martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Occidente e l’ascesa globale del resto del mondo
Pubblicato il 18-04-2017


Charles Kupchan

Charles Kupchan

Negli ultimi due secoli, gli Stati dotati di istituzioni politiche democratiche ed economiche orientate al mercato hanno dato forma al mondo moderno, contribuendo a creare il mito della superiorità dell’Occidente. Sostenuti dalle loro istituzioni, i principali Paesi occidentali (Inghilterra e Stati Uniti, in primis) sono stati gli artefici dell’ordine globale che, avviato nel corso del XIX secolo, ha raggiunto la sua apoteosi alla fine del secondi millennio, quando, con l’implosione dell’Unione Sovietica, la via occidentale (Western way) alla crescita ed allo sviluppo è sembrata ad alcuni storici ed opinionisti avere prevalso definitivamente su ogni altra forma organizzativa alternativa della vita politica ed economica dei popoli. Secondo il politologo americano Francis Fukuyama, il prevalere dei valori propri della democrazia liberale e del libero mercato segnava, addirittura, la “fine della storia”.

Tuttavia, a partire dalla fine del XX secolo, la supremazia dell’Occidente avrebbe iniziato ad avviarsi al tramonto; per cui è plausibile prevedere che molti altri Paesi, cresciuti all’ombra dell’egemonia occidentale, “assurgano al rango di potenze di primo piano”, aspirando conseguentemente, come già sta accadendo, ad esercitare a livello globale un’”influenza proporzionale al loro status”. Ciò è quanto sostiene Charles A. Kupchan (docente di Politica internazionale presso la più antica Università cattolica americana, la Gergetown University, con sede a Washington D.C.), autore del libro “Nessuno controlla il mondo. L’Occidente e l’ascesa del resto del mondo. La prossima svolta globale”.

Conseguentemente, di fronte ai mutamenti che stanno avvenendo a livello globale, è logico chiedersi – come fa Kupchan – come cambierà il mondo, se le idee e le concezioni sulle istituzionali politiche ed economiche dei Paesi occidentali riusciranno a sopravvivere e se le potenze emergenti vorranno far valere un proprio approccio alla soluzione dei problemi attinenti la governance delle relazioni economiche internazionali. Si tratta di aspetti che vanno chiariti, perché – come afferma Kupchan – via via che ci si addentrerà nel XXI secolo, le risposte ai quesiti appena proposti “avranno un impatto fondamentale sulla natura del mondo che sta emergendo”.

Il politologo sostiene che “il mondo prossimo venturo non apparterrà a nessuno in modo esclusivo”, non solo perché la via occidentale sta perdendo gran parte dell’egemonia della quale ha goduto nel passato, ma anche per via del fatto che “ad essa non si sta sostituendo un nuovo baricentro o modello politico egemone”; per cui è dato prevedere che il mondo del futuro sarà “multipolare e allo stesso tempo politicamente plurale.”, nel senso che “sarà caratterizzato da un numero di potenze di primo piano, ciascuna dotata di una propria concezione di che cosa costituisca un ordine giusto e legittimo”. Pertanto, secondo kupchan, se si vorrà che la transizione al nuovo ordine “si svolga in modo pacifico, l’Occidente e il resto del mondo in ascesa dovranno non solo raggiungere un accordo su questioni di status e prestigio internazionale, ma anche stabilire un consenso sulle regole che definiscono il concetto di legittimità e governano il commercio, la guerra e la pace”. Kupchan formula un insieme di proposte, il cui intento è quello di individuare “i principi basilari cui fare riferimento” nella transizione verso il nuovo ordine globale, ma non prima di aver “esplorato” le cause e le conseguenze dell’emergenza del nuovo ordine mondiale,.

Di solito – afferma Kupchan – gli “accordi postbellici” hanno sempre dato luogo ad un nuovo ordine regolatore delle relazioni internazionali; ciò è accaduto: dopo la guerra dei trent’anni che, culminata con la pace di Vestfalia, è valsa a codificare il concetto di sovranità con riferimento al quale sono state regolate le relazioni tra gli Stati; dopo le guerre napoleoniche, allorché, a seguito del Congresso di Vienna, è stata inaugurata la prassi del “Concerto europeo”, con cui è stato creato un ordine cooperativo che ha preservato per molti anni la pace tra le grandi potenze europee; dopo la Grande guerra, allorché, con il Trattato di Versailles, è stata creata la Società delle Nazioni, attraverso la quale si sperava di prevenire i conflitti attraverso la negoziazione anziché l’equilibrio di potenza; infine, dopo la Seconda guerra mondiale, quando, con gli accordi di Dumbarton Oaks e Bretton Woods, è stata creata l’Organizzazione delle Nazioni Unite e una nuova struttura istituzionale internazionale per il governo dei rapporti finanziari ed economici tra gli Stati.

