venerdì, 26 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Perché “l’inciucio” post-elettorale spaventa soltanto l’Italia
di Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 18-04-2017


Tra poco si vota in Francia e a settembre in Germania. Le elezioni italiane, che saranno certamente condizionate dal risultato delle prime due, concluderanno nell’arco di un anno una fase decisiva per il futuro dell’Europa, della nostra economia e della stessa democrazia. Non è vero che sia dovunque in atto un’inarrestabile avanzata delle forze antisistema. Non è vero che la ricerca di ragionevoli compromessi e di punti di equilibrio, con la conseguente prevalenza di posizioni centriste, sia ormai fuori moda. Può apparire così in Italia, ma questa percezione sbagliata deriva dal fatto che noi guardiamo gli avvenimenti da un Paese che si trova in una situazione anomala, pericolosa e distante dallo standard politico europeo.
I partiti guidati da leader tradizionali raccolgono infatti nei sondaggi il 90 per cento dei consensi in Germania e il 75 per cento in Francia (dove la Le Pen può forse vincere soltanto se per una sciagurata congiuntura prevarranno divisioni e vendette tra gli altri partiti). Senza contare che in Spagna (grazie al nulla osta dei socialisti) sta ormai al governo, dopo una lunga fase di incertezza, il centrista e democristiano Rajoi. E che in Olanda, dopo ondate di allarme, la destra anti europea si è fermata nelle elezioni di marzo al 14 per cento.
Soltanto in Italia le forze antisistema e anti Europa sfiorano nei sondaggi il 50 per cento (Grillo, più Salvini, più Meloni). Soltanto in Italia addirittura oltre il 60 per cento degli elettori potrebbe votare partiti che in questo momento mettono in discussione l’euro (anche Berlusconi infatti ha appena avanzato la proposta di una doppia moneta lira-euro). La voce degli europeisti sembra scomparsa proprio nella patria dei “Trattati di Roma” e nel Paese che, senza l’ombrello protettivo dell’Unione, farebbe probabilmente la fine dell’Argentina, con il default del suo mostruoso debito pubblico.

Che l’Italia sia oggi anomala in Europa si capisce anche dalla prevalente ostilità (quasi demonizzazione) degli accordi tra partiti e schieramenti diversi.
In Germania, l’estrema destra xenofoba e antieuropeista si è sgonfiata e viene data al 10 per cento. Il socialista Schulz è in rimonta e forse potrebbe anche superare la Merkel, ma difficilmente potrebbe trovare i numeri e la coesione necessaria per una coalizione con i verdi e la sinistra della Linke. La Merkel potrebbe ottenere un exploit, ma probabilmente non riuscirebbe comunque a ricostruire l’alleanza di governo terminata nel 2009 con i liberali (ormai troppo deboli). Saranno cancellieri o Schulz o la Merkel (entrambi dati intorno al 30- 35 per cento) ma probabilmente governeranno ricostruendo una grande coalizione democristiana- socialista di quasi il 70 per cento: esattamente quella che ha assicurato progresso e stabilità sino a oggi e che in Italia sarebbe bollata come il più colossale degli “inciuci”.
In Francia il compromesso verso il centro lo stanno già realizzando gli elettori perché Macron (ex socialista e ministro con Hollande), sponsorizzato sia dal leader centrista Bayrou che dall’ex primo ministro socialista Valls, è dato dei sondaggi, come la Le Pen, intorno al 25 per cento: una percentuale raccolta tra elettori sia di sinistra che di destra. Probabilmente il ballottaggio si svolgerà tra i due. Anche se sorprende la risalita di Malenchon, candidato della estrema sinistra, che tuttavia non è un giovane rivoluzionario anti sistema, bensì un vecchio politico di professione, senatore socialista dal lontano 1986 e membro del governo Jospin nel 2000. Comunque, se per caso vincesse la Le Pen, pochi hanno ricordato che persino in questo caso un “inciucio” avverrà certamente. Subito dopo le elezioni presidenziali ci saranno infatti quelle legislative e la destra lepenista non otterrà la maggioranza in Parlamento. Il capo del Governo sarà pertanto o un centrista o un gollista moderato e si avrà la “coabitazione” tra un presidente della Repubblica e un Primo Ministro di schieramenti politici sino al giorno prima contrapposti. Era già successo quando presidenti della Repubblica erano il socialista Mitterrand e il gollista Chirac.
E l’Italia? Tra polemiche che per la loro violenza ricordano più Caracas che Berlino, ci si avvia al voto fuori dalla logica prevalente in Europa e fuori anche dalla logica in sé. Poichè l’impianto elettorale sarà quasi certamente proporzionale e poiché i contendenti sono sostanzialmente tre, ciascuno intorno al 30 per cento, è chiarissimo che nessuno avrà la maggioranza parlamentare. Ciò non di meno, tutti e tre non vogliono sentir parlare di accordi o compromessi con uno degli altri due, forse perché li paralizza il timore di essere accusati di “inciucio” (termine come si sa inventato dal famoso politologo Antonio Di Pietro). Tutti si muovono come se esistesse ancora il sistema maggioritario dell’Italicum.

Renzi giura di puntare al 40 per cento che attualmente (ma per la sola Camera) assicura un premio di maggioranza alla lista più votata. Grillo giura lo stesso. Berlusconi spera in una legge elettorale che dia il premio non alla lista ma alla coalizione. E pertanto cerca di ricostruire l’alleanza con la Lega. Senza considerare che tra il suo Tajani (presidente del Parlamento europeo) e Salvini c’è la stessa distanza esistente tra Macron e la Le Pen: un abisso. E senza considerare che il 40 per cento è comunque irraggiungibile.
Se da Parigi e Berlino (dopo che da Madrid e Amsterdam) verranno segnali positivi, forse la situazione cambierà. Ma certamente, oggi, nessuno sembra vedere la realtà dei numeri. Poiché nessuno è cieco o insipiente, si deve immaginare che ciò derivi da un eccesso di tatticismo e furbizia. Ma come si sa tutte le volpi finiscono dal pellicciaio e quanto prima la furbizia sarà sostituito dal realismo tanto meglio sarà. Anche perché a fare la fine delle volpi potrebbero incolpevolmente essere i cittadini italiani. Se la percezione di imprevedibilità e instabilità del Paese si aggraverà, è infatti certo che i mercati ci aggrediranno, facendo salire il costo del denaro. E dobbiamo ricordare che ogni punto in più di tasso di interesse, se e quando si ripercuoterà sull’intero debito pubblico di 2.200 miliardi, significherà una mazzata di 22 miliardi all’anno. Questa è la mazzata che si può evitare e che sarebbe mortale. Anche perché si aggiungerebbe ad altre mazzate purtroppo non evitabili. Non ci si deve infatti chiedere se, ma quando i tassi di interesse aumenteranno (e di molto) per cause irrimediabili: per il cambiamento della congiuntura internazionale e prima ancora per la fine delle elargizioni da parte della Banca Centrale Europea.

Ugo Intini

 

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