sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La dura realtà del misero dibattito interno italiano
Pubblicato il 13-04-2017


Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discordi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.

Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideologiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Hamon? L’Europa federale o quella intergovernativa? Concertazione o codeterminazione?  Kultur o Zivilisation?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giù agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici. Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta :  vedere un grillino a Palazzo Chigi !

Se al male non c’é mai fine, come insegna la  tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded. Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’«altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dello pseudonimo di «apoti », cioè coloro che «non la bevono», ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente può far fronte. Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita « populismo » ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli utlimi 25 anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà è ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, è il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti. Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogico quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di se e del suo modello politico sociale.

Di nazionalismi, di populismi di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la battaglia è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

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Commenti all'articolo
  1. Quando qualcosa esce dai binari e dagli schemi del “politicamente corretto” tendiamo ormai ad attribuirlo al “populismo” e al “nazionalismo”, in maniera a mio avviso un po’ troppo semplicistica, senza cioè interrogarci più di tanto sulle ragioni che possono starvi dietro, e in tal modo il dibattito si impoverisce perché viene a mancare una vera “controparte”.

    Parimenti, ci si “adira” talvolta verso provincialismi, campanilismi, ecc…, considerati obsoleti e superati, alla stregua di una “zavorra” che impedisce di spiccare il volo verso una mentalità “aperta” ed internazionale, come se il Belpaese non si fosse lungamente identificato con entità territoriali piuttosto piccole (quali Liberi Comuni-Città Stato-Signorie), mentre la sua storia di Stato unitario è decisamente più giovane e breve.

    E noi tutti sappiamo quanto contino i trascorsi di un popolo, le sue radici, abitudini e tradizioni, che ne forgiano l’identità, e non vorrei che ci trovassimo poi a rimpiangerle – come sta ad esempio succedendo per i negozi di vicinato – nel momento in cui ci si rendesse conto che possono rappresentare un buon antidoto, o contrappeso, rispetto al rischio di omologazione insito nel cosiddetto “mondo globale”, e non a caso par di assistere oggi ad una riscoperta di valori che erano andati in disuso e nel dimenticatoio.

    Riguardo poi all’apotismo, quantomeno nella interpretazione che ci è più “famigliare”, pur trattandosi di terminologia abbastanza desueta, una certa dose di disincanto e scetticismo può sicuramente aiutare a difenderci dal conformismo, ma c’è chi teme che possa anche indurre a “tirarsi fuori” dalle questioni e dai problemi, il che talora non è proprio l’ideale, dal momento che i problemi vanno comunque “gestiti” (per dire che in ogni teoria o tesi c’è sovente un rovescio della medaglia).

    Paolo B. 16.04.2017

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