mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La mancanza di solidarietà mette a rischio l’Europa
Pubblicato il 14-04-2017


europa_unitaL’Europa, a parere di Heribert Dieter, ricercatore presso il “German Institute for International Political and Security Affairs” di Berlino, sta affrontando la nuova situazione internazionale formatasi dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti in un modo a dir poco irresponsabile. In un recente articolo (“La strategia ingessata della Germania”, Limes, 2/2017), Dieter sostiene che mentre Donald Trump dà l’impressione di voler imporre con determinazione gli interessi americani, con la Russia e la Cina ben lontane dal voler giocare un ruolo costruttivo nel governo delle relazioni internazionali, i Paesi membri dell’Unione Europea non hanno ancora saputo trovare risposte adeguate alle sfide che ne conseguono; secondo Dieter, ne sarebbe prova il fatto che la linea tenuta dal governo tedesco in fatto di politica europea ha contribuito solo ad aumentare la diffidenza degli altri Paesi membri dell’Unione verso la Germania, “quale interlocutore costruttivo di una nuova strategia comunitaria”.

L’atteggiamento della “locomotiva dell’Europa”, aggiungendosi alle decisioni assunte all’interno dell’Unione, sta contribuendo ad approfondire l’isolamento della Germania rispetto agli altri Paesi europei. Quello da ultimo assunto nei confronti delle dichiarazioni del neopresidente americano è, secondo Dieter, un atteggiamento non casuale, se si considera che, sia la società che la politica tedesca stanno da tempo mostrando una incomprensione pressoché totale per le priorità espresse dagli Paesi dell’Unione; ciò induce lo stesso Dieter a stupirsi del fatto che “società e classe politica in Germania non trovino strano come quasi tutti i partner europei abbiano una visione diversa“ della politica estera, ad iniziare da quella concernete il “governo” dei flussi migratori.

La Germania, perciò, sembra confermare, – sostiene Dieter – il convincimento, ormai largamente diffuso, d’essere divenuta un partner ormai “incapace di cooperazione nel processo di integrazione europea”, anche per via del suo prevalente orientamento a porre “gli amici di fronte a fatti compiuti, per poi chiamarli a subirne le conseguenze”. Una simile politica non può avere la pretesa d’essere autenticamente europea; al contrario, se non cambierà, porterà l’Europa verso una sicura fine, tradendo gli ideali e gli obiettivi di coloro che sono stati i “padri” ricostruttori della Germania del dopoguerra.

Fin dall’inizio dell’”avventura” europea, in Germania – afferma Dieter – “non è mai stata messa in dubbio l’utilità dell’integrazione europea”; nel complesso è “sempre stata presente quella che è stata definita una ‘sacralizzazione del programma europeo’”, a tal punto che molti politici ed opinionisti tedeschi ritengono, ancora oggi, sorprendente che “persone razionali e dotate di buon senso appoggino senza riserve sia la moneta unica che l’integrazione europea”. Negli altri Paesi dell’Unione, tuttavia, la disponibilità al proseguo dell’integrazione politica si sta lentamente attenuando; a parere di Dieter, ciò dipenderebbe dal favore che gli altri Paesi partner continuerebbero ad avere una “visione più positiva” dello Stato nazionale. La considerazione esclusiva degli interessi nazionali non dovrebbe sorprendere, perché – afferma il ricercatore tedesco – “i processi decisionali democratici possono essere gestiti in maniera molto più efficace da parte di uno Stato centrale che da complesse organizzazioni internazionali”

A sostegno di questa sua affermazione, Dieter aggiunge anche che un “senso comune europeo” si sarebbe sviluppato “in misura alquanto limitata”, perché la solidarietà, invocata costantemente dai più strenui sostenitori del completamento del processo di integrazione, sarebbe meglio organizzata “a livello di ammortizzatori sociali interni ai diversi sistemi nazionali, non in dimensione europea”. Il contrario di quanto avviene, invece, in Germania, dove a livello di opinione pubblica prevarrebbe una percezione negativa dello Stato nazionale, in quanto il concetto di nazione è ritenuto fortemente intriso di un esasperato nazionalismo e perciò negativo sul piano di un buon governo delle relazioni soprannazionali.

Al di la dei diversi convincimenti presenti a livello di opinioni pubbliche della Germania e degli altri Paesi membri riguardo al processo di integrazione europea, occorre tuttavia riconoscere che la crisi che sta attraversando l’Unione nella fase attuale non può essere disgiunta dalle problematiche frequentemente sollevate dal governo della moneta unica. A differenza degli aspetti positivi dei quali, secondo i suoi sostenitori, sarebbe portatrice la moneta unica europea, questa, in realtà, non avrebbe “contribuito a rafforzare il processo di integrazione europeo”; al contrario, essa avrebbe invece rappresentato “una perpetua fonte di tensioni politiche ed economiche”.

Le tensioni, a parere di Dieter, sarebbero da ricondursi al fatto che, sin dalla sua costituzione, l’unione monetaria sarebbe stata accolta dagli Stati sulla base del “presupposto che la modernizzazione economica dell’Europa dovesse prima o poi confluire in una forma statuale unitaria”. Questa fiducia riposta nell’euro d’essere strumento per realizzare la modernizzazione attraverso “processi di integrazione di tipo economico-tecnocratico” è stata, a parere dell’analista tedesco, l’”illusione politica di fondo alla base della comunità”, che ha dato la stura all’attuale diffuso euroscetticismo, che alimenta i molti movimenti nazionali che sostengono l’uscita dei loro paesi dall’Europa.

