lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Renzi, se volesse passare alla storia…
Pubblicato il 04-04-2017


Quando la Storia, con la s maiuscola bussa, alla porta è necessario aprirsi e non pensare prima a se stessi. La decisiva sfida che contiene e condiziona tutte le altre, e non viceversa, è il futuro dell’Europa, quella di restare in Europa per cambiarla in meglio come si fa in ogni famiglia che si rispetti. Il valore di questa scelta ha un’aggettivazione, che si può definire “degasperiana”, cioè di tenere insieme tutte le forze che vi si riconoscono senza ambiguità. Il riferimento alla scelta degasperiana è più di un riferimento storico, è una palpitante eredità nel momento in cui, e bene ha fatto Prodi a ricordarlo, una difesa comune europea (il sogno di De Gasperi del 1954 fatto fallire da De Gaulle) e relativo esercito s’impone per far fronte ai disimpegni di Trump. E’ la linea che caratterizza Macron in Francia, e che dovrebbe battere la Le Pen, è quella che, pur in forma competitiva tra loro, contrassegna la gara elettorale in Germania. In Italia ne discende che bisogna concretamente aiutare FI a sottrarsi alla morsa tra Lega e Fratelli d’Italia, riconoscere quanti la scelta l’hanno già fatta e pertanto battersi per il ritorno alle coalizioni, pur se in competizione tra loro, anzi proprio per questo il miglior antidoto all’integralismo ed all’isolamento grillino. Solo dopo vengono le legittime preoccupazioni sulla frammentazione del sistema politico e sulle misure per farvi fronte.

In questo quadro Renzi deve farsi carico di un errore che ha concorso alla frammentazione, impropriamente chiamata scissione, e che potrebbe ripetersi (principale indiziato Emiliano tentato dal populismo alla De Magistris). L’errore più volte da me denunziato è quello di aver fatto temere, attraverso i capilista, di poter cedere da parte di Renzi alla tentazione di un partito omologato a sua immagine e somiglianza. La garanzia per tutti è un ritorno allo spirito ed alla prassi aggiornata dell’Ulivo per un partito effettivamente plurale. Basterebbe che nello statuto fosse stabilito che ogni indicazione di candidatura singola, specie se sottratta al voto popolare, come accadrebbe con i capilista, va rimessa alle primarie, insieme all’intera lista, risultando capolista il più votato. Nessun cedimento, ma condizione essenziale per un riassorbimento graduale della base dei dissidenti e del possibile raggiungimento del 40% per ottenere il premio di maggioranza. La ciliegina sulla torta sarebbe l’introduzione delle primarie per legge ma facoltative ed in contemporanea per limitare lo spostamento di truppe cammellate. L’effetto più rilevante sarebbe liberare i pentastellati dal burka della rete. Esigui i costi limitati alle spese vive potendo contare sul volontariato. Ristabilite le condizioni di una coalizione che faccia perno sul PD, coraggiosamente secondo la lezione morotea (ci sono due vincitori e propose il governo di solidarietà nazionale), prenderei atto che il sistema è prevalentemente tripolare e che pertanto per garantire la governabilità e la stabilità, una volta soppresso il ballottaggio, la soglia dal 40% va portata se non al 33 al 35% con l’incentivo del richiamo al voto utile per garantire la governabilità del Paese.

Roca

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Commenti all'articolo
  1. C’è qualcosa che non mi torna, o non riesco a comprendere, perché se si ragiona di coalizioni – indipendentemente dal partito su cui far perno – dovrebbero rientravi anche le forze “minori”, ma se poi si parla di “voto utile per garantire la governabilità del Paese”, è abbastanza probabile che il voto si orienti verso le forze “maggiori”, specie se le soglie di sbarramento non sono basse (perché votando una forza “minore” può esservi il timore che non superi la soglia, e dunque che il proprio voto vada disperso).

    MI sembra in sostanza che “coalizioni” e “voto utile” non vadano granché d’accordo, quando si tratta per l’appunto di forze politiche “minori”, sul piano numerico, a meno di non prevedere che se non viene superata la soglia di sbarramento i voti restano all’interno della coalizione, e suddivisi tra i partiti che l’hanno invece superata, perché in questo modo l’elettore può sentirsi rassicurato dal fatto che il suo voto non andrà comunque disperso.

    Paolo B. 04.04.2017

  2. Non si capisce bene se il corsivo l’ha scritto un dirigente o un oste, perché è un po’ confusionario, certamente non sto ad analizzarlo frase per frase anche se sarebbe molto interessante, però su due passaggi dico la mia. Giusto cogliere la definizione degasperiana, peccato che non sia stata abbinata alla volontà politica renziana, visto che la storia anche a distanza di anni li abbina alla famiglia della balena bianca detta Dc. L’altro punto che vorrei analizzare è la legge elettorale: Il dirigente consiglia un partito plurale tipo ulivo con una serie di contorni aggiornati, che peraltro guarda con un occhio sul personale, e con l’altro accenna alle primarie. L’oste prima di tutto fa pubblicità al Pd, poi per comodità toglie il ballottaggio (sa di perdere) inoltre riduce la percentuale. Faceva prima a dire vince il terzo! L’articolo sotto un aspetto è anche divertente, perché si gira la legge a suo comodo e piacere come gli tona meglio. Concludendo noto che si parla di tante forze politiche, però non c’è traccia del Psi, forse anche il Roca si sta adeguando ai sondaggi che il partito non viene più tenuto in considerazione, ormai anche il capitolo dei prefissi telefonici è archiviato, pensiamo ad altro! E come disse Bettino: fra sei mesi è tutto finito!

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