venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Democrazia, Stato-nazione e solidarietà tra i popoli per Mazzini
Pubblicato il 26-05-2017


giuseppe-mazziniUno dei problemi che maggiormente affliggono le vecchie democrazie europee è la nascita e l’affermazione politica dei cosiddetti movimenti populisti; questi contestano gli establishment, non solo per la loro incapacità e mancanza di volontà politica a porre un freno al dilagare degli esiti negativi della mondializzazione delle economie nazionali, ma anche per il fatto di non aver ostacolato che il processo di mondializzazione affievolisse, all’interno dei singoli Paesi, il ruolo dello Stato.
Rileggendo l’Introduzione di Salvo Mastellone agli scritti di Mazzini, un volume entrato nelle librerie solo alcuni anni fa, col titolo ”Giuseppe Mazzini. Pensieri sulla democrazia in Europa”, meraviglia non poco il fatto che, almeno in Italia, di fronte ad una crisi politica, istituzionale ed economica persistente, nessuno si sia presa la briga di affinare il proprio pensiero critico sui problemi connessi ai fenomeni della mondializzazione delle economie nazionali, ricordandosi che un grande pensatore politico nazionale, Giuseppe Mazzini, qualche idea o qualche suggerimento sul come affrontare i problemi avrebbe potuto fornirlo.
E’ interessante apprendere, dalla lettura dell’Introduzione di Mastellone, che il pensiero di Mazzini, pur in presenza di una costante persecuzione da parte delle polizie di quasi tutti gli Stati europei, si è lentamente evoluto, sino a prendere una forma definitiva nel periodo immediatamente precedente il 1848 europeo. Nel 1831, ricorda Mastellone, Mazzini, esule in Francia, “scrive la Circolare sui principi politici e morali della federazione della “Giovine Italia”, il cui incipit è il seguente: “Una legge morale governa il mondo: è la legge del progresso. Il fine per cui l’uomo fu creato è lo sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà. Il mezzo per cui l’uomo può giungere a questo intento è l’associazione coi suoi simili”.
Nell’impostazione dottrinale – afferma Mastellone – Mazzini ricorre al concetto di progresso per spiegare la scelta della forma repubblicana per le istituzioni politiche, le quali giungono così ad essere il risultato di un lungo processo storico. Secondo Mazzini, il progresso storico ha portato i singoli contesti sociali dall’essere governati dal dispotismo alla repubblica; il passaggio dal dispotismo alla monarchia costituzionale e da questa alla repubblica è stato, quindi, lo sbocco inevitabile di una “necessità storica”, connessa con il progresso civile dei contesti sociali; con l’avvento della repubblica si è affermato, secondo le parole di Mazzini, “il principio dell’elezione largamente inteso e applicato”.
In tal modo, la repubblica ha portato con sé una forma di governo che meglio garantisce l’armonia del binomio Popolo-Nazione, assicurando, tra l’altro, un governo sociale retto dalle leggi approvate dal popolo; con questa forma di governo sono rimossi dalla società ogni elemento stazionario e ogni genere di immutabilità. Inoltre, per giustificare la scelta della repubblica, Mazzini aggiunge anche – afferma Mastellone – “che una nazione non può associarsi alle altre nazioni se non è unita e indipendente”, ricavando da questo suo profondo convincimento la “necessità di una rivoluzione, che non può non essere popolare, e che perciò deve enunciare ‘nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere’”. Per questo motivo, la “Giovine Italia” doveva essere repubblicana, perché doveva impegnarsi, come sottolineava l’Esule genovese, ad assicurare a tutti gli uomini di una nazione di essere “liberi, uguali e fratelli”.
Sempre nel 1833, durante il suo soggiorno in Svizzera, nella quale si era rifugiato, Mazzini fonda la “Giovine Europa” e matura la propria “coscienza politica”, orientandosi verso la necessità che gli Stati, al fine di favorire il miglioramento della coscienza covile dei propri cittadini, adottino ”la formula unitaria di governo repubblicano, con l’intento di riunire le nazioni libere contro la “Santa Alleanza” dei sovrani.
La preoccupazione dell’unità di popolo e della nazione ha continuato a rimanere, anche durante il soggiorno svizzero, in cima ai pensieri di Mazzini, al punto da indurlo ad esprimesi contro la forma delle democrazia, così come la intendevano i vecchi rivoluzionari giacobini, ovvero come sistema di lotta, fonte del permanere di divisioni e di contrasti tra le classi; per lo stesso motivo, ha continuato a nutrire riserve sulla soluzione istituzionale federalitica dell’intero Stato, in quanto fonte di divisioni tra le singole parti della nazione. In luogo dell’espressione “governo democratico”, egli preferiva utilizzare quella di “governo sociale”, in quanto, a suo parere, esprimeva meglio l’idea di associazione, affrancata da ogni possibile conflitto di qualsiasi natura.
Nella seconda metà degli anni Trenta del XIX secolo, Mazzini si trasferisce a Londra; maturando un cambiamento radicale del suo pensiero politico, egli arricchisce la propria riflessione, coniugando la tematica del governo repubblicano con quella della società democratica. In una serie di articoli londinesi, al fine di chiarire la propria posizione rispetto al tema della democrazia, Mazzini afferma che questa “non può non portare con il suffragio universale all’uguaglianza dei diritti politici e alla libertà delle associazioni”, pur in presenza della libertà garantita a tutti dai loro diritti individuali, temperata però da specifici loro doveri nei confronti della società.
