sabato, 27 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Considerazioni politiche
sulla crisi siriana
Pubblicato il 07-04-2017


Il bombardamento americano sulla base aerea siriana cambia certamente il quadro e quindi il corso della crisi siriana. Ma in quale direzione?
Qui gli scenari sono sostanzialmente tre. Quello della disfatta strategica di Assad con il suo accantonamento. Quello dell’inacerbimento del conflitto con una crisi nei rapporti tra Usa e Russia. E, infine, quello dell’avvio di un processo che porti alla generale cessazione delle ostilità, con l’accettazione tacita della divisione della Siria nelle attuali “sfere d’influenza”.
Allo stato sia la prima che la seconda appaiono abbastanza improbabili.
E’ vero. Il regime di Damasco ha subito una disfatta strategica. Ma questa riguarda il suo disegno di usare la violenza, ai limiti dello stragismo seriale, per “sconfiggere totalmente” i propri nemici riacquistano così il sostanziale controllo del paese. Certo, il bombardamento con armi chimiche appare, davanti a qualsiasi esame razionale, un errore moumentale, sino al punto di rendere plausibili (in omaggio al “cui prodest”) ipotesi di tipo complottistico. Pure, l’azione contro Idlib è perfettamente coerente con il “modus operandi” di Assad lungo tutto il corso della guerra civile, mentre l’ipotesi alternativa, quella del, per così dire, autobombardamento non sembra reggere l’evidenza dei fatti.

Ciò detto la reazione americana non è affatto l’inizio di una crociata del Bene contro il Male, come auspicato dai cultori occidentali dell’interventismo democratico o di nuove avventure imperialiste come denunciato, tra gli altri, dagli ammiratori delusi di Trump. I primi sono stati ancora una volta vittime della loro falsa coscienza, o, più esattamente dal doppio standard con cui hanno, da sempre, visto le vicende mediorientali; e non solo. Per molti mesi questi occhiuti difensori dei diritti umani, non si erano nemmeno accorti della nascita e dell’espansione fulminea dell’Isis: salvo ad urlare di raccapriccio alla vista del primo occidentale sgozzato. Oggi, queste anime belle guardano con orrore al video con i bambini; mentre rimangono del tutto indifferenti al fatto che diecine e diecine di migliaia di bambini yemeniti rischiano di morire di fame (la denuncia formale è dell’Organizzazione mondiale della sanità) perché i sauditi, con il consenso degli americani, bloccano nei porti l’arrivo dei soccorsi. I secondi, invece, possono stare tranquilli; perchè l’ipotesi del Settimo cavalleggeri per le vie di Damasco è del tutto improponibile, se non nell’ipotesi di una terza guerra mondiale. E anche perchè Assad e i suoi, diciamo così, collaboratori, non sono affatto disposti ad andarsene di loro spontaneo e magari con un salvacondotto Onu; questo perché sanno, per esperienza diretta, che il loro ritiro coinciderebbe con la distruzione, anche fisica dei gruppi etnico-religiosi e sociali da sempre nel mirino del fondamentalismo sunnita: alauiti, cristiani, militari, borghesia di stato, e non solo.

In quanto ai rapporti russo-americani l’insieme dei dati di cui disponiamo lascia pensare – con tutte le cautele del caso – che ci si avvii verso la normalizzazione. Vediamo perché.
Primo, i russi sono stati ampiamente preavvertiti del raid. Così da ritirare preventivamente il personale militare. Quanto bastava a Washington per affermare che Mosca non era in alcun modo coinvolta nella vicenda. Poi l’incontro, il primo dopo l’insediamento di Trump tra il suo ministro degli esteri e lo stesso Putin. Nelle more, la difesa d’ufficio all’Onu con l’opportuno richiamo al fatto che la Russia non consentirà alcuna strategia di “regime change” in Siria. Il tutto accompagnato da due codicilli significativi: primo, che l’iniziativa unilaterale Usa “rischia di” (“rischia di” NdR) peggiorare i rapporti reciproci”; secondo che il sostegno russo al regime siriano “non è incondizionato” (leggi che la Russia non intende sostenere le aspirazioni del regime alla vittoria totale). Per l’intanto si lavora al Consiglio di sicurezza per varare una risoluzione che non si scontri con il veto di Mosca.

Errori di conduzione, gesti male interpretati possono sempre ostacolare il processo o farlo deragliare. Ma dopo la mossa di Trump (che ricorda molto l’approocio di Reagan: fiato alle trombe contro i nemci della libertà; ma, al dunque, non si andrà al di là dell’invasione di Grenada), l’orizzonte che si apre è quello dettato dal realismo kissingeriano. Una normalizzazione senza sentimentalismi e/o illusioni dei rapporti tra l’Amministrazione e il Cremlino: nessuna crociata, mano nella mano, contro l’Islam e magari contro l’Europa di Bruxelles; ma nemmeno l’ossequio alle fantasie malate dei Blair e dei Clinton e degli interventisti democratici. E, per altro verso, la presa d’atto da parte di Putin dell’impossibilità di controllare e moderare, da solo, il suo alleato siriano.

In questo quadro non è certamente alle viste “la soluzione della crisi siriana”. Dovremo invece abituarci piano piano adapprezzare ciò che è possibile raggiungere. Leggi, il cessate il fuoco, in tutto il paese (accompagnato dalla liquidazione del Califfato e dall’allentamento della presa di Damasco sulla sua area d’influenza). Sarà la sgradevole presa di coscienza di una divisione che rischia di essere permanente? Certamente. Ma almeno la gente non sarà più ammazzata; e il diritto a non essere uccisi è, dopo tutto, il primo tra i diritti umani.

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