martedì, 25 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Vertice Ue, ora lo Scudo
di Tarantelli per il lavoro
Pubblicato il 20-03-2017


«Hanno ucciso Tarantelli!». Dal salone delle telescriventi dell’’Avanti!’, dove un tempo arrivavano le agenzie stampa su carta, partì un grido lacerante. Mi si gelò il sangue. Dissi dentro di me: «Non è possibile!». Invece era vero. Le Brigate Rosse avevano ucciso Ezio Tarantelli all’Università di Roma. Stava partendo con la sua macchina parcheggiata accanto alla facoltà di Economia, in quelle aule insegnava politica economica. Una domanda improvvisa: «È lei il professor Tarantelli?». Venti proiettili di una mitraglietta Skorpion, l’arma preferita dai brigatisti rossi, lo falciò in un attimo. Aveva appena 43 anni, lasciava una moglie, un figlio piccolo di 13 anni, tanti amici e le sue idee di incisivo riformista.
Era il 27 marzo 1985, una bellissima giornata di sole, un cielo blu illuminava Roma. Nella redazione dell’’Avanti!’ in via Tomacelli era in corso la consueta riunione di redazione con il direttore Ugo Intini per impostare il giornale. Quasi tutta la prima pagina fu dedicata a Tarantelli. Io ero un giovane redattore di 30 anni, lavoravo al servizio sindacale guidato da Giorgio Lauzi e Sandro Sabbatini, due giornalisti fuoriclasse. Proposi di scrivere un pezzo sul lavoro e sull’uomo Tarantelli. Mi dissero subito sì.
Conoscevo molto bene Ezio, era un mio amico. Era una persona simpatica, mite e determinata, mi affascinava. Era un coraggioso riformista che voleva cambiare il mondo, non sopportava le ipocrisie e le comode convenienze. Aveva proposto il Patto anti inflazione, il meccanismo per combattere l’inflazione che in Italia viaggiava ad un ritmo di oltre il 20% l’anno, divorando il potere d’acquisto dei salari e mettendo fuori mercato i prodotti italiani. L’idea geniale gli venne mentre tornava in aereo a Roma da Boston, dove aveva tenuto un corso di economia. Era la vigilia di Natale del 1980 e in aereo si stava arrovellando sul problema. Raccontò: «Improvvisamente a metà viaggio mi si accese la lampadina. Il rebus era risolto: per far sì che i salari seguissero i prezzi nel loro cammino in discesa bastava collegare la scala mobile all’inflazione futura invece che a quella passata».
Inventò il sistema per impedire la rincorsa tra prezzi e salari causa di travolgente inflazione. In sintesi: gli scatti della scala mobile erano pagati in base all’”inflazione programmata” per ogni anno. Le tariffe pubbliche erano congelate e se l’inflazione avesse superato quella fissata, era previsto un conguaglio salariale. I sindacati, in un primo tempo, appoggiarono compattamente il progetto. Anche Luciano Lama, comunista, segretario generale della Cgil, la giudicò “una proposta sensata”. Ma poi il segretario del Pci Enrico Berlinguer alzò le barricate. Lama fece marcia indietro. Il Patto anti inflazione spaccò il sindacato. Alla fine fu siglato solo da Pierre Carniti, Cisl, Giorgio Benvenuto, Uil, Ottaviano Del Turco, socialista, numero due della Cgil, che era succeduto ad Agostino Marianetti (tra i più convinti sostenitori del progetto).
Così arrivò il cosiddetto “decreto di San Valentino”. Il governo Craxi il 14 febbraio 1984 accolse i contenuti dell’accordo sindacale in un decreto legge approvato poi dal Parlamento dopo una durissima battaglia con l’opposizione comunista. Berlinguer propose un referendum contro il decreto e contro il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi. Ma perse la battaglia: il 10 giugno 1985 i “sì” prevalsero sui “no” nel referendum.
Tarantelli non vide mai la vittoria del referendum. Fu assassinato il 27 marzo 1985, 32 anni fa. Morì perché aveva osato infrangere il tabù dell’intangibilità della scala mobile. Per i brigatisti rossi, e per tanti a sinistra, era un traditore perché era un deciso riformista.
Sapeva di rischiare la vita. Io andavo spesso a trovarlo in via dei Villini, nella sede del centro studi della Cisl di Pierre Carniti che dirigeva. Pochi giorni prima di essere ucciso, mi disse: «È possibile che qualche ragazzotto mi spari». Qualche mese prima le Br avevano già gambizzato Gino Giugni, socialista, professore di diritto del lavoro all’Università di Roma, uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Quando io lo esortavo alla prudenza, Ezio mi rispondeva: «Noi riformisti dobbiamo avere il coraggio del riformismo se vogliamo cambiare la società».
Ezio era una mente vulcanica. Dopo il Patto anti inflazione, lanciò anche un’altra proposta rivoluzionaria: lo Scudo europeo contro la disoccupazione. Gli feci anche una intervista per l’’Avanti!’. Il suo ragionamento era semplice ed affascinante: se l’Europa vuole avere un futuro non deve essere solo una comunità della finanza e dell’economia, deve occuparsi del problema del lavoro. Così lanciò la proposta di varare un fondo comune europeo in Ecu (l’allora l’unità di conto monetaria) per investire nell’innovazione, nella formazione e in attività ad alto tasso di occupazione. Ma l’idea rimase lettera morta.
Tarantelli fu incredibilmente preveggente: oggi il problema dell’Unione europea, a trent’anni dalla sua morte, non è più l’inflazione, ma proprio la disoccupazione oltre alla deflazione. Il 25 marzo si festeggiano i 60 anni dei trattati di Roma, firmati in Campidoglio nel 1957 per dare vita alla Cee (Comunità economica europea) tra i sei paesi pionieri dell’unità del vecchio continente. Sarebbe bello, sarebbe una scelta vincente se si riprendesse la proposta di Ezio Tarantelli dello Scudo europeo contro la disoccupazione.
Si darebbe battaglia a un tragico problema reale, a una gravissima piaga sociale. Si restituirebbe fiducia agli europei delusi dall’euro, impoveriti dalla Grande recessione internazionale del 2008 e dalla globalizzazione. Questa è una strada per combattere pericolosi razzismi, nazionalismi, populismi di destra e di sinistra. La proposta la mettiamo sul tavolo del vertice dei 27 paesi componenti la Ue, che proprio nella riunione celebrativa nella capitale italiana cercano di rilanciare l’ideale di unità, dopo il drammatico addio della Gran Bretagna pronunciato con il referendum del 23 giugno 2016. Speriamo che non si parli ancora una volta solo di finanza e si rinvii la discussione sull’occupazione.

Rodolfo Ruocco

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