venerdì, 28 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Storia del Primo Maggio. Origine e sviluppo
Pubblicato il 26-04-2017


1 maggioDa quando il congresso costitutivo della II Internazionale (Parigi, luglio 1889) scelse il 1° maggio come festa dei lavoratori, la letteratura storica si è arricchita anno dopo anno. Molto si è scritto in prosa e in versi su questa ricorrenza, che accompagna l’intera storia del movimento socialista e infonde un senso di dignità alla classe lavoratrice. La proposta di festeggiare la prima domenica di maggio fu avanzata dal socialista belga Edouard Anseele nel congresso internazionale di Londra (novembre 1888). Ma la nascita ufficiale del 1° maggio fu stabilita dalla II Internazionale, che propose il carattere “festivo” come eccezionale momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento delle loro condizioni materiali.
Dal 1890 il 1° maggio divenne così un rituale periodico, che unì la rivendicazione di specifici obiettivi politici e sindacali (le otto ore, la legislazione sociale, il suffragio universale) e significati simbolici di carattere generale in nome del riscatto degli oppressi nel segno del lavoro. In un numero unico intitolato “La festa del lavoro”, diffuso il 1° maggio 1890, si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un numero unico del 1891, firmato “I socialisti operai”, si proclamò quella ricorrenza come la più importante “festa cosmopolita”.
Con il passare degli anni, in particolare dopo la costituzione del Psi (agosto 1892), il 1° maggio assunse una risonanza che andò al di là delle intenzioni dei suoi promotori. Esso si ricollegò sempre a obiettivi come le otto ore o più tardi il suffragio universale, ma divenne il luogo simbolico in cui si riunivano il bisogno di ritrovarsi e la speranza di emancipazione. La pubblicistica (libri, opuscoli, numeri unici) e il largo spazio dedicato dai periodici socialisti puntavano su questa speranza di riscatto, presente in tutto il Paese senza alcuna distinzione territoriale.
Forse per questo motivo la festa del lavoro cominciò a preoccupare le autorità governative, le quali il 1° maggio 1898 proibirono in varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita. Gli incidenti più gravi si ebbero a Milano, dove la repressione raggiunse il culmine con la morte di cento operai e più di cinquecento feriti. Contro le misure liberticide, rivolte ad impedire l’organizzazione sindacale, la mobilitazione dei socialisti fu particolarmente forte alla fine del XIX secolo per assumere un atteggiamento meno intransigente con il loro successo elettorale del giugno 1900. Dietro il grande successo del Psi, che triplicò la propria rappresentanza politica, si aprì in Italia una nuova fase politica, durante la quale il movimento socialista saprà imporre il 1° maggio come riferimento generale per tutto il Paese.
Così nella cosiddetta “età giolittiana” la ricorrenza, anche per la lucida azione di Filippo Turati, non assunse più le sembianze di una sterile protesta, ma divenne ferma consapevolezza di una scelta riformista diretta ad elevare la coscienza operaia e a trasformare gradualmente i gangli vitali dello Stato. Con la nuova forza organizzativa dei sindacati, il leader milanese contrappose al rivoluzionarismo verbale e inconcludente un metodo riformista, che – seppure espresso in un linguaggio aulico – doveva operare una lenta erosione della “roccia” su cui poggiava “il dominio borghese” attraverso la riappropriazione di quanto il capitalismo sottraeva ai lavoratori “in termini di libertà e di benessere” (F. Turati, “I tre otto”, “Critica Sociale”, 1° maggio 1904).
Questo diffuso senso di riscatto sociale riecheggiò nell’iconografia socialista, che ricorse alla simbologia floreale o solare per indicare il riscatto dei lavoratori. Accanto al sole e al filone ad esso riconducibile (luce, calore), simboli della società da costruire, comparve ben presto la fiaccola intesa come allegoria della conoscenza e della verità; ma anche il garofano come a significare il risveglio della natura e la speranza in un avvenire migliore. Nelle giornate del 1° maggio i temi centrali, prima della guerra di Libia, riguardarono la lotta per il suffragio universale e per la conquista delle otto ore per poi spostare i suoi obiettivi durante quell’evento ai temi dell’antimilitarismo. Già in quell’occasione si puntò a una difesa dei valori pacifisti, che sfociarono in un fermo neutralismo durante gli anni del Primo conflitto mondiale. Dal 1° maggio 1916, la cui festa non venne celebrata per il divieto delle autorità, a quello successivo fu un continuo susseguirsi di agitazioni e di manifestazioni contro la guerra. Lo scoppio della rivoluzione russa offrì il pretesto al governo di impedire la festa del 1° maggio 1918, su cui i socialisti si limitarono a pubblicare sull’“Avanti!” una raccolta di testimonianze. La celebrazione si normalizzò l’anno successivo con la diffusione di un manifesto della direzione del Psi, con il quale si reclamò la smobilitazione completa, l’amnistia generale e la piena libertà nell’uso dei diritti politici e sociali.
Con l’avvento e il consolidarsi del regime fascista, si assistette a un tentativo di stravolgere il carattere progressista della festa e di manipolare dall’alto l’intrinseco significato allo scopo di costringere i lavoratori ad una obbedienza passiva verso le autorità. Il 1° maggio 1923 fu celebrato nell’illegalità, ma la repressione governativa non impedì che in alcune città esso fosse ricordato con l’astensione del lavoro. Nell’anno che trascorse a quello del 1925 la situazione politica precipitò nell’illegalità, denunciata alla Camera da Giacomo Matteotti e da altri socialisti riformisti. Il regime mussoliniano innestò nella celebrazione del 1° maggio elementi estranei ed antagonistici rispetto a quelli tradizionali del movimento socialista. E negli anni successivi, nonostante il divieto di celebrare il 1° maggio, l’opposizione al regime continuò nella clandestinità, sfidando i rigori del tribunale speciale. Dai rapporti inviati al Ministero dell’Interno dal 1927 al 1939, nella serie del 1° maggio, si colgono forme isolate e ricorrenti di dissenso, che dimostrano la solerzia con cui il regime operava per impedire ogni celebrazione. La festa del lavoro fu trasferita nei Paesi liberi ed assunse un significato di lotta per il ripristino delle istituzioni liberali. La situazione mutò negli anni della Repubblica, durante i quali il 1° maggio dei lavoratori divenne una libera manifestazione e un momento di aggregazione della classe lavoratrice.

Nunzio Dell’Erba

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