domenica, 23 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Habermas. Populismo e crisi della democrazia
Pubblicato il 11-04-2017


democraziaIl numero 2/2017 di ”Micromega” ospita una sezione interessante, dedicata ai problemi della crisi della democrazia nei Paesi di antica tradizione liberale, individuando nell’ascesa del populismo di destra la causa dell’inadeguata azione di contenimento dei partiti coi quali, sino ad anni recenti, era avvenuta la polarizzazione politica che consentiva di distinguere un’”agenda politica progressista da una conservatrice”. La sezione include un’intervista a Jürgen Habermas, dal titolo “La risposta democratica al populismo di destra”, nella quale il filosofo critica l’incapacità dei partiti democratici per l’inadeguatezza della loro risposta alle sfide populiste.
Quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il politologo americano Francis Fukuyama lanciò l’idea di una presunta “fine della storia”, quasi che il mondo si fosse assolutizzato nella democrazia e nell’economia di mercato, egli in realtà – afferma Habermas – “dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale dell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato”, dimenticando che questi due elementi, pur plasmando “la dinamica della “modernizzazione sociale, sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente ad entrare in conflitto”.
Gli “imperativi funzionali” dei quali parla Habermas evocano l’organizzazione del sistema sociale secondo la prospettiva del sociologo americano Talcott Parsons, secondo il quale ogni società, per conservarsi, deve dare soluzioni condivise a quattro fondamentali problemi: adattatività, perseguimento dei fini sociali, integrazione e mantenimento dei valori latenti condivisi.
Il problema dell’adattatività risponde alla necessità di estrarre dall’ambiente sufficienti risorse per distribuirle nel sistema attraverso le istituzioni economiche; il perseguimento dei fini condivisi da coloro che compongono il sistema sociale è garantito dalle istituzioni politiche, che devono essere in grado di mobilitarne le energie; il bisogno di integrazione risponde alla necessità di tenere uniti i membri della società e di coordinarne le azioni, evitando instabilità e disordine, compito svolto dal sistema giuridico che deve controllare il rispetto delle regole e sanzionare i comportamenti devianti; i valori latenti condivisi corrispondono a quella parte del funzionamento del sistema sociale che dipende dal mondo interiore degli individui, alla cui gestione provvedono istituzioni sociali, quali la famiglia, la scuola, le organizzazioni religiose e le associazioni in genere.
Secondo la prospettiva dell’organizzazione funzionale del sistema sociale, la società è concepita come un insieme di parti interconnesse tra di loro; nessuna di esse può essere intesa isolata dalle altre, ma solamente nel contesto complessivo. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società sono di “tipo funzionale”, in quanto ogni elemento svolge un particolare ruolo che, unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante l’apparato che costituisce la società. Per il funzionalismo, esiste uno stato di equilibrio nella società, che ricorre quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito.
Gli imperativi funzionali, a parere di Habermas, hanno potuto garantire questo equilibrio nelle società capitalistiche, nella misura in cui ai vantaggi della crescita economica ha partecipato l’intera popolazione; partecipazione che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto considerata “socialmente equa”. Dal punto di vista storico – afferma Habermas – questo tipo di distribuzione dei risultati della crescita, “che solo può giustificare il nome di ‘democrazia capitalistica’, è stato più l’eccezione che la regola”, per cui, proprio per questo, l’affermazione di Fukuyama, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, circa la presunta “fine della storia”, non poteva che essere un’illusione.
Oggi, a seguito della diffusione delle disuguaglianze tra gli Stati e di quelle tra i diversi gruppi sociali all’interno di ciascuno do essi, per effetto dell’allargamento e dell’approfondimento della globalizzazione, si è in presenza di un disordine generalizzato, sia nelle relazioni internazionali, che nelle relazioni tra i diversi gruppi sociali presenti nei singoli Stati. Ciò sta determinando una reazione all’integrazione delle economie nazionali nel mercato globale, attraverso l’elemento unificante del nazionalismo che, però, contrariamente all’opinione di molti analisti, non sta assumendo “una tendenza unitaria” verso forme di autoritarismo.
Si tratta di reazioni nazionalistiche che si verificano e si rafforzano negli strati sociali che non hanno tratto alcun beneficio dalla crescita delle economie nazionali, dal momento che il tanto promesso effetto “trickle-down” (cioè l’effetto che si suppone connesso all’attuazione di una politica economica favorevole ai percettori dei livelli di reddito più alti che, promuovendo la crescita, si vorrebbe favorevole anche ai percettori dei livelli di reddito più bassi) non si è verificato. Il nazionalismo, tuttavia, ha dato origine, nella forma dei movimenti populisti, a un ritorno delle forze politiche di destra, sino al punto che una parte delle forze di sinistra si professa a favore di un populismo di sinistra solo come reazione al populismo di destra. Habermas si chiede come sia stato possibile “giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi”.
Il filosofo tedesco non ha dubbi nel formulare la risposta all’interrogativo. Come starebbe a dimostrare l’uscita del Regno Unito dall’Europa, i conservatori del partito di Theresa May hanno inteso “sgonfiare l’ondata del populismo di destra schierandosi dalla parte di uno ‘Stato forte’, interventista, che lotti contro la marginalizzazione della popolazione ‘rimasta indietro’ e la crescente divisione della società”. La politica dei conservatori inglesi, rende chiaro perché oggi – afferma Habermas – il populismo di destra riesce a mobilitare gli insoddisfatti e gli svantaggiati nella falsa direzione dell’isolamento nazionale”.
