venerdì, 28 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Chiuse le urne nei circoli. Il Pd verso le primarie
Pubblicato il 03-04-2017


candidati pdChiuse le urne nei circoli, si fa la conta dei voti degli iscritti al Pd. Il dato finale parla di 266.726 votanti, pari al 59,29% dei 449.852 iscritti. Un’affluenza superiore al precedente congresso del Pd, nel 2013, in cui aveva votato il 55,34% degli iscritti. “La partecipazione è stata maggiore – commenta il presidente dem Matteo Orfini – anche se in percentuale questa volta avevamo meno iscritti. Il dato è stato piuttosto omogeneo in tutta Italia, non ci sono state contestazioni particolari. Direi che il bilancio è positivo”.

Ma dietro i dati ufficiali è ancora guerra di cifre dentro il Pd. Se non vi sono dubbi che Renzi tenga saldamente il comando nella corsa a tre per la segreteria, le percentuali ballano a seconda della fonte di riferimento. E balla, soprattutto, il dato dell’affluenza. L’ex premier, stando alla sua mozione, sarebbe vicino al 70%, staccando nettamente Andrea Orlando (che avrebbe il 25% circa) e Michele Emiliano, al quale viene attribuito un risultato intorno al 6,5%, in grado di farlo restare dunque in gara. Dati che i renziani registrano con molta soddisfazione, giudicandoli un risultato incredibile, un vero trionfo. Dati che, pur mantenendo inalterati classifica e distacchi, sono stati contestati dalle altre due mozioni che nel corso della giornata sono giunte a quotare l’ex premier al 62% e il governatore pugliese all’8%, ben oltre la soglia necessaria per andare ai gazebo. A porre fine al rincorrersi di percentuali, a volte dettate piu’ da entusiasmi e scaramanzie che da rilevazioni reali, ci prova in tarda serata l’organizzazione del Pd che, “ufficializza” – a votazioni in corso – i risultati in proiezione: con i dati raccolti dall’organizzazione del Partito che coprono circa 4mila circoli – recita la nota del Nazareno – le tre mozioni hanno ottenuto: Matteo Renzi 68,22% (141.245 voti) – Andrea Orlando 25,42% (52.630 voti) – Michele Emiliano 6,36% (13.168), per una somma totale di voti validi pari a 207.043″.

Altro terreno di scontro tra i tre aspiranti candidati alle primarie è quello dell’affluenza. “L’affluenza al voto degli iscritti al partito per i congressi scrutinati – annuncia il Pd – è del 58,1%, che propone una proiezione finale di votanti compresa tra 235mila e 255mila”. Ma non c’e’ nulla da fare. In netto contrasto con i dati che i comitati di Emiliano e Orlando hanno snocciolato per tutta la giornata, giunge in tarda serata la secca presa di posizione della mozione del Guardasigilli che giudica “non convincenti” le proiezioni Pd quotando l’affluenza ai congressi intorno ai 200.000 votanti e ritoccando vistosamente le percentuali dei tre candidati: Orlando al 29,6%, Renzi al 62,4% ed Emiliano all’8%. Tra l’altro proprio oggi arriva per il governatore pugliese una nuova grana. Infatti la Procura generale della Cassazione ha rivolto una nuova contestazione al governatore della Puglia nell’ambito del procedimento disciplinare a suo carico davanti al Csm.

Se ai fini dell’accesso ai gazebo la lite può considerarsi marginale, altrettanto non si può fare con i dati della partecipazione che hanno una valenza tutta politica. E su questo Orlando recapita un messaggio ben preciso a tutto il Pd in vista delle primarie aperte del 30 aprile: “Mi auguro che quel giorno votino oltre 2 milioni di persone perché sotto questa soglia sarebbe un colpo per tutto il partito”.

Solo dopo la che il Pd avrà scelto il proprio segretario inizierà la vera battaglia sulla legge elettorale. Ma, nell’attesa, le polemiche tra le varie forze politiche non accennano a diminuire. A rigettare la palla in campo ‘avversario’ ci pensano i renziani che con Maria Elena Boschi fanno intendere di voler restare alla finestra in attesa che siano altri a prendere l’iniziativa: “Il Parlamento sta discutendo e mi auguro faccia una proposta”. E dopo i tanti no ricevuti (sul Mattarellum e sull’estensione dell’Italicum al Senato) ora Boschi chiede che “siano altri a fare una proposta”. Trovare però un punto di caduta non è affatto semplice soprattutto perché nessuno vuole scoprire ora le proprie carte, al massimo, ci si limita a delineare i contorni della nuova legge. Argomento che comunque divide coloro che insistono su un sistema maggioritario, come ad esempio Maurizio Martina che punta sulla necessità di “introdurre correttivi maggioritari evitare l’ingovernabilità e un sistema iper-proporzionale”, e chi come Silvio Berlusconi è su tesi opposte. Il leader di Forza Italia aspetterà l’esito della corsa alla guida del Pd prima di riprendere seriamente in mano il “dossier”, ma su un punto non è disposto a scendere a compromessi: la nuova legge per tornare alle urne deve tenere conto di una situazione tripolare. Il Cavaliere apre al “confronto” con i Dem a patto che non si rimetta sul tavolo l’idea di tornare al Mattarellum: “In quel caso – dice in un’intervista al Mattino – il dialogo viene meno”.

Chi boccia invece l’idea di un’estensione dell’Italicum a palazzo Madama è il Guardasigilli Andrea Orlando: “Io auspico da tempo un premio alla lista, ma sarebbe meglio non discutere di modelli ma di punti, come quelli dei collegi e del premio di governabilità. Evitiamo in tutti casi di andare a votare con questa”. La convinzione dello sfidante di Renzi è che debba essere il suo partito ad assumere l’iniziativa ma “non succede perché il congresso pesa e perché una parte del Pd vuole difendere capilista bloccati”.

Non ci va leggero il senatore del Pd Vannino Chiti che parla di “irresponsabilit” e “arroganza”. “Dalle ripetute e autorevoli dichiarazioni dei sostenitori della mozione Renzi – ieri Richetti, oggi Martina – appare chiaro che per la legge elettorale si intende mettere sullo stesso piano Mattarellum e Italicum. Il che ha un significato chiaro, visti i numeri in parlamento: estensione dell’Italicum anche al Senato”. “Cioè non collegi uninominali – aggiunge – scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti, premio di governabilità, ma estensione dei capilista bloccati, obbligo di un governo con la destra o impossibilità di formare governi. Con altrettanta chiarezza sarà bene sapere che questa strada porterebbe ad una nuova e più profonda rottura nel Pd”.

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