Secondo Mazzini, la libertà, da sola, non avrebbe associato gli uomini a un fine comune, in quanto con essa non sarebbe stato possibile creare automaticamente vincoli di “cooperazione e di concordia”; questo, invece, era il fine della democrazia, considerato che, il regime democratico, secondo le stesse parole del Genovese, consente di mirare al “miglioramento di tutti per opera di tutti”. Questo obiettivo non riguarda solo una determinata classe, come accade nei governi espressi dai regimi monarco-aristocratici, ma l’intera società rappresentata da istituzioni democratiche. La democrazia, secondo Mazzini, deve essere infatti espressione dell’unità di tutti i cittadini; se ciò non avviene, nessuna unità sarebbe possibile, per via del fatto che prevarrebbe un’”artificiosa ineguaglianza” che dividerebbe la società in classi distinte, ognuna motivata ad agire solo per perseguire interessi diversi.
La maturità del senso della democrazia è valsa a trasformare Mazzini, anche per via delle sue frequentazioni in Inghilterra di personalità e di ambienti progressisti, in un “riformista sociale”, motivato ad agire al fine di evitare che la diffusione dell’ideologia giacobina portasse, secondo un’espressione definita da Mastellone “contemporanea”, alla dispersione dell’unità della sinistra europea. A questo scopo, Mazzini ha invitato gli aderenti al movimento comunista a condividere la necessità che la forma di governo democratica fosse resa “rappresentativa con eletti dal popolo”, favorevole all’”associazione del lavoro con l’intelletto e col capitale”, orientata a migliorare le condizioni di vita degli uomini con la solidarietà e non con la lotta.
Per meglio diffondere il suo credo nella democrazia, Mazzini, alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo, fonda la “Lega Internazionale dei Popoli”, il cui obiettivo non stava tanto – secondo Mastellone – nell’organizzazione dell’opposizione alla Santa Alleanza, già affermata dal Genovese in occasione della fondazione della “Giovine Europa”, quanto nella organizzazione della contrapposizione al “cosmopolitismo filosofico illuministico, e soprattutto al cosmopolitismo sociale dei democratici comunisti”, che “troverà eco” nel “Manifesto del Partito Comunista” di Marx e di Engels, che sarà pubblicato pochi anni dopo.
Contro il cosmopolitismo dei “democratici comunisti”, Mazzini non esiterà a reagire, accusando il loro internazionalismo di violare la “libertà di ciascuno in nome del benessere di tutti”; a suo parere, le relazioni tra i popoli sono sempre state regolate sulla base dell’equilibrio di potere esistente tra le diverse dinastie; un’altra stagione è iniziata con l’avvento dell’organizzazione istituzionale repubblicana democratica, dove i “popoli liberi ed uguali”, nel rispetto delle loro tradizioni, si impegnano a collaborare per distruggere le barriere che li separano.
In questa prospettiva, anche i repubblicani democratici sono cosmopoliti; ma poiché la collaborazione tra i popoli è “lavoro di realizzazione”, agli stessi popoli occorre un punto di appoggio e la formulazione del fine da perseguire: il fine, i repubblicani democratici lo individuano nel miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità, mentre il punto di appoggio lo individuano nella “patria”, ovvero nella sua organizzazione statuale. Intesa in questo senso, la patria non è una “nazionalità che usurpa tutte le altre”, a causa di un malinteso nazionalismo; la sua salvaguardia presume l’esistenza di popoli liberi, associati tra loro per il perseguimento del fine comune. È sorprendente – afferma Mastellone – come il programma politico della “Lega Internazionale dei Popoli” sia stato trascurato ed ignorato da quanti, in epoca contemporanea, hanno stipulato Patti di associazionismo internazionale.
I pensieri sulla democrazia saranno raccolti, secondo le parole di Mastellone, in un abbozzo, scritto in inglese, di “Manifesto upon Democracy”, nel quale è esposto il significato del “repubblicanesimo democratico”; il concetto fondamentale del pensiero politico di Mazzini è il popolo, inteso nella sua accezione più generale, al quale compete non solo il diritto all’autogoverno, ma anche il dovere di divenire una società civile, formata più che da eguali sul piano economico, da eguali sul piano morale. Questa condizione di eguaglianza deve essere realizzata attraverso le istituzioni repubblicane e democratiche, per la rimozione dei privilegi; ciò perché è possibile realizzare una società civile, non solo dando a tutti gli stessi diritti, ma anche – secondo le parole di Mazzini – “migliorando la stessa idea della vita che lo spettacolo dell’ineguaglianza tende a peggiorare”.
Dall’abbozzo sulla democrazia risulta anche che Mazzini rinviene nel repubblicanesimo democratico la forma di governo del futuro dei popoli, impegnati nella realizzazione di più stretti rapporti collaborativi e solidaristici tra loro; ciò perché l’estensione del suffragio e la crescita del benessere, non ancora pienamente realizzati ai suoi tempi, non avrebbero esaurito il risultato atteso della democrazia. La finalità della democrazia repubblicana doveva tradursi nella coniugazione dell’estensione del suffragio e del miglioramento del benessere con lo sviluppo qualitativo delle singole società civili e dell’intera umanità, senza lo smarrimento delle nazionalità dei singoli contesti sociali.
In conclusione, se l’interesse per il pensiero dell’Esule genovese non fosse stato disperso e ignorato come in occasione, ad esempio, della stipula dei Trattati fondativi del progetto europeo e delle loro successive modifiche e integrazioni, l’eccessiva enfasi riposta negli esclusivi vantaggi economici attesi dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa, avrebbe impedito lo smarrimento del senso e della funzione dei singoli Stati-nazione; ciò avrebbe evitato ai singoli Stati membri il caos politico che attualmente li affligge, obbligandoli a subire la minaccia di un’involuzione delle loro stesse istituzioni democratiche, per il dilagare delle idee populiste di destra.

Gianfranco Sabattini

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