sabato, 22 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Il libro ultimo del “salvato” di Auschwitz
Pubblicato il 10-04-2017


primo leviTrent’anni or sono, l’11 aprile 1987, moriva suicida Primo Levi. Per provare a capire la sua scelta, possiamo rileggere il suo libro ultimo “I sommersi e i salvati”, dal quale fedelmente vengono tratte e parafrasate queste dolorose riflessioni. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. Fra i sopravvissuti, sono molto più numerosi coloro che in prigionia hanno fruito di qualche privilegio. A distanza di anni si può ben affermare che la storia dei lager nazisti è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato. La morte per fame o per malattie era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitata solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo concesso o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma”. Pare proprio che a questo volgersi indietro siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la Liberazione. Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa.

“Fui un eletto, io, – scrive Levi – un salvato. E perché proprio io? Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza, come mi spiegò un amico religioso? L’ho fatto meglio che ho potuto, ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Non siamo noi superstiti i testimoni veri. Chi davvero ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe significato vero. Loro sono la regola, noi l’eccezione, i privilegiati”, conclude Primo Levi.

Egli – pare dire – non può considerarsi un testimone integrale, proprio perché è un superstite: testimoni veri potevano esserlo solo i sommersi. Ma questi erano morti. Ed anche se qualcuno di loro fosse tornato, avrebbe taciuto, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. È il destino di Lorenzo – ha scritto Cesare Cases nell’introduzione alle “Opere” di P. Levi – il muratore italiano che ad Auschwitz aveva aiutato Levi e tanti altri. Dopo il ritorno si lascia andare e muore: il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. E Cases termina: “Sembra che un giorno anche Primo Levi sia arrivato a questa conclusione”.

Sì, egli è morto suicida l’undici aprile 1987: così si è chiamato tra i testimoni autentici, integrali, finalmente anch’egli sommerso! Ma quest’intima determinazione ha preso la colorazione di una tremenda denuncia: “L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dai lager nazisti – aveva scritto Levi – è estranea alle nuove generazioni e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni”. Cose d’altri tempi?  È forse in questo penoso interrogativo che risiede più precisamente la disperazione estrema del salvato di Auschwitz: anche la sua prova di scrittore sull’abominio delle miserie razziste rischia di rivelarsi inutile, se su di esse cade l’oblio, se “altri” diventano i problemi da considerare più minacciosi. Eppur ricordate – ammonisce Levi – che i nostri aguzzini “erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso… ma erano stati educati male”.

Sono queste le verità che dovrebbero inquietare sempre le occupazioni e le pre-occupazioni delle nostre comunità, se intendono essere libere. Dimenticare che il male è in mezzo a noi, significa preparare nuove catastrofi. Ma chi dovrebbe educarci al bene, se i potenziali buoni maestri ieri hanno finito per servire il male e domani potrebbero fare altrettanto? Rileva ancora Levi: “Le cronache della Germania hitleriana brulicano di casi che confermano questa tendenza: vi hanno soggiaciuto, confermandola, Heidegger il filosofo, maestro di Sartre; Stark il fisico, premio Nobel; Faulhaber il cardinale, suprema autorità cattolica in Germania, e innumerevoli altri”.

Ripetiamo: chi dovrebbe educarci al bene? Probabilmente c’è un compito primario, individuale, di ognuno di noi, specialmente quando notizie false o artefatte vengono presentate e accolte dal pubblico come vere: investire personalmente nella cultura, nell’istruzione, nella capacità di riflettere e di confrontare le ‘rappresentazioni’ dei fatti, è fondamentale per mantenere in vita una società libera e aperta, come avrebbe desiderato Primo Levi.

Nicola Zoller

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