lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Crisi coreana, quando
la storia aiuta
a capire il futuro
di Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 30-05-2017


Di Ugo Intini

Nella crisi Corea del Nord-Stati Uniti, la storia aiuta a capire, come sempre. Oggi tutti indicano in Pyongyang il male assoluto, ma non è sempre stato così e gli errori da parte occidentale sono stati tanti. Non soltanto da parte dei comunisti. Quando nel 1950 il Nord invase la Corea del Sud (così mi hanno raccontato i vecchi giornalisti dell’Avanti!) il dialogo tra il direttore Sandro Pertini, allora direttore del quotidiano socialista, e i suoi redattori è stato più o meno il seguente. “Da dove viene la notizia che il Nord ha assalito il Sud?”-ha chiesto Pertini. “Ecco l’agenzia Associated Press”. “È un’agenzia americana e sicuramente è vero il contrario”. Il titolo dell’Avanti! dettato da Pertini fu pertanto. “La Repubblica popolare coreana aggredita contrattacca. Stroncata la provocazione dei separatisti della Corea americanizzata”. I comunisti italiani fecero anche peggio, naturalmente. Ma certo Kim Il-sung ha tentato con minore successo quanto era invece riuscito al leader del Vietnam Ho Chi Minh. Come lui, Kim è stato un capo della resistenza ai giapponesi, come lui è giunto a controllare il Nord e come lui ha cercato di riunificare il Paese sotto il suo regime comunista.

Craxi vedeva in Mosca il pericolo principale e guardava perciò con interesse tutti i Paesi comunisti che perseguissero una maggiore o minore autonomia nei confronti dei russi: dalla Cina alla Jugoslavia, dalla Romania appunto alla Corea del Nord che, a partire dagli anni ’60, si era allontanata dal Cremlino. Andai io a Pyongyang, nel 1982, e Kim Il-sung mi diede per l’Avanti! (e riprodusse poi con grande rilievo sui media nazionali) una intervista di due pagine. Anche se non diceva cose sensazionali, fu uno scoop, perché se ne ricordava soltanto un’altra ai giornali occidentali: a Le Monde. Dalla sua teoria cosiddetta dello “juche”, già si capiva che voleva instaurare una sorta di monarchia assolutamente isolata dal mondo e perciò inespugnabile: la Corea del Nord- questa era la sostanza-doveva contare soltanto su se stessa, sulle proprie risorse, sul proprio apparato militare e produttivo. I rapporti con l’Occidente erano tenuti in francese e il nome di Kim Il-sung (altro particolare che la dice lunga) era sempre associato a questa definizione : “Le grand leader, bien aimé e respecté”. A Pyongyang le vie erano larghissime e quasi deserte, perché le automobili private non esistevano. Ma c’era una metropolitana con scale mobili di rapidità incredibile, per portare in tempi ragionevoli i passeggeri a una profondità che sembrava invece assolutamente irragionevole. Perché le stazioni della metropolitana si trovavano nelle viscere della terra? Perché erano anche e forse soprattutto un rifugio antiatomico. Infatti (e qui si arriva al tema del momento) gli Stati Uniti durante la guerra di Corea valutarono seriamente di usare armi atomiche contro Pyongyang e (dopo l’intervento di “volontari” cinesi a fianco di Kim) anche contro la Cina. Per bloccare pericolose avventure volute dai militari (questo ci ricorda la forza della democrazia americana) il presidente Truman destituì il comandante delle Forze Armate che non era un generale qualunque, bensì il mitico eroe nazionale Douglas MacArthur, il vincitore della guerra nel Pacifico.
I coreani del Nord non costruirono soltanto la metropolitana bunker, ma cominciarono anche a progettare un reattore nucleare tale da poter produrre armi atomiche. E qui ho della storia, ormai recente, un ricordo diretto. Nel 2000 il ministro degli esteri Dini andò a Pyongyang (il primo di un Paese del G7) per avviare con Kim Jong-il (il figlio e successore di Kim Il-sung) una mediazione incoraggiata dall’amministrazione Clinton. La conseguenza fu, il 24 maggio 2000, un vertice a Villa Madama tra i negoziatori coreani (guidati dal vice ministro degli Esteri Kim Kye-gwan) e americani (guidati da Charles Kartman). Me ne occupai io, come sottosegretario al ministero degli Esteri incaricato di seguire l’Asia. Aprii i lavori con buone parole generiche e me ne andai, perché gli italiani svolgevano la sola funzione di “facilitators”. Le delegazioni rimasero chiuse per due giorni a Villa Madama e al termine i loro due capi vennero per cortesia (separatamente) a riferirmi. Si sarebbe cercato di rendere operativo il seguente compromesso: i coreani avrebbero sospeso la costruzione della centrale nucleare; gli americani avrebbero fornito loro, in cambio, il petrolio necessario a compensarli per la mancata energia che avrebbe prodotto la centrale. Come sia finita, lo sappiamo. C’è stata malafede sin dall’inizio da parte dei coreani? È prevalsa la sfiducia reciproca? Sono nati intoppi che non conosciamo? Francamente non ho una risposta. Qualche costatazione di buon senso invece mi sento di avanzarla.
Saddam Hussein è stato attaccato e ucciso non perché aveva le armi nucleari, ma perché non le aveva. Se le avesse avute, Washington ci avrebbe pensato due volte prima di invadere l’Iraq. Questa lezione involontaria e “diseducativa” da parte americana ha provocato e provoca in tutti i regimi dittatoriali le scelte peggiori. E probabilmente ha contribuito a spingere la Corea del Nord (forse anche l’Iran) a sviluppare tecnologia nucleare.
Quando l’Occidente minaccia il cambio di regime contro le dittature, le rende più crudeli e paranoiche. Le porta a eliminare chiunque anche lontanamente sia sospettabile di diventare un nostro potenziale interlocutore. In questo modo otteniamo l’effetto opposto: le dittature diventano ancor più impenetrabili.
L’Iran (con le sue possibili armi atomiche) costituisce un problema che interagisce pesantemente con tutti gli equilibri dell’area: su Israele, sui Paesi sunniti avversari di Teheran, sui rapporti di forza tra sciiti e sunniti in ciascuno di loro. Pyongyang non ha invece alcun ascendente al di fuori del suo confine blindato ed è pertanto un problema strategico minore.
La carta cinese (ovvero il tentativo di spingere Pechino a fermare Kim Jong-un) si può certo giocare, ma senza contarci troppo. Perché la teoria dello “juche” (della autosufficienza) vale anche verso la Cina e perché i cinesi e i coreani , nella guerra del 1950-53 hanno pur sempre combattuto uniti, da fraterni alleati, contro gli americani.

