lunedì, 26 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Amalia Signorelli. L’Italia e le conseguenze antropologiche della crisi
Pubblicato il 07-04-2017


signorelliChe la crisi, che ormai quasi da un decennio condiziona la vita politica ed economica del Paese, abbia avuto un impatto sulla psicologia degli italiani e sul loro prevalente stile di vita è nell’esperienza di tutti; questo impatto negativo sulla cultura condivisa, intesa antropologicamente come capacità di far fronte alla situazione di indeterminatezze dello stato presente, è stato per lo più trascurato nel dibattito pubblico e ignorato dalla classe politica. Il saggio dell’antropologa Amalia Signorelli, col suo recente libro “La vita al tempo della crisi”, vale a coprire il “vuoto” conoscitivo consolidatosi riguardo alla recente esperienza esistenziale degli italiani.

A partire dall’anno 2007, il termine “crisi” – afferma l’autrice – “si è collocato al centro del nostro lessico; e fino agli inizi del 2015 non è stato più possibile farne a meno ogni volta che si voleva esaminare, spiegare, valutare un accadimento o un fatto di quelli che si collocano [come sono appunto quelli che hanno concorso a fare ‘scoppiare’ la crisi] tra la dimensione pubblica e quella privata delle nostre esistenze”. Per molti italiani, la crisi, almeno nei suoi aspetti finanziari, è stata per lungo tempo indicata con termini che la configuravano come un fenomeno misterioso; termini come “spread”, “prime rate” o “default” erano quelli più ricorrenti nei resoconti dei mass-media riguardanti lo svolgersi della crisi. Non è trascorso molto tempo, afferma la Signorelli, perché agli effetti finanziari seguissero anche quelli economici, i quali sono risultati “ben più comprensibili”, per via del fatto che essi si sono ripercossi direttamente sulle persone, attraverso l’aumento della disoccupazione, la chiusura di molte attività produttive, l’aumento della povertà assoluta e relativa, la riduzione del livello dei consumi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di protezione sociale, e altro ancora.

A peggiorare la situazione ha concorso il fatto che la crisi non è stata percepita “secondo lo schema classico del ciclo delle crisi capitaliste”; al contrario, gli esperti che hanno commentato i fatti del giorno, ne hanno imputato la causa a “precise scelte di politica finanziaria” di natura tecnica, decise nell’illusione di poter rilanciare il processo di accumulazione e suggerite dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society. Inoltre, per molte persone, gli effetti della crisi emersa nel 2007/2008 sono stati avvertiti “come una calamità che ha fatto saltare abitudini ed equilibri […], stili di vita, visioni del mondo e sistemi di valori, senza che le cause fossero del tutto chiare”.

Anche se negli ultimi tempi, molte fonti dell’establishment hanno affermato la sopravvenienza di un’inversione di tendenza, dal punto di vista della vita quotidiana dei cittadini non può dirsi che la crisi sia finta e che, almeno dal punto di vista economico, il Paese si sia inserito in un processo che, in prospettiva, possa portarlo al conseguimento di risultati di ben altro spessore rispetto a quelli annunziati. Ciò non impedisce che il merito della timida ripresa, pur essendo la risultante di spinte per lo più di origine esterna, se lo attribuiscano i politici pro tempore al governo, sebbene molti critici valutino poco appropriati i provvedimenti governativi che avrebbero promosso la “ripresina”, in quanto adottati per ragioni prevalentemente elettorali.

Questo stato delle cose è all’origine, a parere della Signorelli, di due contraddizioni: la prima è espressa dal fatto che, dopo aver subito gli esiti della “brutale durezza” della crisi, la debole speranza di un futuro migliore non sottrae la maggioranza dei cittadini alla frustrazione dovuta al perdurare ancora oggi dell’incertezza riguardo alle cause della crisi ed ai rimedi che si intendono adottare per rendere più stabile e consistente la ripresa. La seconda contraddizione deriva dalla circostanza, in fondo conseguenza della precedente, che, mentre si afferma l’inversione di tendenza in fatto di crescita, non viene precisato in cosa tale inversione dovrebbe consistere: il futuro deve essere garantito dal ripristino della situazione preesistente lo scoppio della crisi, oppure nella creazione di un sistema economico-finanziario nuovo?

