domenica, 23 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Giancarlo Matteotti. “Acchiappa Nuvole”, ma lungimirante
Pubblicato il 07-04-2017


“Sei stato un uomo schietto, semplice, onesto e buono. Riposa in pace, dormi il sonno dei giusti perché tu sei un uomo giusto”. A pronunziare queste parole, il 17 maggio 2006, era l’on. Pietro Amendola, in occasione dei funerali dell’on. Giancarlo Matteotti, deceduto a Roma due giorni prima e appena trasportato a Fratta Polesine per esservi sepolto nella tomba di famiglia.

Fin dalla più giovane età Amendola apparteneva al PCI, ma da tempo era legato a Giancarlo da una amicizia che la frequenza alla Camera per moltissimi anni aveva reso estremamente salda e profonda.

Ambedue erano nati nel 1918, Giancarlo il 19 maggio, primo dei tre figli nati dal matrimonio di Giacomo Matteotti con Velia Titta (sorella diletta del grande baritono Titta Ruffo), celebrato a Roma nel gennaio del 1916, Pietro il 26 ottobre.

Pochi anni dopo si erano trovati accomunati dalla sventura. A 6 anni nel ’24, Giancarlo aveva perduto il padre Giacomo, assassinato il 10 giugno dai fascisti alla Quartarella, Pietro aveva perduto il padre Giovanni, leader dell’Unione Nazionale e prestigiosa figura di liberale, il 6 aprile del ’26, per le lesioni riportate a Montecatini in una aggressione di fascisti.

Giancarlo compì gli studi in un istituto privato di Roma, diversamente dal fratello Matteo, che frequentò invece il Liceo “Mamiani”, e dalla sorella Isabella. Aveva 20 anni quando, il 5 giugno del ’38, Velia morì ad appena 48 anni.

Sullo scorcio del ’43, appena iniziata la Resistenza contro i nazifascisti a Roma, assieme al fratello prese posizione e fece parte dell’Esecutivo di “Bandiera rossa”, una organizzazione nella quale militavano giovani poi passati al Partito Socialista. Cadde però nelle mani dei Tedeschi, ma riuscì a fuggire e tornò all’impegno tra i partigiani. Nel ’45, dopo la sconfitta dei nazifascisti su tutto il territorio nazionale, aderì ufficialmente al Partito Socialista e concorse all’attività propagandistica e organizzativa con la forza e l’entusiasmo dei suoi giovani anni.

Nel ’46 pubblicò per la Casa Editrice Avanti! un libro, “Il volto economico della dittatura fascista”, che venne apprezzato allora e ancora oggi, a 70 anni dalla stampa, si scorre con profitto per la ricchezza dei dati su cui si fondava e per la validità della tesi sostenuta.

Giancarlo Matteotti individuava le origini del fascismo nel processo di formazione del sistema economico nazionale. Il fascismo, egli scriveva, era “un fenomeno di proporzioni vaste e profonde”, strettamente legato a una catena di cause, di fatti, di conseguenze” che costituivano “il passato storico del nostro paese” ed avevano a loro base l’economia.

Con dovizia di dati seguiva la nascita e lo sviluppo del capitalismo in Italia, la formazione del proletariato e l’inizio della lotta sociale, l’avvento della dittatura, il rapporto tra borghesia e fascismo, la complicità dello stato, il delitto Matteotti, la costruzione dello stato fascista, l’appoggio al capitale privato, l’autarchia, la guerra e le sue disastrose conseguenze.

Nel giugno di quello stesso anno venne eletto all’Assemblea Costituente nel collegio di Verona. Col fratello Matteo, già segretario nazionale della FGS e dal ’46 come lui deputato, fu abbastanza attivo e seguì disciplinatamente l’attività parlamentare.

Tra le correnti che nascevano nel partito per la diversa interpretazione dei fatti politici ed economici interni e internazionali e ne agitavano sempre più la vita egli si collocò al centro, diversamente dal fratello Matteo che invece militava tra gli autonomisti di “Iniziativa socialista”. Per questo nel gennaio del ’47 non seguì quanti diedero vita al PSLI, inizialmente su posizioni di autonomia dai blocchi che si costituivano attorno all’URSS e agli USA e sempre più si contrapponevano in conseguenza della “guerra fredda” allora in corso.

