sabato, 25 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Di padre in figlia” di Riccardo Milani: la doppia faccia dell’emancipazione
Pubblicato il 02-05-2017


di padre in figlia Idea di Cristina Comencini, regia di Riccardo Milani. Connubio perfetto per produrre una fiction realistico-drammatica interessante in quattro puntate. Stiamo parlando di “Di padre in figlia”. Molti gli aspetti che intende affrontare. Innanzitutto la location innovativa di Bassano Del Grappa, dove risiede la famiglia Franza, protagonista al centro di questa storia avvincente e articolata. Poi il periodo; immagini di repertorio storiche contribuiscono a raccontare meglio gli anni che vanno dal 1958 al 1985 circa. Ḕ l’Italia del boom economico, delle rivoluzioni sociali e culturali, con i moti studenteschi del ’68 e l’emancipazione femminile, le lotte per il divorzio e le battaglie sull’aborto, ma anche della rivoluzione industriale. Per un Paese diviso a metà, dai mille contrasti, ancora ancorato a un passato ormai anacronistico (dove vige e domina il maschilismo), ma lanciato già verso un futuro di progresso e di cambiamento. Il capostipite, infatti, è Giovanni Franza (Alessio Boni), che ha una distilleria dove produce grappa a Bassano del Grappa appunto per coincidenza. Da sua moglie Franca (Stefania Rocca) sogna di avere un figlio maschio a cui lasciarne il comando. Finalmente arriva e si tratta del piccolo Antonio. E da questo momento avrà inizio lo scompiglio. Se inizialmente il logo della sua fabbrica sarà “Franza e figlio”, poi diventerà “Franza e figlia”, in quanto Antonio si dimostrerà incapace di tenere il peso della responsabilità della gestione dell’azienda di famiglia.

Si tratta di una storia di emancipazione e di rotture, separazioni. I due soci iniziali, Giovanni Franza ed Enrico Sartori (Denis Fasolo) rompono. Il primo vuole produrre grappa industriale, aumentare la produzione e allargare il mercato. Fare business. Il secondo, più onesto e oculato, fare grappa artigianale. Il primo è più ambizioso (“meglio ladro che fallito” afferma senza mezzi termini), il secondo più umile e ponderato. Due uomini per due visioni del mondo degli affari. Per due donne. Molte le storie di donne che si intrecceranno e alterneranno nella serie tv. Donne che sognano un’altra vita (con una citazione esplicita all’omonima fiction con Vanessa Incontrada per la regia di Cinzia TH Torrini), rivendicano i propri diritti e libertà. Le due principali sono appunto Franca Franza e Giuseppina “Pina” Zanchetti (interpretata da Francesca Cavallin): ex prostituta amante del marito della prima, che arriverà ad aprirsi un negozio di stoffe. Le due diventeranno molto amiche. Donne non di cultura, che non hanno studiato e quel poco che sanno e hanno imparato lo hanno appreso da autodidatte, ma ricche di dignità. Una complicità positiva che è una delle parti migliori della serie: la prima sceglierà sempre la famiglia alla sua libertà, mentre la seconda otterrà il suo riscatto arrivando persino in tv. E poi due sorelle: Maria Teresa (Cristiana Capotondi) ed Elena (Matilde Gioli) Franza, dai caratteri completamenti diversi: più riflessiva, responsabile e matura (“fin troppo seria” dice la madre) la prima, più esuberante, incosciente, istintiva e irrazionale, un po’ spregiudicata, la seconda. Due fratelli gemelli: Antonio (Roberto Gudese) e Sofia (Demetra Bellina) Franza: il primo debole e succube del padre e destinato alla distilleria, ribelle la seconda che va sempre controcorrente, contro ogni regola, sogna di fuggire lontano, girare il mondo, conoscere per sapere; il primo sarò orientato ad essere un “fallito”, la seconda priva di equilibrio. Inseparabili e indistruttibili insieme, persi quando si separano. Due contendenti e papabili fidanzati e mariti per Elena: Filippo Biasolin (Domenico Diele), figlio del sindaco del paese (Felice Biasolin, ovvero Roberto De Francesco); e Riccardo Sartori (amato da Maria Teresa, alias Alessandro Roja). Due famiglie, i Franza e i Sartori, una figlia erede nata per caso o per errrore (Elena rimane incinta a 16 anni) e un matrimonio riparatore tentato. Riuscito? Chissà. Due città, che spingono ad andare via: Padova (ricca di stimoli e di flussi di studenti), ma anche Milano (con le sue attrattive fatali di mondanità, tra moda, seduzione ed erotismo). E un paese che tiene ancorati alla tradizione classica: Bassano Del Grappa (“dove non succede mai niente di nuovo”). Ad essere indagato forse, paradossalmente, è più il rapporto madre-figlia che padre-figlia. Una madre, Franca, con la nostalgia e la malinconia del grande amore Jorge (Carmo Dalla Vecchia). Apparentemente non fa nulla per cambiare, non prende mai decisioni e non sa scegliere lui e rinunciare a suo marito. Divisa tra due uomini, non è l’unica ad essere segnata da un legame forte. Pure Maria Teresa è da sempre innamorata di Riccardo Sartori, ma anche lei finirà per l’essere corteggiata ugualmente dal corretto Giuseppe Nunzio (Corrado Fortuna). Come la sorella Elena tra i due contendenti Riccardo e Filippo. Per due tipi di amore forse: quello più razionale, logico, per fare la cosa giusta e quello più fisico, di attrazione passionale. Il tutto da scegliere tra la spinta della religione del parroco Don Giulio (alias Roberto Nobile) e la propensione alla laicità atea di tipo proletario-studentesco. Molte scelte da compiere, di fronte a cui ci si troverà obbligati.

