martedì, 23 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Dai che ci siamo. Biotestamento: un altro diritto dei socialisti
Pubblicato il 20-04-2017


Dopo le grandi battaglie targate Loris Fortuna (e Marco Pannella) degli anni settanta, e dopo la legge sulle unioni civili approvata anche grazie al governo Renzi, pur tuttavia senza quella stepchild adoption che esiste anche nella democristiana Germania, ma che ugualmente viene applicata poi dai tribunali, finalmente pare in dirittura d’arrivo la legge sul fine vita. Questo grazie ancora all’impegno di un socialista, anzi, di una socialista, Pia Locatelli, che ha coordinato il comitato interparlamentare sull’argomento e si é battuta per l’approvazione della legge. Si tratta, come nel caso delle unioni civili, della legge più moderata sulla scelta del fine vita, rispetto a quella prevalente nell’intera Europa dove, in diversi stati, esiste il diritto di scelta da garantire tout court che qui viene sbandierata come eutanasia, che in greco significa morte benefica. Una morte a fin di bene. Per evitare di vivere attanagliato dal dolore e dalla sofferenza psicologica e fisica.

Sia ben chiaro, non é oggi il momento di rilanciare, con la logica del più uno, la legge sulla cosiddetta eutanasia che il buon Cappato sostiene essere sostenuta dal 60 per cento degli italiani. E’ oggi il momento di sostenere questa buona legge che la Camera si appresta a votare grazie a una convergenza tra Pd, Cinque stelle, Si, Mdp e ovviamente socialisti, con Forza Italia che ha lasciato libertà di voto, mentre Lega, Fratelli d’Italia e Ap hanno dichiarato la loro contrarietà. Vedremo poi al Senato se la legge passerà e in che modo e se essa (ah quel referendum perso) dovrà poi tornare alla Camera per essere riapprovata. Resta il fatto che la nuova legge riprende i principi che stavano alla base delle rivendicazioni delle forze laiche già ai tempi del caso Englaro. Affida cioè alla volontà della persona non il diritto alla morte, ma quello di accettare o rifiutare le terapie (diritto peraltro già sancito in Costituzione), tutela, com’é giusto, la coscienza individuale dei medici, considera tra le terapie anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali (tema molto contrastato ai tempi del caso Englaro e dopo), assicura la sedazione continua profonda.

Sui muri di Roma un movimento integralista e in Parlamento qualche esponente in preda a convulsioni ideologiche gridavano alla legge eugenetica. Cioè a una legge volta al perfezionamento della specie attraverso strumenti artificiali, traduzione esatta del termine. Cosa c’entri una legge che assicura un diritto di scelta con una teoria imposta per tagliare i rami secchi di una razza risulta impossibile da comprendere. Ancora una volta gli integralisti intendono imporre una visione del mondo a tutti, scambiando anche nell’analisi, la libertà delle persone di poterla esercitare (compresa quella di coloro che vogliono vivere il dolore fino all’ultimo stadio) con una imposizione statalista. Ancora una volta viene proposta una visione della vita sganciata dalla potestà individuale.

La mia vita, per un non credente é così, appartiene a me, per un credente appartiene a un essere superiore. Lo stato laico deve garantire il rispetto di entrambe le convinzioni. Non può imporne una a tutti. Vecchio discorso che si ripropone oggi in termini perfino più limitati, visto che la legge prevede semplicemente, senza escludere il ruolo fondamentale del medico e della famiglia, il diritto di un malato terminale e senza alcuna speranza di riprendersi, mediante una dichiarazione anticipata, di scegliere se accettare o meno il cosiddetto accanimento terapeutico. O, come capita spesso, una vita solo vegetale. Dovrebbe essere un diritto acclarato e accolto senza riserve da tutti. Invece non é così. Pur garantendo il diritto all’obiezione dei medici, la legge deve essere applicata anche nelle strutture private, ovviamente. E qui é scattato il crucifige dei difensori dei diritti delle strutture sanitarie cattoliche. Ma vogliamo fare leggi che non si applicano a seconda dell’ispirazione dei loro fondatori e gestori? Sarebbe un caso nel panorama internazionale. Anche lì ci saranno medici laici o per essere assunti occorre un’adesione convinta a una religione? Suvvia, non siamo in Arabia Saudita….

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo all’ultimo capoverso, se non ne ho frainteso il senso, a me sembra che possa valere in generale, ossia in più di un settore, il principio che, anche sul piano legislativo, tra l’organizzazione del “pubblico” e quella del “privato”, ivi compreso il “reclutamento” del personale, possano o debbano valere talune differenze, e anche abbastanza sostanziali.

    Per fare un esempio e un parallelo, se può starci, qualora un Istituto scolastico privato intendesse sviluppare una determinata linea di insegnamento – che possa farla preferire a quella pubblica – dovrebbe, almeno in teoria, potersi avvalere di personale con una formazione che corrisponda all’indirizzo didattico prefigurato dall’Istituto stesso (e che gli conferisce specificità).

    Qualora, invece, si realizzi una sorta di equiparazione e omologazione tra pubblico e privato, non si vede come possa sostanziarsi nel concreto la libera scelta del cittadino utente, visto che le “opzioni” a sua disposizione vanno di fatto ad equivalere, e si viene conseguentemente a “svuotare” l’idea “liberale” di avere un sistema misto, pubblico e privato (idea che se non ricordo male mi pare esser nata in casa socialista, o comunque avervi trovato una buona accoglienza).

    Paolo B. 24.04.2017

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