Habermas ritiene che ciò avvenga perché i partiti di sinistra “non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”. L’unica alternativa alla quale i partiti di sinistra potrebbero ricorrere dovrebbe consistere in un loro impegno a cercare di porre in parte rimedio alla perdita di ogni ruolo e funzione dello Stato nazionale, attraverso però “una cooperazione internazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica”.
Per raggiungere questo scopo, però, a parere del filosofo, non bastano i Trattati vigenti; occorrerebbe anche che le forze di sinistra fossero disposte ad impegnarsi per una modificazione delle istituzioni europee, al fine di renderle compatibili con la realizzazione di una più equa e condivisibile distribuzione dei vantaggi offerti dall’Unione, solo sulla base di un ancoramento delle sue istituzioni a “una cooperazione sopranazionale legittimata democraticamente”. L’Unione politica dell’Europa comunitaria mirava, prima degli anni Settanta, proprio a questo; ma successivamente questo obiettivo è stato frustrato dalle molte contrarietà che il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, con le sue crescenti conseguenze negative, ha fatto nascere nei partiti della sinistra, contrarietà che si sono espresse attraverso una netta propensione a supportare “processi di formazione della volontà politica su scala nazionale”.
In particolare, sono stati i partiti socialdemocratici dei Paesi europei ad orientare la loro azione in senso neoliberista, alla quale si sono conformati i singoli sistemi economici che si stavano integrando a livello globale; ciò perché, quei partiti hanno valutato, sbagliando, che fosse possibile conservarsi al governo dei loro Paesi “solo adeguandosi al corso neoliberista”; per questo motivo, i partiti socialdemocratici hanno finito col perdere ogni possibilità di ostacolare i crescenti squilibri sociali che, nel tempo, sono cresciuti; il prezzo politico che sono stati chiamati a pagare, per il declino economico e sociale di crescenti quote della popolazione, è stato così alto che “la reazione a questo stato di cose si è incanalata verso destra”, per via del fatto che, mancando una prospettiva politica credibile, essa (la reazione) non poteva che prendere la via della “mera espressione del disagio”.
Secondo Habermas, nell’ambito della politica interna di singoli Paesi, il confronto con le forze espresse dai movimenti populisti “ha preso una direzione sbagliata”, in quanto i partiti della tradizione socialdemocratica si sono aperti alle ragioni dell’intero arco della protesta, senza che fosse fatta una distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra. A tal fine, sarebbe stato necessario che i vecchi partiti socialdemocratici avessero avuto la volontà di “aprire un fronte di lotta totalmente diverso”, attraverso la messa a fuoco del problema della protesta vista da sinistra; fatto, quest’ultimo, che avrebbe consentito alle forze di sinistra di stabilire in che modo fosse possibile “riottenere potere di azione politica nei confronti delle forze distruttive di una globalizzazione capitalistica scatenata”.
La scena politica è stata invece dominata – afferma Habermas – “da un grigiore privo di sfumature”, in cui, per ammansire la globalizzazione sfrenata, è mancata la possibilità di formulare un programma politico orientato ad un governo dei “processi economici e tecnologici della società mondiale” diverso e distinto da quello attuato, di stampo neoliberista, fondato sull’”abdicazione della politica nei confronti del potere repressivo delle banche e dei mercati non regolati”. In altri termini, per realizzare un’effettiva politica di sinistra, sarebbe stato necessario “rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra cosmopolitismo di sinistra – ‘liberale’ in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra della globalizzazione”.
A parere di Habermas, quindi, all’interno dei Paesi nei quali si è espansa la protesta populista, l’attività politica dovrebbe tornare a caratterizzarsi in termini di contrapposizioni reali su programmi alternativi riguardo al come governare l’internazionalizzazione dei processi economici e tecnologici. Tra l’altro, in questo modo, e solo in questo modo, i partiti democratici potrebbero ricuperare un modo efficace per erigere un autentico baluardo contro quei programmi populisti che, attraverso un acceso nazionalismo, sostengono la validità di una politica che miri al ricupero degli antichi Stati nazionali, per meglio assicurare l’appropriazione dei vantaggi della globalizzazione neoliberista alle singole comunità nazionali; queste manifestazioni sono di solito espresse da un “brodo di coltura di nuove forme di fascismo”, qual è, ad esempio, in Germania, Alternative für Deutschland, che da posizioni euroscettiche sta mietendo consensi presso l’elettorato del partito della Cancelliera Angela Merkel.
Anche per sconfiggere quest’ultima pericolosa deriva populista, secondo Habermas, il ricupero della visibilità delle opposizioni all’interno dei singoli Paesi deve procedere di pari passo con una decisa transnazionalizzazione della democrazia, che i Paesi europei possono realizzare solo rilanciando il processo di unificazione politica dell’Unione, com’è stato auspicato in occasione della recente celebrazione dei sessant’anni dei Trattati europei; la loro effettiva attuazione è infatti il presupposto, non solo per rimuovere i postumi della Grande Recessione e affievolire gli esiti negativi della globalizzazione, ma anche per opporsi alla riemersione dalla storia di “vecchi fantasmi”.

Gianfranco Sabattini

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