Perché “Di padre in figlia” è una storia di amori e in amore occorre saper fare delle rinunce. Innanzitutto è la storia d’amore di un padre-padrone, un passato che vincola e limita; e di una figlia, la società moderna che, come lui, vuole cambiare il mondo senza voler cambiare poi troppo ella stessa, continuamente combattuta da un rinnovamento temuto, che richiede sacrifici e fa un po’ paura. Una pittura della società dell’epoca, di quegli anni così importanti per la storia del nostro Paese, speculare a quella attuale. Con un tono drammatico che colpisce, che riprende quello di “Un’altra vita” (sempre una storia di una madre e delle sue tre figlie), poiché inedito per il regista Riccardo Milani. La sua regia ci aveva abituato alla sua abilità nel cimentarsi nella classica commedia morale italiana. Stavolta si supera toccando un campo completamente diverso e più intenso per la portata storica appunto. Da evidenziare la particolare ricercatezza nello studio dei dettagli, dei costumi di quel tempo, così come del trucco alle attrici, che ne cambia i connotati a significare gli stati d’animo tormentati e sempre in divenire. Per non parlare delle tipiche pettinature raffinate che arricchiscono la descrittività minuziosa di una realtà di passaggio, di transito, ma non transitoria perché iniziata, ma mai terminata. Non si è concluso, infatti, il cambiamento che ha messo in atto, ma ancora continua. Per non parlare delle immagini vere di repertorio che danno un senso di autenticità e realismo a questa fiction realistica, che racconta la realtà in tutta la sua mutevolezza sconvolgente e sconcertante per i cambiamenti radicali che ha portato per sempre. Il tutto rafforzato dai dialoghi e monologhi pregnanti e incisivi. Anche il linguaggio usato enfatizza il messaggio della serie stessa. Più volte si ripete l’esclamazione “Ma guardati!” cosa sei diventato/a, a sancire di quanto i personaggi si confrontino tra di loro, quasi come di fronte a uno specchio a vedere per cercare di capire cosa sia successo loro; oppure la frase “io non scappo, sono qui”, ci sono, sono rimasto/a a tuo sostegno, puoi ancora contare su di me, vorrei scappare ma resto, quasi per te, perché so che la famiglia è tutto e -come si dice- “prima o poi bisogna sempre fare i conti con la propria famiglia”. E si parla esplicitamente della portata rivoluzionaria citando la parola “rivoluzione”.