Diversamente dalle circostanze postbelliche descritte, la fine della Guerra fredda, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è avvenuta nel rispetto della continuità degli accordi già esistenti, piuttosto che all’insegna del cambiamento, inducendo l’Occidente a convincersi, erroneamente, con la presunta “fine della storia”, che le istituzioni ed i valori occidentali, “usciti vincitori dal conflitto”, sarebbero stati sufficienti a consolidare nel mondo una “pace perpetua”. Con l’inizio del nuovo secolo, soprattutto a partire dagli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001 alle Torri gemelle di New York, tale compiacimento è andato in frantumi; ciò ha costretto l’Occidente, con in testa la potenza egemone rappresentata dagli Stati Uniti, a prendere coscienza del fatto che, in luogo dell’omogenea diffusione delle proprie istituzioni e dei propri valori, stava maturando una “svolta globale”, caratterizzata dalla “caotica diversità” intellettuale degli Stati costituenti il resto del mondo, i quali con la globalizzazione diffusasi dopo la fine della Guerra fredda, stavano scalando le gerarchie mondiali.

La svolta che si prospetta porrà fine alla supremazia dell’Occidente; ma il nuovo ordine mondiale non sarà egemonizzato da nessun’altra potenza o alleanza di Stati in alternativa agli USA. “Un mondo senza padroni – afferma Kupchan – mostrerà un notevole pluralismo: idee alternative sull’ordine internazionale e sull’ordinamento interno agli Stati rivaleggeranno e coesisteranno sulla scena globale”. Nella transizione, varrà la storia a farsi maestra, ricordando che in passato i “riassetti dell’equilibrio di potenza” sono sempre stati momenti pericolosi, spesso segnati da guerre distruttrici di vite e di risorse: salvo rare eccezioni (avvicendamento, all’inizio del XX secolo, tra Gran Bretagna ed USA come potenza egemone dell’Occidente, avvenuto in modo pressoché incontrastato, e avvento, alla fine dello stesso secolo, dell’egemonia globale degli USA, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica), i cambiamenti dell’ordine internazionale hanno sempre comportato guerre egemoniche, costate pesanti sacrifici per l’intera umanità.

Esiste perciò la probabilità che la prossima svolta globale sia segnata da “tensioni e rischi geopolitici”, per cui se l’Occidente e il resto del mondo in ascesa vorranno governare la transizione al nuovo ordine in modo pacifico, dovranno necessariamente collaborare tra loro, per definire le regole sulla cui base regolare le future relazioni internazionali. In particolare, l’Occidente “dovrà aprirsi alle diversità politiche esistenti, invece di persistere nella convinzione che la democrazia sia l’unica forma di governo legittima” e che il libero mercato sia l’unica condizione per promuovere la crescita e lo sviluppo materiali; ciò significa che l’Occidente deve porre termine alla denigrazione e all’ostracismo nei confronti dei regimi politici ed economici la cui collaborazione sia necessaria per costruire il nuovo ordine globale. L’Occidente e gli altri Paesi in ascesa devono perciò “giungere a una nuova e più inclusiva definizione di legittimità, se vogliono trovare un accordo sulle fondamenta ideologiche del nuovo mondo”.

In particolare, costruire le basi di un ordine internazionale più inclusivo dovrà implicare il riconoscimento che “non esiste una sola forma di governo responsabile”, nel senso che, né l’Occidente, né il resto del mondo in ascesa potranno pensare di avere il monopolio sulla “bontà” delle istituzioni politiche ed economiche in grado di consentire agli Stati di promuovere il benessere dei propri cittadini. Occorrerà che tutti gli attori internazionali, che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale, si conformino all’idea che le nuove regole sulle quali basare il nuovo ordine rispondano a “standard accettabili di governance responsabile”.