Il limite del Trattato di Maastricht sarebbe consistito nel fatto che la realizzazione della prevista forma statuale unitaria europea avrebbe dovuto implicare che le procedure decisionali comunitarie, orientate al perseguimento dell’obiettivo finale, comportassero che “le società civili aderenti” fossero in grado di “organizzarsi in maniera tale da trarre vantaggio dall’unione monetaria”; in altri termini, l’adesione al Trattato istitutivo della moneta unica non avrebbe tenuto conto della circostanza che il “buon governo” della valuta comune avrebbe costretto le società dei Paesi aderenti, con esperienze storiche molto diverse, a convivere e ad organizzarsi “in un contesto politico-finanziario comune dai tratti palesemente tedeschi”.

Il sopraggiungere della crisi del 2007/2008 avrebbe fatto emergere in pieno i limiti del Trattato germanocentrico, qual è stato quello di Maastricht. L’articolazione delle priorità anti-crisi nella definizione dei rapporti internazionali dell’Unione, perciò, non hanno potuto non dare origine al sospetto che le decisioni comunitarie andassero, in modo particolare, a vantaggio della Germania; ciò sino al punto di indurre gli altri Paesi a sospettare Berlino di comportamenti egoistici, soprattutto quando il governo tedesco avesse agito nell’assunto che l’organizzazione comunitaria implicasse una distribuzione collettiva degli oneri e dei vantaggi.

A parere di Dieter, la natura germanocentrica del processo decisionale europeo avrebbe fatto sì che la politica economica europea fosse percepita, dalle opinioni pubbliche degli altri Paesi, come contraria all’”idea originaria alla base dell’Unione”; ovvero, che l’obiettivo comunitario dovesse essere quello di “moltiplicare i vantaggi per tutte le società che vi prendevano parte”, identificandosi in un progetto che doveva servire alla crescita contemporanea del benessere di tutti i Paesi membri. Il “vizio” originario del Trattato di Maastricht, quindi, a parere di Dieter, sarebbe consistito nel fatto di non averlo riferito ad un’”Europa à la carte”, ovvero, fuori metafora, ad un’Europa intesa come insieme di Paesi considerati separatamente, e non come un insieme collettivo organizzato secondo una forma statuale unitaria.

Il Trattato monetario doveva essere stipulato sapendo di dover fare fronte alle “diverse priorità nazionali”, nella consapevolezza che il “discredito dei diversi interessi di ciascun Paese” avrebbe portato “alla rinuncia ad attuare processi decisionali democratici”; sarebbe questa la ragione per cui, secondo Dieter, il rigido processo col quale vengono adottate ed attuate le decisioni europee all’interno dei Paesi membri varrebbe, da un lato, a negare la possibilità di politiche alternative; dall’altro lato, a far pesare sul governo degli affari interni di ciascun Paese la necessaria flessibilità nell’applicazione delle decisioni assunte a livello comunitario. Fatti, questi, che non farebbero “che rafforzare i movimenti antieuropei”.

Ora, perciò, conclude la sua analisi Dieter, l’Europa si trova di fronte alla necessità di effettuare una scelta decisiva, considerando la linea d’azione sinora privilegiata da Berlino e da Bruxelles, quella cioè che ritiene di dover realizzare il “disegno europeo” attraverso la creazione di uno Stato unico, pericolosa e fuori luogo; nella certezza che, nel mondo attuale, la creazione di un unico Stato di dimensione europea “non appare più come l’unica strada percorribile per attuare politiche di relazioni economiche internazionali. Le differenti capacità, interessi e necessità di ciascun territorio di un continente così multiforme come l’Europa non sarebbero infatti sufficientemente tutelate da un grande Stato di questo tipo”; ragione questa per cui la “giusta reazione alla crisi attuale” deve essere trovata nella realizzazione di un’Europa “à la carte”.

Ciò non sarebbe privo di profonde differenze rispetto agli obiettivi originari fissati dai Trattati di Roma. La principale di tali differenze sarebbe che il futuro dell’Europa deve essere trovato solo “nella molteplicità, non nel federalismo”, conformemente al motto dell’Unione Europea che “recita espressamente ‘unità nella diversità’”; motto, questo, che, a parere di Dieter, sottolineerebbe la necessità di salvaguardare, nel proseguo della realizzazione dell’integrazione dell’Unione “le differenti tradizioni e le diverse priorità che caratterizzano ogni sua singola società”.

Nella crisi che attanaglia la prosecuzione del processo di integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione, la Germania avrebbe, sì, conclude Dieter, non poca responsabilità, ma solo a causa del “solitario cammino” che essa avrebbe intrapreso negli ultimi anni e, soprattutto, del suo allineamento sulle posizioni di chi persegue ancora rigidamente l’integrazione dei Paesi in un’unica struttura statuale. Con questa rigida posizione, i “più fanatici fautori” di un’integrazione unitaria contribuirebbero oggi “in misura notevole alla radicalizzazione delle forze euroscettiche”.

La situazione si configura, forse, in termini diversi da quelli indicati da Dieter; come osserva Fabrizio Maronta nell’articolo “La Germania ama tanto l’Europa da volerne due”, pubblicato sullo stesso numero di Limes, si tratta di vedere se i principali Paesi firmatari degli originari Trattati di Roma (Germania, Francia e Italia) vorranno sconfiggere le “Europe carsiche che il rassicurante manto dell’UE ha celato ma non diluito” e rilanciare realmente l’idea dell’unità europea; oppure, se a Berlino piacerà “tanto l’Europa da volerne (almeno) due. Ognuna con la propria strategia e la propria moneta”. Sin tanto che non si uscirà da questo dilemma, lo stallo sulla via dell’integrazione europea è destinato, con tutti rischi politici che si possono immaginare, a permanere.

Gianfranco Sabattini

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