venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Inquinamento e salute
Pubblicato il 28-04-2017


Il problema dell’Ilva di Taranto ha riproposto l’annosa questione del come conciliare l’interesse alla crescita economica con quello alla salute della gente che abita nei territori colpiti dagli effetti nocivi dell’inquinamento ambientale. Il problema della conciliazione dei due interessi è di difficile soluzione, come è dimostrato dal fatto, quasi inconcepibile, che, malgrado la disponibilità di tutti a considerare dannoso alla salute dell’uomo l’inquinamento ambientale, l’unico accordo al quale si è giunti a livello internazionale è quello che ha consentito di sottoscrivere il “Protocollo di Kioto”, cui si deve nientemeno che l’istituzione di un “mercato dei diritti di inquinamento”; in altri termini, esso regola la possibilità riconosciuta ad ogni Paese industrializzato, che ha sottoscritto il “Protocollo”, di vendere ad un altro il “diritto di inquinamento in eccesso”, derivante da una riduzione dell’inquinamento oltre la soglia che esso si è impegnato a rispettare.

Sembra assurdo, così però stanno le cose; per cui è plausibile pensare che il problema della conciliazione dell’interesse alla crescita economica con quello alla salute sia destinato ad alimentare ulteriormente l’annoso dibattito tra chi considera prioritaria la crescita e chi invece considera prioritaria la salute ed il rispetto dell’ambiente, inteso questo in senso lato, sino ad includere gli “insulti” ad esso recati, sia dai “rilasci” organici ed inorganici di ogni tipo, che dai continui “prelievi” di risorse.

Da quando, negli anni Sessanta e Settanta, sono comparse le denuncie di Paul Ehrlich, professore di biologia riproduttiva alla Stanford University, che ha imputato all’esplosione della popolazione mondiale la causa del degrado ambientale, e di Barry Commoner, che ha ricondotto il degrado al crescente uso delle tecnologie nell’attività produttiva, unitamente alle critiche del “Club di Roma” per il crescente inquinamento, è stato inevitabile che a livello mondiale prendesse il via un serrato dibattito su cosa fare per fermare il crescente fenomeno dell’inquinamento ambientale.

Il dibattito è servito ad approfondire ed a chiarire i termini del confronto ed a motivare il fiorire di posizioni favorevoli a porre un limite alla “crescita quantitativa illimitata” e di correnti di pensiero tendenti a sostenere la possibilità di contenere gli effetti negativi della crescita sull’ambiente attraverso il progresso della scienza e della tecnica.

Il chiarimento terminologico ha richiamato la necessità che nel dibattito si tenesse conto della distinzione tra il concetto di “crescita” e quello di “viluppo”, esprimendo il primo (la crescita economica) il fenomeno quantitativo della percentuale di aumento del prodotto sociale totale (PIL) o del prodotto pro-capite; il secondo (lo sviluppo) i benefici della crescita, consistenti in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione. I due concetti sono collegati tra loro, nel senso che laddove c’è crescita c’è anche sviluppo, per cui la crescita, essendo il fenomeno che permette di allargare le dimensioni del “paniere di beni” rappresentante la ricchezza prodotta in un dato tempo da un Paese, costituisce il presupposto per il miglioramento delle condizioni di vita.

Sulla base di queste premesse, l’obiettivo prevalente di ogni Paese è diventato allora quello di perseguire l’obiettivo di un tasso di crescita del prodotto pro-capite quanto più elevato possibile. In questa prospettiva è stato anche facile comprendere perché il PIL è divenuto il più importante punto di riferimento su cui gli economisti ed i governi hanno dovuto sempre concentrare la loro attenzione. Nel tempo, l’inadeguatezza del PIL, come indicatore atto a misurare lo sviluppo ed il benessere, è risultata sempre più evidente, soprattutto allorché è stata acquisita la consapevolezza del fatto che le molte attività che accrescevano il PIL, potevano diminuire a lungo andare, sia la crescita, che lo sviluppo. Queste considerazioni hanno fatto sì che, in campo scientifico, fossero proposti numerosi indici che, per una valutazione complessiva del livello di sviluppo e di benessere, hanno fatto riferimento contemporaneamente alla sfera economica, ma anche a quella sociale e ambientale.

Nella elaborazione e nella costruzione di tali indici, l’idea di fondo è stata quella secondo cui l’aumento della quantità pro-capite dei beni a disposizione faceva ricadere, prima o poi, i suoi effetti positivi sull’intera popolazione, sotto forma di nuovi posti di lavoro, di maggiori opportunità economiche e di standard di vita più elevati, di riduzione della povertà e delle disuguaglianze. L’evidenza statistica, però, ha mostrato l’altra faccia della crescita quantitativa continua, evidenziando che non era sempre così. Nella seconda metà del secolo scorso, ciò ha determinato il passaggio da una visione fondata sull’identità tra crescita e sviluppo ad una nuova visione che ha riconosciuto l’autonomia dei due concetti.

All’interno delle società industrializzate, il problema più importante dal punto di vista ambientale è diventato allora quello della sostenuta dinamica demografica e dell’espansione crescente dei livelli di consumo: il tasso di crescita della popolazione è il prodotto di decisioni prese da milioni di singole coppie, ma il livello delle attività economiche dipende dalla capacità del sistema-Terra di sopportare gli esiti della crescita del consumo connesso alla crescita demografica. La ragione per cui si è stentato, e si continua a stentare, a non prendere piena coscienza della contraddittorietà tra la crescita della popolazione e la sua aspirazione ad aumentare il grado di libertà dal bisogno, da un lato, ed i limiti del sistema-Terra, dall’altro, è stata ricondotta al fatto che il problema dell’uso efficiente delle risorse disponibili non fosse, e continui ancora a non essere, risolto in modo appropriato.