In questo modo sarà possibile rispettare le scelte politiche ed economiche interne di ogni Stato, in quanto “espressione di insindacabili criteri nazionali, oltre che il riflesso dell’intrinseca varietà della vita politica”; inoltre, diverrà possibile estendere gli stessi standard alla conduzione della politica estera, nel senso che, per meritare una “buona reputazione internazionale”, i singoli Stati partecipanti alla costruzione del nuovo ordine globale dovranno salvaguardare, oltre al benessere dei propri cittadini, anche quello degli altri Paesi. La disponibilità di tutti gli attori internazionali ad abbracciare una concezione, fondata su una governance più responsabile, quindi più inclusiva di legittimità, rispetto a quella unicamente giustificata sulla base della democrazia e del libero mercato, allargherà “di sicuro – afferma Kupchan – il novero delle nazioni pronte a ergersi contro i regimi che predano i propri cittadini e minacciano la comunità internazionale”.

La condivisione di una governance responsabile non violerebbe, a parere dello stesso Kupchan, i valori tradizionali dell’Occidente, in quanto la sua accettazione sarebbe giustificata proprio sulla base dell’esperienza storica occidentale: compromesso, tolleranza e pluralismo ideologico sono stati infatti “vitali per l’ascesa dell’Occidente, nel corso della quale regimi diversi hanno convissuto, spesso nel rispetto di ogni scelta politica, religiosa e ideologica. L’Occidente ha per lungo tempo celebrato il proprio pluralismo interno e se ne è avvantaggiato”; esso, perciò non dovrebbe oggi trovare alcuna difficoltà nell’”optare per lo stesso approccio pluralista anche nei confronti del resto del mondo”, quindi riconoscere ed accettare la diversità che caratterizza l’esperienza umana, per trasformarla “in una virtù anziché in un vizio, in una fonte di idee nuove e ibride anziché in odio e paura”.

La realizzazione di una governance responsabile non sarà incompatibile con il ricupero del ruolo, in parte affievolito dalla globalizzazione, dello Stato-nazione, inteso tra l’altro, non solo come baluardo contro le minacce esterne che rendono insicura la vita all’interno di ogni Stato, ma anche come mezzo per limitare il principio del libero scambio e quello della libertà assoluta dei mercati finanziari; ciò al fine di evitare gli esiti negativi della delocalizzazione delle attività produttive, causata dall’allargamento della globalizzazione.

In conclusione, se vorranno costruire un nuovo ordine mondiale stabile e più equo, l’Occidente ed i Paesi emergenti del resto del mondo dovranno cercare un accordo circa la necessità che la governance reposnsabile sia esercitata secondo standard minimi, che implichino sanzioni economiche e ritorsive solo contro quegli Stati le cui istituzioni politiche ed economiche funzionino a vantaggio esclusivo di ristretti gruppi sociali ed a danno della maggioranza della loro popolazione. In ogni caso, quegli standard minimi dovranno implicare la conservazione di un determinato livello di sovranità nazionale per tutti gli Stati che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale.

L’analisi convincente di Kupchan circa i pericoli cui sono esposti, sia l’Occidente che la totalità degli Stati emergenti del resto del mondo, pur convincente, in quanto basata su ciò che l’esperienza storica ha lasciato in eredità del mondo moderno, accusa tuttavia una “caduta” in fatto di credibilità; ciò perché Kupchan, preoccupato dell’eccessivo indebitamento del suo Paese, auspica che gli USA, equilibrando sul fronte interno gli impegni internazionali con le risorse disponibili, riescano ad assicurarsi la possibilità di poter incidere, più di chiunque altro, sulla svolta globale in atto, pur in presenza di uno scenario mondiale multipare, pur in presenza di uno scenario mondiale multipolare. E’ il caso di affermare che Kupchan, pur di fronte all’inevitabile formazione di un mondo multipolare, sembra prevalentemente preoccupato che gli USA, anche se ridimensionati dall’ascesa di molti Paesi del resto del mondo a protagonisti globali, perdano la capacità di continuare, per il tempo a venire, ad egemonizzare il mondo. Se così sarà, non dovrebbe esserci visibilità ed autonoma capacità di decisione per gli altri Paesi; il futuro del mondo sarebbe perciò già segnato dal suo recente passato. Si possono pertanto accettare le proposte avanzate da Kupchan per il governo del nuovo ordine mondiale che verrà, ma non condividere i suoi auspici.

Gianfranco Sabattini

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