mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Perché i russi hanno capito prima e meglio la sfida islamica
di Ugo Intini
– Il Mattino
Pubblicato il 05-04-2017


L’attacco terrorista a San Pietroburgo ci ricorda che Russia e Occidente hanno un nemico comune (infatti, sia pure separatamente, con molte contraddizioni e silenzi, lo stanno combattendo insieme in questo momento in Medio Oriente). Ci ricorda anche che il fondamentalismo islamico è nato in Afganistan, che lì è stato contrastato per decenni (prima dai russi e poi dagli americani) senza a tutt’oggi una vittoria definitiva. E che Mosca ha capito forse meglio e prima dell’Occidente la natura della minaccia.

Andiamo con ordine. Mentre gli americani aiutano il governo iraqeno a cancellare gli ultimi brandelli di Stato islamico a Mosul, per la prima volta nella storia, una portaerei russa, la “ammiraglio Kuznetsov” (la sola della flotta) , è entrata davvero in combattimento: è scesa da San Pietroburgo nel Mediterraneo e dal largo di Aleppo sta lanciando ondate di caccia bombardieri e missili. Questo è quanto hanno pagato i morti nella metropolitana.

La guerra della Russia contro il fondamentalismo islamico ha radici ben più profonde e antiche di quella dell’Occidente. Non foss’altro perché l’Islam è stato per secoli all’interno dell’impero zarista come delle repubbliche ex sovietiche. E lo ha circondato da Est (con l’Afganistan) a Sud ( con l’impero ottomano).

Più che un ragionamento astratto, è il racconto di una esperienza diretta che può spiegare come i russi abbiano capito prima e meglio di noi la sfida islamica. Non ne avevo mai sentito parlare sino a quando, nel 1989, ho incontrato a Mosca Valentin Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito. Da pochi mesi, Gorbaciov aveva ritirato l’Armata Rossa dall’Afganistan, dopo una guerra di quasi dieci anni che era costata ai russi 26 mila morti. Per giustificarla (e per contestare l’impegno degli americani a sostegno dei talebani) Falin mi espose una tesi per me assolutamente nuova (che mi sembrò inaccettabile). Secondo lui, Mosca aveva combattuto contro il fanatismo islamico in Afghanistan per evitare che si estendesse come un veleno micidiale alle vicine repubbliche sovietiche (dall’Uzbekistan al Tagikistan). Noi non avevamo capito la gravità della minaccia creata dal possibile futuro conflitto tra razionalità e Islam. Pensavamo e agivamo ancora –insisteva- secondo la logica del conflitto precedente (Occidente- comunismo) e sbagliavamo.
In effetti Bin Laden (fratello del più importante costruttore del Medio Oriente e uno dei più grandi del mondo) combatteva accanto ai talebani in Afghanistan, ma era una creatura degli americani e dei pakistani loro alleati. Per colpire Mosca, Washington si era allevata in seno il serpente che avrebbe distrutto le torri gemelle.
Il secondo e più forte segnale dell’impegno russo (ma non americano) contro la sfida islamica lo ebbi nel 2001, quando servivo nel governo Amato al ministero degli Esteri come sottosegretario responsabile per l’Asia. Cacciati i russi, era esplosa la guerra tra i vincitori, ovvero tra il generale Massud (capo della Alleanza del Nord) e il governo talebano di Kabul. Il re in esilio dell’Afganistan, Zahir Shah, abitava da anni all’Olgiata in una villetta, con un vecchio generale che gli faceva da maggiordomo, aveva ancora un forte ascendente sulle tribù e quando lo andavo a trovare suggeriva la grande assemblea tribale tradizionale, la cosiddetta Loya Jirga, per avviare una trattativa di pace. Organizzammo persino una piccola Loya Jirga con lui a Roma.
Il nostro Gino Strada aveva in Afganistan due ospedali di Emergency International (uno nell’area controllata dal generale Massud e uno a Kabul): potevamo perciò chiedere come italiani alle due parti in guerra di aprire un “corridoio umanitario” tra i due ospedali e cominciare così a dialogare. Il laico Massud era immensamente popolare per avere combattuto da eroe i russi e veniva chiamato il “leone del Panshir”: una specie di Garibaldi afgano. Il Mullah Omar guidava il governo di Kabul e i “talebani”, un termine che significa testualmente “allievi delle scuole religiose”: i giovani cioè che nei villaggi miserabili imparavano a leggere il Corano e a scrivere in rudimentali scuole definite “madrasse”. Il prete o parroco (così noi lo chiameremmo ) nella madrassa di un villaggio era proprio Mullah Omar. Un poveretto corse a denunciare che il colonnello del governo filo russo aveva preso sua figlia e la stava violentando nella caserma. Mullah Omar radunò i giovani del suo “oratorio”, li incitò all’assalto, espugnò la caserma e impiccò il colonnello al cannone di un carro armato, che fu poi fatto girare a monito per il villaggio. Così nacque il suo mito.
Incontrai il generale Massud a Duchambè (la capitale del Tagikistan che confinava con il territorio da lui controllato). Ricordava che, quando studiava ingegneria a Kabul, le ragazze andavano all’università in minigonna. Sosteneva che i governativi erano armati dal Pakistan e che addirittura soldati pakistani di etnia pashtun (come la maggioranza degli afgani) combattevano contro di lui travestiti da talebani. Ma accettava il “corridoio umanitario” attraverso i due ospedali come premessa al dialogo. Incontrai subito dopo a Kabul il ministro degli Esteri talebano Muttawakil. Anche lui accettava il “corridoio” e il possibile dialogo. D’altronde, i talebani non erano tutti uguali e qualche influenza indiretta sul loro governo non mancava agli occidentali, perché noi non lo riconoscevamo e non avevamo diplomatici a Kabul, ma nella capitale afghana c’erano ancora, potentissime, le ambasciata dell’Arabia Saudita e del Pakistan.

