mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Dal Tribunale di Ivrea sentenza che condanna i cellulari
Pubblicato il 20-04-2017


cellulare radiazioni“Per la prima volta al mondo una sentenza di primo grado ha riconosciuto un nesso causale tra l’uso prolungato del cellulare e il tumore al cervello”. Così gli avvocati torinesi Renato Ambrosio e Stefano Bertone hanno illustrato la sentenza emessa lo scorso 30 marzo dal giudice tribunale di Ivrea Luca Fadda. Protagonista della vicenda un dipendente 57enne di una grande azienda italiana, che per 15 anni ha utilizzato per lavoro il telefonino senza precauzioni per più di tre ore al giorno, al quale è stato diagnosticato nel 2010 un tumore benigno ma invalidante. Il Tribunale ha condannato l’Inail a corrispondere al lavoratore una rendita vitalizia da malattia professionale.

Le motivazioni della sentenza di primo grado saranno rese note nei prossimi 50 giorni. “E’ una sentenza straordinariamente importante – commenta l’avvocato Bertone – perché il fatto che si riconosca la causa oncogena insita nei campi elettromagnetici generati dai cellulari è il segno del continuo avanzamento delle conoscenze scientifiche. Il telefono cellulare è un dispositivo tecnologico che emette onde elettromagnetiche ad altissima frequenza e ogni giorno più di 40 milioni di italiani lo utilizzano. Per questo è importante che tutti siano al corrente dei rischi che corrono loro stessi e coloro che hanno intorno. È, dunque, importante riflettere sul problema e adottare le giuste contromisure”.

Il professor Angelo Levis nella consulenza prestata in tribunale scrive: “Sulla base dei criteri elencati nel preambolo delle monografie della Iarc, le emissioni a Rf/Mo dei telefoni mobili (cellulari e cordless) dovrebbero essere classificate nel gruppo 1 dei sicuri cancerogeni per l’uomo”.

Se l’uso eccessivo del telefonino sia un fattore ci rischio è infatti una delle domande più frequenti, e più importanti, nel mondo dell’oncologia degli ultimi 20 anni. Ormai, a due decenni dall’inizio della diffusione di massa dei telefonini, gli studi epidemiologici sono numerosi, e i possibili “pazienti” di questa eventuale correlazione sono svariati miliardi. Eppure una risposta a questa domanda non c’è. O perlomeno, un chiaro nesso tra l’uso dei telefonini, individuato invece oggi dal tribunale di Ivrea nel dare ragione al dipendente colpito da cancro al cervello.

lo studio Interphone
Lo studio più importante per numero di soggetti coinvolti è lo studio Interphone. Complessivamente l’analisi, cominciata nel 2000, non è riuscita a trovare un’associazione tra il cancro e l’utilizzo del telefonino, ma avrebbe evidenziato un’aumento del rischio di sviluppare il glioma (un tumore cerebrale) tra chi aveva passato al cellulare piu’ di mezzora al giorno negli ultimi 10 anni. Come evidenzia l’Oms, anche questo dato è da prendere con le molle perché i ricercatori stessi concludono che è complicato stabilire un nesso causale tra le due cose. L’ultimo studio importante sull’argomento è stato condotto in Australia e ha confrontato i dati di oltre 35mila persone con cancro al cervello con quelli sulla diffusione dei cellulari negli ultimi 29 anni.

La posizone dell’Oms
L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che fa parte dell’Oms, ha classificato i campi elettromagnetici come cancerogeni di gruppo 2B, ovvero come sospetti agenti cancerogeni per i quali vi è una limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un’insufficiente prova di correlazione nei modelli animali. In pratica sono in questa lista tutte le sostanze sulle quali sono state fatte sperimentazioni ad altissimi dosaggi in laboratorio, ma per le quali non c’è al momento alcuna prova di pericolosità per l’uomo alle concentrazioni comunemente presenti nell’ambiente.

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