Sennonché, le società industriali, cioè le società della crescita quantitativa continua ed illimitata, hanno avuto successo nella produzione, ma hanno continuato a fallire, come il “Protocollo di Kioto” sta a dimostrare, nell’uso efficiente delle risorse. La conseguenza di tale fallimento ha prodotto, e continuerà a produrre “stress ambientali” secondo ritmi ancora più preoccupanti rispetto al passato: malattie, estinzione di specie animali, modificazioni climatiche, eutrofizzazione di laghi e corsi d’acqua, erosione del suolo, disboscamento, ecc.

Ciò ha indotto a pensare che a livello globale fosse necessaria una regolazione cogente dell’attività produttiva, tenendo presente che allo stato attuale le soluzioni ai problemi connessi alla sostenibilità dello sviluppo sono complesse e possibili solo sulla base di decisioni condivise a livello internazionale; nel senso che le soluzioni da assumere devono essere globali e non di singoli sistemi sociali, o peggio ancora di singoli gruppi sociali. E’ questo uno dei motivi che hanno concorso a rendere la prospettiva della decrescita di Serge Latouche e del suo movimento solo un’istanza ideologica inascoltata.

La prospettiva della decrescista, di natura ideologica, affermatasi nella seconda metà del secolo scorso, tende ad affermare la necessità di attenuare solo il rapporto di sfruttamento delle natura da parte dell’uomo, nel senso che essa si riduce a “dare voce” alle istanze di quei settori di opinione pubblica messi in difficoltà dalle conseguenze negative derivanti dal funzionamento dei sistemi economici delle attuali società industrializzate. La riduzione del livello di produzione dei sistemi sociali industrializzati è però di difficile realizzazione, per via del fatto dell’esistenza di una forte aspirazione dei popoli a liberarsi dal bisogno e a migliorare la qualità della propria vita. D’altra parte, un’altra tipica aspirazione dei popoli, seguita al miglioramento quantitativo e qualitativo delle condizioni di vita reali, è stata la domanda di conservazione dell’ambiente.

In tal modo, lo stato di salute dell’ambiente ha acquisito un valore irrinunciabile, nel senso che le popolazioni dei moderni sistemi industriali hanno approfondito la loro aspirazione a disporre di un “ambiente pulito”, che non poteva essere ottenuto se non sulla base di decisioni dirette a ridurre o a cambiare, almeno in parte, l’aspirazione al conseguimento della disponibilità di una maggior quantità di beni e servizi. Aspetto, quest’ultimo, che è valso, però, solo ad evidenziare una diffusa incoerenza, relativa al problema, del quale tutti ormai hanno contezza, dell’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. La mancata soluzione del problema dell’uso efficiente delle risorse naturali ha reso possibile il verificarsi di situazioni irrazionali, in cui il mercato continua ancora ad esitare un’offerta di risorse non rinnovabili a basso prezzo, mentre la comunità internazionale ha solo saputo sinora pervenire ad accordi che sono serviti a regolare il mercato dei “diritti ad inquinare”.

Le considerazioni sin qui svolte convalidano l’affermazione secondo cui la fiducia dogmatica nel progresso scientifico e tecnologico implicano l’assunzione di una responsabilità sorretta da comportamenti individuali e collettivi coerenti. Poiché ciò stenta ad avvenire, l’aumento continuo della crescita e la violazione della natura procedono con effetti che divengono insieme irreversibili, cumulativi ed estesi, nello spazio e nel tempo, e non più neutrali dal punto di vista della loro compatibilità col rispetto della vita. In presenza del procedere irresponsabile dell’uomo rispetto all’ambiente, ciò che può essere un bene per le generazioni attuali, può essere un male per quelle future; pertanto, oltre all’accertamento degli effetti negativi sulle condizioni di vita delle generazioni presenti, deve avere priorità di analisi anche la previsione degli effetti negativi futuri riconducibili a decisioni produttrici di possibili effetti positivi attuali. La conservazione dello stato di salute dell’ambiente deve perciò prevalere sull’obiettivo di una crescita continua ed illimitata.

A tal fine, occorrerà sostituire questo obiettivo con quello di uno sviluppo in regime di stato stazionario, così come da tempo è suggerito da Kenneth Boulding, per il controllo della dinamica demografica, e da Herman Daly, per il contenimento al minimo dei costi di reintegrazione del capitale complessivo disponibile; ovvero inclusivo del “capitale umano” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli e rinnovabili) e del “capitale naturale” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli, esauribili e non rigenerabili.

Sarà mai possibile un accordo internazionale che istituzionalizzi il funzionamento di un sistema economico globale, secondo i suggerimenti di Boulding e di Daly? Si potranno, al riguardo, nutrire seri dubbi sulla possibilità che si addivenga ad un accordo compatibile con una prospettiva di crescita qualitativa (o di sviluppo) in condizioni di stato stazionario; al di là dei dubbi, occorre riconoscere che il dibattito su come conciliare l’attività produttiva e la salute dell’uomo è destinato a non sortire effetto alcuno fuori dalla prospettiva indicata da Boulding e da Daly.

Gianfranco Sabattini

 

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