All’interrogativo non viene data alcuna risposta credibile, costringendo gli Italiani a vivere – afferma l’antropologa – “all’interno di un orizzonte culturale assai nebuloso, dove si fanno sempre più labili i riferimenti che dovrebbero consentirci di stabilire un ordine, un sistema di ruoli, una gerarchia di valori”. Il persistere dell’incertezza sembra dare fondamento, a parere della Signorelli, che a “onta dei modesti segni di risveglio del ciclo produttivo […] le interpretazioni di ciò che accade sono contraddittorie, le previsioni difficili”.

Di fronte alla perdurante incertezza, è inevitabile il consolidarsi del contrasto tra una classe politica, guidata sino a poco tempo fa da un premier che ostentava un “esuberante ottimismo” e la popolazione che presenta invece uno stato d’animo depresso, non sapendo se ciò sia dovuto a una condizione esistenziale causata dalle difficoltà quotidiane, oppure si tratti, più verosimilmente, “di una vera e proprie crisi culturale. L’antropologa propende per la seconda ipotesi, che si sarebbe affermata con una radicalità così profonda “da non passare senza lasciare un segno sul gruppo o sui gruppi umani in essa coinvolti”. Per dare fondamento al suo convincimento, l’antropologa ricorre a strumenti analitici propri del suo campo di studi antropologici: in particolare, ricorre all’uso del concetto di “presenza” e alla sua entrata in crisi.

La “presenza” – afferma la Signorelli – indica “lo stare al mondo in modo tipicamente ed esclusivamente umano […], avendo coscienza di sé, del mondo e di sé nel mondo”; ciò “non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo”, con la “presenza”, costruita attraverso contenuti culturali condivisi che, in quanto tali, sono anche sociali. La presenza al mondo di ogni soggetto – sottolinea l’antropologa – “non è una condizione statica, acquisita una volta e per sempre: al contrario è una situazione dinamica che si rinnova di fronte alle situazioni esistenziali che le si propongono”. Per andare oltre queste situazioni, la “presenza” individuale e collettiva “può scoprirsi inadeguata ed entrare in crisi”, che è crisi della capacità umana di essere presente nel mondo. Quando ciò accade, si perde la capacità di valutare e di decidere, che viene sostituita con l’angoscia d’essere “preda di forze oscure incontrollabili, di un destino incerto e inconoscibile del quale appare impossibile essere gli artefici”.

Quando diventa preda dell’angoscia, il soggetto perde la capacità di dare un “significato ed un valore ai propri accadimenti” e, precipitando in una crisi culturale, perde la consapevolezza della propria “presenza” nel mondo; gli viene così negata la possibilità di trasformare la crisi esistenziale in routine, per cui non gli restano – afferma la Signorelli – che due vie di fuga: da un lato, quella di un confronto razionale con il “negativo” iscritto nella sua esistenza; dall’altro lato, quella di esorcizzare il “negativo” esistenziale, con l’appellarsi ai santi in paradiso, perché gli restituiscano la capacità perduta di valutare e di decidere.

Per tentare la “via del confronto razionale”, occorre tener presente che chiunque voglia fare razionalmente i conti con lo stato di angoscia che lo affligge sul piano esistenziale, deve tener presenti i limiti delle spiegazioni della crisi condotte dal solo punto di vista economico; spiegazioni che trascurano il ruolo degli esseri umani come “attori della crisi, in quanto – afferma la Signorelli – protagonisti e vittime le cui decisioni e i cui comportamenti pongono in essere la crisi medesima o quanto meno la rendono possibile”. Siffatte spiegazioni, infatti, non tengono conto di alcuni aspetti del “negativo” che sono presenti oggi nella società italiana, ma che possono essere colti anche a livello globale; tali aspetti sono ben diversi da quelli che esistevano solo alcuni decenni fa.

Innanzitutto, secondo l’antropologa, l’Itala è uscita dalla “società della penuria”, diventando una la società italiana è divenuta una società dell’abbondanza, “nella quale molto raramente il negativo dell’esistenza può essere ricondotto alla scarsità dei beni primari”. In secondo luogo, le condizioni che nel passato potevano generare delle crisi non contemplavano, a differenza di oggi, l’aumento del livello dell’istruzione dell’intera popolazione. Ora, contrariamente a quanto sarebbe plausibile attendersi, la capacità dei singoli soggetti di andare oltre la “datità” dell’esistente tende a diminuire, mentre aumentano i tentativi di superare il negativo della crisi attraverso il ricorso a pratiche magico-religiose. In terzo luogo, ma non ultimo, gli accadimenti globali, l’implosione dell’URSS, la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, ed altro ancora, hanno avuto un impatto sconvolgente anche a livello culturale, nel senso hanno annullato quasi del tutto l’importanza delle narrazioni totalizzati e coerenti della società, quali le storytelling evocate dall’ex-premier, rammaricandosi di non poterne disporre per governare il Paese; ora l’immagine della società che cresce in maniera coerente e stabile è stata sostituita da quella che la rappresenta come società stazionaria, o che cresce “attraverso deviazioni, percorsi secondari, interruzioni e concentramenti, abbandoni e recuperi, punti di coagulo e di dispersione”.

