.

Ed a fronte all’appello del comitato di redazione, di ‘essere stati costretti allo sciopero ad oltranza, dopo avere chiesto da tempo un cambiamento in totale discontinuità, ed espresso ‘enorme amarezza per essere arrivati sino a questo punto’, suona stonata la sicumera del direttore che continua a sentirsi fortissimo, con diversi giornalisti del Sole che sostengono di avergli sentito dire: “Se cado io cade anche Boccia”. Cosa c’è dietro questa frase? Non è arrivato il momento di restituire ai giornalisti del quotidiano economico, che assieme ai poligrafici devono affrontare gravi sacrifici ed un piano di lacrime e sangue, per precise responsabilità di una gestione economica ed editoriale rovinosa, un direttore di cui abbiano piena fiducia ?

Basta scorrere i bilanci del Sole 24 Ore per capire che sono forse falsi (questo lo sta già verificando la procura della Repubblica di Milano), sicuramente fantasiosi. È l’unico giornale che è riuscito a dichiarare di non sapere esattamente quante copie vende, l’unico che è riuscito a far schizzare le vendite e a far crollare i ricavi. Contemporaneamente. Veri maghi. Tutti sapevano tutto. Non solo per i bilanci ma anche perché da anni si susseguono gli esposti al collegio sindacale e alla Consob. È datato 11 maggio 2010 l’esposto firmato da quattro giornalisti del Sole 24 Ore (Donatella Stasio, Nicola Borzi, Alessandro Galimberti, Giovanni Negri) che si sono spesi personalmente per denunciare le imprese dei loro blasonati editori. In quell’esposto c’è di tutto.

Esemplare il caso della Gpp, società editoriale di cui il gruppo Telecom Italia si libera nel 2004 perché va male. La vende per 14,6 milioni al fondo Wyse Equity che fa capo alla De Agostini. Ed ecco che nel 2006 arriva il Sole 24 Ore, che fa uno shopping forsennato per risultare più grande e più bello in vista della quotazione in Borsa. Compra dalla Wyse la Gpp per 40 milioni di euro. In quel momento, sottolineano i quattro giornalisti, la società Kpmg risulta essere impegnata nella revisione dei bilanci della società venditrice, della compratrice e della compravenduta, ma è anche incaricata dal Sole 24 Ore della due diligence (verifica del valore) della Gpp. La Consob non fiata. Nel frattempo nell’azionariato della Gpp sono entrati con il 10 per cento misteriosi soci “lussemburghesi” che dalla vendita incassano 4 milioni senza fatica, e benché Il Sole sia una società quotata nessuno sa chi siano i fortunati. Miracolo: in due anni una società triplica il suo valore producendo perdite. A fine 2009, prendendo atto che la Gpp in nove anni di vita ha accumulato quasi 40 milioni di perdita (10 dei quali nell’ultimo anno), il cda del Sole 24 Ore decide di svalutare di 14 milioni la partecipazione e poi di fonderla nella capogruppo. Galbraith avrebbe detto: “da veri maestri dell’economia della truffa”.

I bilanci parlano chiaro. Il 6 dicembre 2007, giorno della quotazione, Il Sole 24 Ore valeva in Borsa 750 milioni, oggi ne vale 51; aveva 347 milioni di patrimonio netto (capitale e riserve), oggi ne ha 28 milioni; aveva una posizione finanziaria netta, cioè soldi in cassa, di 149 milioni, oggi ce l’ha negativa, cioè ha debiti netti per 30 milioni. Sommando grossolanamente, si sono volatilizzati 1,2 miliardi. Soldi principalmente della Confindustria di cui oggi le aziende associate non sanno a chi chiedere conto. I presidenti che si sono succeduti in questi anni (Luca Montezemolo, Emma Marcegaglia, Giorgio Squinzi) sembrano non essersi accorti di nulla, e sono quelli che vorrebbero insegnare ai politici come si gestisce un Paese.

Letto l’esposto dei quattro giornalisti del Sole 24 Ore, l’allora presidente della Consob Lamberto Cardia non ha fatto una piega. Impassibili anche i consiglieri d’amministrazione del Sole che l’hanno ricevuto: tra loro il presidente Giancarlo Cerutti, produttore di macchine per la stampa, azionista e consigliere di Mediobanca quando la banca d’affari ha curato la quotazione in Borsa del Sole 24 Ore (ma forse nel 2007 in Confindustria non conoscevano ancora i conflitti d’interesse); e poi c’era Luigi Abete, tipografo e banchiere; c’era Francesco Caio, oggi alla guida delle Poste, allora (dicono) autore di una lettera di fuoco ai vertici della società seguita da silenziose dimissioni. E chi altro avrebbe letto l’esposto dei quattro giornalisti? C’era Piero Gnudi, il commercialista d’oro, l’uomo che sussurrava al ministro Federica Guidi e adesso sta salvando l’Ilva, sicuramente con lo stesso rigore con cui ha amministrato Il Sole 24 Ore; Antonello Montante, il fedelissimo di Emma Marcegaglia, campione dell’antimafia in Sicilia fino al giorno in cui è stato indagato per mafia; Giampaolo Galli, allora direttore generale della Confindustria, in seguito nominato da Pierluigi Bersani a Montecitorio ma renziano il giorno dopo. Tutti si sono voltati dall’altra parte. Così questa classe dirigente manda a picco l’economia: sa tutto, sente, vede, alza gli occhi al cielo, sospira, butta la polvere sotto il tappeto, spera che passi e aspetta per lasciare i problemi al successore. I nostri industriali spesso si distinguono quando devono licenziare i loro dipendenti e con i sindacati per recitare i predicozzi sulla responsabilità dell’impresa, sull’uomo solo al comando, sulla tragica solitudine del decidere per tutti, licenziare alcuni per salvare gli altri, lo faccio per i vostri figli, sulle notti insonni trascorse nel farsi carico della responsabilità.