Infine e soprattutto, bisogna evitare logiche da guerra fredda. Durante quest’ultima, si soleva dire che la pace era assicurata dalla formula MAD (Mutual Assured Distruction). Si osservava che la formula era al tempo stesso razionale e “pazza” (questo è il significato letterale del termine “mad” in inglese). Il mostruoso e appunto pazzesco arsenale atomico di Washington e Mosca era infatti tale da assicurare la completa distruzione di entrambi i contendenti, rendendo pertanto razionalmente improponibile una guerra. L’equilibrio del terrore funzionava. La formula MAD non si adatta più alla situazione attuale. Perché in caso di conflitto la distruzione della Corea del Nord sarebbe assicurata. Mentre quella dell’Occidente sarebbe invece fortunatamente esclusa. Attenzione però. E’ vero che Kim Jong-un guida un piccolo Paese, ha una modesta tecnologia e poche testate nucleari. Ma anche quelle poche (magari lanciate da un sottomarino non localizzabile) possono provocare milioni di vittime. I 20 mila cannoni, mortai e lanciarazzi puntati su Seul sono inoltre sì armi convenzionali ma nelle prime due ore di fuoco –calcolano gli esperti- prima di essere localizzati e eliminati, possono fare 130 mila morti nella capitale sud coreana (che sta a appena 40 chilometri e ha dieci milioni di abitanti a portata di tiro). Il regime inoltre non è fanatico o suicida come i combattenti dell’ISIS. E’ razionale e ha il solo obbiettivo di sopravvivere, non certo di attaccare per primo. Tuttavia non segue la nostra stessa logica. Si identifica con il Paese: è pertanto disponibile a sacrificarlo e a farlo distruggere con tutti i suoi abitanti pur di non cedere. La fine della sua dinastia e della Corea del Nord, nella testa di Kim Jong-un (come del padre e del nonno) coincidono. Quindi, le esibizioni muscolari e la propaganda non devono varcare la linea rossa al di là della quale un incidente o un fraintendimento sono possibili. Kim Jong-un è un dittatore sanguinario sì, ma con un regime da clowns. E’ nocivo sì, ma soltanto ai suoi sudditi. Sarebbe un “mad leader” (un leader democratico pazzo) un presidente degli Stati Uniti che per eliminarlo rischiasse una catastrofe. Trump ha adesso un interlocutore utile nel nuovo presidente della Corea del Sud: il moderato Moon Jae-in. Farebbe probabilmente bene ad ascoltare innanzitutto i suoi consigli.

Ugo Intini

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