Nel ’48 venne rieletto, sempre nel collegio di Verona, per il Fronte Democratico Popolare. L’esperienza elettorale del PSI nelle liste del FDP col PCI risultò, come è noto, assolutamente negativa per il PSI, indebolito per i postumi della scissione ancora abbastanza vivi, e gravemente ridimensionato nella rappresentanza parlamentare per l’inevitabile prevalenza della forte organizzazione comunista.

Nei contrasti che subito dopo si determinarono ai vari livelli egli fu ancora una volta coi centristi, che assunsero la guida del partito affidandone la segretaria ad Alberto Iacometti, con Giancarlo vice e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti!.

La gestione del partito risultò non facile, per la forte opposizione della sinistra interna, la povertà finanziaria che metteva a rischio la sopravvivenza dei due organi di stampa ”Avanti!” e “Socialismo”, la particolare posizione – fuori dai due blocchi – tenuta in quei mesi.

Nel luglio del ’49 la sinistra riprese la guida del partito, che si pose come obiettivo il rilancio del PSI, ma si impegnò a raggiungerlo con durezza di metodi, specie nel Sud, mutuando dal PCI un modello di organizzazione fondato sull’apparato onnipresente e spesso soffocante, gli stretti legami con l’URSS, ecc. che andando oltre gli obiettivi postisi dalla sinistra finirono per dare al PSI una veste assolutamente diversa da quella tradizionale, e lo fecero apparire quasi subordinato al PCI.

Giancarlo Matteotti, sempre fermo all’idea dell’autonomia e della specificità del socialismo, respinse nettamente questa linea. Egli lavorava allora a un libro, “Capitalismo e comunismo”, frutto di un suo viaggio in URSS, che venne pubblicato nel gennaio del ’51 dalla Garzanti. Ampiamente documentato, il libro focalizzava i campi di deportazione, i Gulag, di cui si era avuta conoscenza nei precedenti anni per pubblicazioni della Yale University Press, muoveva forti critiche alle tendenze militaristiche e alle enormi spese militari dell’URSS, ma anche alle differenze nei salari praticate in quel paese, in netto contrasto con i tanto decantati principi del comunismo. Dalla documentazione e dalle considerazioni fatte nel libro emergeva che “l’URSS non era il paese del socialismo”.

La reazione dei comunisti e di una parte del PSI fu molto violenta. Giancarlo venne considerato un provocatore e il 16 febbraio gli venne comminata la sospensione dal partito per sei mesi. Nell’accusa a lui rivolta si affermava che il libro riportava dati tratti da fonti antisovietiche e che era “infarcito di tesi in aperto contrasto con la dottrina, la politica, la tradizione del partito nei confronti della rivoluzione e dello stato sovietico”.

Nenni, che proprio allora nei suoi “Diari” definiva Giancarlo “acchiappa nuvole”, gliela comunicò, affermando che il libro costituiva “un falso che non merita(va) alcuna considerazione”.

In maggio Giancarlo Matteotti ritenne di non potere più oltre sostenere la posizione di un “mal tollerato” dal partito, e decise di aderire al PS(SIIS), più tardi divenuto PSDI. Nel’53 e ancora nel’58 venne rieletto alla Camera. Dal maggio del ’54 al gennaio del ’69 fece parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dal febbraio del ’62 al giugno del ’63 fu Sottosegretario nel IV Governo Fanfani.

Versato nelle questioni economiche e finanziarie, fu vice-presidente in diverse commissioni parlamentari. Collaborò anche con la stampa del partito, “l’Umanità”, “Voce socialista”, ecc. Dal ’63 al ’74 fece parte del Consiglio di amministrazione dell’ENI.

Si allontanò poi dalla politica attiva e visse appartato, fino a quando una lunga malattia lo portò alla morte, che giunse mentre era ricoverato nella clinica “Annunziatella” di Roma.

La stampa diede notizia del decesso con parole semplici, che riflettevano la personalità dell’ex parlamentare. Oggi Giancarlo Matteotti riposa nella tomba di famiglia a Fratta Polesine assieme al padre e agli altri familiari. A lui, come al grande Padre, a Matteo, Isabella, Velia, va il pensiero, sempre grato e riconoscente, dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

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