Gli americani, sia pure informalmente, si interessavano agli sforzi italiani. Mi veniva infatti a trovare al Ministero a Roma Zalmay Khalilzad, un professore americano della Rand Corporation (un istituto di studi vicino ai repubblicani), nato in Afghanistan, che parlava perfettamente pashtun. Io insistevo che la trattativa tra Massud e i talebani era possibile ma soltanto se si armava e aiutava il generale, perché il governo di Kabul poteva accettare il negoziato, sì, ma soltanto dopo aver toccato con mano che una vittoria militare gli era preclusa. Anche gli americani dovevano dunque sostenere Massud (esattamente come i russi, che pure lo avevano combattuto quando il “Garibaldi afgano” era il più temuto capo della resistenza contro la loro occupazione). Khalilzad ascoltava, non commentava, ma capivo che ne sapeva molto più di me e che non era soltanto un professore.
Non se ne fece nulla, forse non ce ne fu il tempo. Bin Laden aveva un grande ascendente sul capo dei talebani Mullah Omar e ne aveva addirittura sposato la sorella. Aveva già ucciso 17 marinai americani con un attentato al cacciatorpediniere “Cole” al largo dello Yemen. Continuò a organizzarsi indisturbato dall’Afganistan, sino alla distruzione delle torri gemelle.

Ma gli altri interlocutori di questo fallito (forse impossibile) tentativo di mediazione come sono finiti?Il generale Massud, pochi mesi dopo il nostro incontro a Duchambè, fu assassinato proprio da Bin Laden, alla vigilia del suo attacco contro New York. Era per lui il principale pericolo, l’ostacolo da eliminare in via preventiva per evitare che potesse fare da sponda agli americani quando, dopo la strage di New York, avrebbero presumibilmente invaso l’Afganistan. Una troupe televisiva andò a intervistarlo, ma era un commando suicida e all’interno della telecamera si trovava nascosta una bomba.

E il ministro degli Esteri talebano Muttawakil? All’arrivo dei marines a Kabul, riuscì a fuggire nel Waziriland (il territorio di montagna conteso al confine tra Pakistan e Afghanistan). Avevo ragione a considerarlo un possibile interlocutore. La CIA lo individuò come tale attraverso mediatori e lo invitò riservatamente a Washington per una trattativa di pace che ponesse fine alla guerriglia. Lui accettò, ma la FBI litigava con la CIA: lo arrestò appena arrivato all’aeroporto per traffico di droga e finì per anni a Guantanamo prima di tornare come un rispettato capo tribale a Kabul.

E Khalizdad? Ne sapeva davvero molto più di me. L’amministrazione Bush infatti lo nominò ambasciatore prima in Afghanistan e poi in Iraq durante l’occupazione militare americana: veniva chiamato “il viceré”. Infine divenne ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu (ed è stato tra i candidati per fare il segretario di Stato con Trump).

E il re Zahir Shah? È rientrato in patria dove è morto molto anziano ancora circondato dall’affetto degli afghani, che rimpiangono il suo regno come una “età dell’oro”. Persino il talebano Muttawakil, salutandomi, mi disse :”quando torna a Roma, porti i miei omaggi a sua maestà”. Ha sempre rispettato gli italiani. Nel 1940, c’erano centinaia di nostri tecnici a Kabul per modernizzare il Paese. Quando entrammo in guerra, gli inglesi, che controllavano tutta l’area, volevano internarli in un campo di concentramento. L’allora giovane re disse. “Mai, sono miei ospiti e non consentirò per nessuna ragione che siano toccati”. Se ne ritornarono in Italia nei modi più avventurosi, ma salvi.
Resta l’interrogativo più importante. E l’Afganistan? Se ne parla meno, ma ancora una volta si è dimostrato che la guerra non risolve i problemi. Il governo di Kabul controlla infatti soltanto il 57 per cento del territorio, il suo esercito, pur addestrato con enormi spese, dall’inizio del 2016 al novembre, ha avuto 6.785 morti e 11.777 feriti. Ci sarebbe bisogno di mediatori come il malcapitato Muttawakil, ma si può dubitare, dopo quello che gli è successo, che qualcuno si fidi ancora degli americani. La storia pesa. Alla fine dell’Ottocento, l’Afganistan era al centro del conflitto tra le grandi potenze ma già i diplomatici chiamavano tale conflitto “la danza degli spettri”, indicando con la macabra definizione che il lieto fine era escluso.
Tutta la vicenda contribuisce a far pensare che, se una sola buona cosa Trump ha promesso, questa è l’aspirazione a normalizzare i rapporti con Putin. Innanzitutto, si può sperare, per combattere insieme il fondamentalismo islamico. La tragedia di San Pietroburgo spingerà certamente in questa direzione.

Ugo Intini

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