L’incertezza che caratterizza il presente rende difficile affrontare razionalmente il negativo della crisi, nel senso che rende impossibile “agire in termini di progetto”. Le difficoltà che impediscono ai soggetti di progettare, o quanto meno di nutrire la speranza di andare oltre il negativo del presente, possono essere considerate, a parere della Signorelli, uno dei sintomi più gravi dell’attuale crisi della “presenza”, in quanto comporta il “progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmene, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Secondo la Signorelli, la perdita del significato del valore del mondo per il soggetto è comprovata da situazioni oggettive in almeno tre ambiti della vita sociale italiana; la considerazione di queste situazioni permette di valutare lo spessore del negativo della crisi, ma anche una tenue possibilità di superarlo.

Un primo indicatore di “paralisi progettuale” è espresso dalla diminuzione della natalità; la diminuzione delle nascite ha assunto dimensioni preoccupanti, con un tasso di natalità che non consente di conservare, al limite, costante la popolazione, mentre la classe politica tenta di porre rimedio al saldo naturale negativo della popolazione con l’afflusso degli immigrati, senza considerare che una politica demografica di tal fatta, se può essere valida nel breve periodo, è assai poco probabile possa esserlo anche per quello lungo. Il secondo indicatore è rappresentato dalla “questione del lavoro”; nella società occidentale il lavoro soffre del fatto d’essere ancora, non solo una prescrizione morale, ma anche una ineludibile condizione esistenziale, in quanto vivere nella società capitalistica contemporanea, dove il lavoro manca o risulta instabile, è difficile pensare che la disoccupazione strutturale non abbia effetti devastanti sulla valutazione che ha di sé la forza lavoro disoccupata e priva di reddito, o quanto meno assistita dalla carità pubblica. Il terzo indicatore è fornito dall’assenteismo elettorale e dalla perdita di identità politica dell’elettore; situazione, questa, che vale a denunciare la rinuncia ad ogni possibile progetto da parte dei cittadini ed il loro “scivolamento verso posizioni qualunquiste”, che può essere letto come crisi della “presenza”, sia a livello individuale, che collettivo.

Esiste una prospettiva che consenta di uscire dal negativo della crisi che attanaglia il Paese? A parere della Signorelli esiste; malgrado la presenza di istituzioni che , con i loro provvedimenti, hanno non solo “funzionato da moltiplicatore sul piano culturale e psicologico” degli esiti negativi della crisi, ma anche fallito sul piano economico, nel senso che le misure anticrisi adottate si sono rivelate inadeguate e inefficaci, tali da rendere la ripresa una promessa sempre meno credibile. Quegli italiani che hanno conservato il desiderio di “fare qualcosa” avrebbero però scoperto un’alternativa idonea a compensare il discredito delle istituzioni governative, il volontariato ed altre forme d’impegno simili.

Queste forme di reazione all’immobilismo, pur con tutti i limiti, testimonierebbero, secondo l’antropologa Signorelli, l’esistenza di una residua capacità di “reagire alla sfiducia, al disgusto, alla noia che la politica attualmente ispira agli italiani”; per quanto non sia facile prevedere quale potrà essere l’esito di queste forme di impegno volontaristico, o per quanto questo possa essere considerato l’inizio di una reazione alla situazione presente, il futuro del Paese, affrancato dal negativo della crisi, non potrà che essere legato solo a “un filo di speranza”. Ma anche la speranza, se non sorretta da un progetto per il futuro, collettivamente condiviso e coinvolgente nell’azione l’intera collettività, è destinata a sicuro fallimento, perché il volontariato, sebbene encomiabile, è pur sempre impegno di gruppi limitati e non di tutti, come invece sarebbe necessario.

Gianfranco Sabattini

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