Il presidente della Confindustria Montezemolo affidò la società per la quotazione a un manager formidabile, Claudio Calabi, che ha già guidato la Rcs-Corriere della Sera, dunque ha la giusta esperienza editoriale. Anche troppa: nel 2000, mentre con Rcs comprava in Francia la casa editrice Flammarion, Calabi fece un insider trading da manuale, comprando azioni Flammarion a 37-42 euro e rivendendole a 78 euro venti giorni dopo. Un guadagnuccio da 365 mila euro per arrotondare, forse lo pagavano poco. Fatto sta che la Cob (la Consob francese) lo beccò subito, e il presidente della Rcs Cesare Romiti lo mise alla porta in 48 ore. Nessun giornale scrisse una riga. Montezemolo però sapeva tutto e, forse per solidarietà (anche lui fu cacciato da Romiti perché chiedeva soldi per propiziare incontri con l’avvocato Agnelli) decise che Calabi era l’uomo giusto per portare in Borsa ‘Il Sole’, e in particolare per fare lo shopping di aziende con cui gonfiare il prodotto da piazzare agli investitori. Il clima di rigore imposto da Montezemolo si riconosce da lontano. Quando designa il cda che dovrà accompagnare Calabi verso l’esaltante sfida del mercato sceglie fior di imprenditori con un criterio preso di peso dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith: “Quattro rappresentanti delle associazioni territoriali degli industriali del Nord, due del Centro, uno del Sud e due delle categorie”. Calvinismo puro, animal spirits allo stato brado. Tra i prescelti Abete, mai più uscito dal cda del ‘Sole’ e oggi vicepresidente nonché presidente in pectore; Matteo Colaninno, oggi deputato Pd; Maurizio Beretta, allora direttore generale della Confindustria, oggi dirigente di Unicredit e presidente della Lega Calcio.

Di quel collocamento in Borsa restano memorabili almeno due notazioni del presidente dell’Adusbef Elio Lannutti, oggi promotore dell’inchiesta giudiziaria con i suoi esposti alla Consob e alla procura di Milano, affidate a un’interrogazione del 2011. La prima: “Morgan Stanley, una delle più importanti banche d’affari del mondo, sostenne che per rendere attraente il titolo sarebbe necessario collocarlo a un prezzo vicino ai 4 euro: sarà poi quotato a 5,75 euro”. La seconda: l’utilizzo della famigerata clausola detta claw back (per non far capire che cos’è). Montezemolo disse che il collocamento era diretto principalmente agli investitori istituzionali, cui era riservato l’80 per cento delle azioni offerte. Invece all’ultimo momento, visto che gli istituzionali si erano ben guardati dal prenotare un prodotto che conoscevano bene, gli amici di Mediobanca ficcarono più della metà delle azioni nelle tasche del cosiddetto retail, come i banchieri chiamano i poveri fessi. Questa truffa della buona fede dei risparmiatori se la chiami claw back fa tutt’altro effetto.

Dal giorno della quotazione è stata una sarabanda di bugie, riassumibili in questi dati: nel 2008 Il Sole ha dichiarato in bilancio di aver diffuso (tra carta e digitale) 335 mila copie al giorno incassando 207 milioni; nel 2015 le copie sono salite a 375 mila e i ricavi sono scesi a 144 milioni.

All’assemblea dei 23 aprile 2012 l’azionista Giovanni Esposito chiese come mai le copie salivano e i ricavi scendevano nonostante l’aumento del prezzo a 1,50 euro che da solo avrebbe dovuto comportare almeno un 20 per cento di incremento delle entrate. Memorabile la risposta del presidente Cerutti: i dati diffusionali sono forniti dall’Ads (Accertamento diffusione stampa), quindi “se il signor Esposito è soddisfatto della risposta siamo contenti altrimenti non possiamo farci nulla”. Alcuni mesi prima la stessa Ads aveva cancellato dai conteggi del Sole 109 mila copie digitali perché ritenute fasulle. Molte di queste risultano acquistate dalla misteriosa società londinese Di Source, sulla quale si stanno per accendere i fari della magistratura, sulla scorta di due dettagliati esposti presentati nei giorni scorsi alla Consob dal giornalista Nicola Borzi.

Lo scandalo Confindustria potrebbe essere solo all’inizio.

Salvatore Rondello

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