Ci sono due tipi di rivoluzione appunto: quella fuori degli studenti, sociale, culturale, più diffusa e conosciuta, di diritti e libertà riconosciuti; e poi c’è quella più intraprendente di uguaglianza di chi, come Maria Teresa, sostiene che la vera rivoluzione sia una donna a capo di un’azienda, che possa comandare. Senza che, finalmente, sia sempre e solo l’uomo a decidere tutto in maniera insindacabile e la donna lì a subire, sopportare, a dipendere dal maschio, a dover stare vicino sempre e comunque a suo marito perché vale solo se piace a un uomo. Magari chiusa in casa sempre pronta a obbedire. Se contano solo la serenità e l’unità della famiglia, che la madre deve proteggere in primis, e se la famiglia viene vista e considerata ancora come un riparo dalla solitudine è ancora così? La rivoluzione di cui parlava Maria Teresa oggi è attuata e quelle concezioni sembrano ipocrisie da superare. Dunque quale l’eredità lasciata da quel padre che è il nostro passato di quegli anni a quella figlia che è la società contemporanea? E rappresentata metaforicamente dal lasciare in consegna la conduzione della distilleria, da tramandare verosimilmente di generazione in generazione? Dunque una storia universale. L’aspetto più interessante è il coraggio da parte del regista di mostrare gli aspetti più negativi, duri e dolorosi del cambiamento dei tempi portato dall’emancipazione (lotta ancora in essere), fatto con sacrifici in cui tutto e tutti cambiano. Allora fuggire, partire o restare per cambiare? Per scoprirlo occorre attendere l’ultima puntata di martedì 2 maggio prossimo.

Se il soggetto principale è l’emancipazione, non si può trascurare di notare che essa racchiude in sé diverse altre parole. Innanzitutto i termini, per anagramma, “mancanze”: quelle dei diritti e delle libertà fondamentali ricercati che si vuole siano riconosciuti alle donne. Poi “pace” quella che è desiderata e il fine ultimo quasi. E poi la parte finale dove troviamo “azione”: tanta l’iniziativa che viene presa su più fronti, ma soprattutto dalle donne molto intraprendenti. Ma in questa trasposizione moderna (in cui si affronta anche il tema dello stalking in maniera velata e di straforo), emancipazione ha un doppio risvolto, un’ambivalenza profonda e suggestiva che è la peculiarità che fa la complessità della fiction. La sua ambiguità risiede nel fatto che, come per lo stalking in una relazione sentimentale, l’emancipazione è un amore, un’ossessione pericolosa, duplice, che può persino essere nociva e negativa, dannosa. Ḕ come una corsa disperata su un tapis roulant verso la morte, la fine di tutto, l’autodistruzione perché si rischia di perdere tutto. Ḕ fatta di diritti, ma anche di inganni e di peccati (di frode ad esempio di cui viene accusato Franza); di libertà e di vincoli, di prigione (la famiglia e i figli stessi vengono visti da Elena come tali); di realizzazione nel matrimonio e nello sfociare nell’adulterio; è un atto di fedeltà con se stessi e con gli altri, ma comprende e finisce spesso anche nel tradimento, nella confusione; è una ricerca di identità, ma porta a una crisi esistenziale; è una vittoria e una sconfitta; emargina (ha lo stesso prefisso di ema-ncipazione) e rende partecipi, parte di una società che si sta rinnovando; è tradizione e innovazione; è la nuova droga dei giovani; la si fugge e la si rincorre; è come la famiglia che è, al contempo, una certezza sicura come una cassaforte o una prigione claustrofobica e soffocante, da cui evadere con sesso, droga e alcool; isola, un po’ come si fugge la solitudine con e nella famiglia: non a caso ha in sé le sillabe “ma” e “pa” di madre e padre di famiglia. Ḕ una forma di dipendenza, come un oppiaceo o uno stupefacente, come non si può fare a meno (e vivere senza) dell’altro in famiglia (il/la proprio/a marito/moglie). Ḕ seducente come una donna che si prostituisce per trovare la sua indipendenza, la propria autonomia, senza dover dipendere più da nessuno e dover chiedere nulla a nessuno, per poi quasi non riconoscersi più; è un sogno e un incubo; un desiderio che si realizza a metà. Ḕ drammatica e triste come la fine di una storia d’amore con il divorzio o come una vita che sta per crescere, abortita in stato embrionale. Lasciar stare tutto e rinunciare ad ogni cosa in suo nome si può? Rinnegare tutto o morire per essa? Emancipazione è progresso e recessione; opportunità e speranze, ma anche delusioni e corruzione, remissione, fallimento. Si passa dall’entusiasmo e dall’euforia alla sofferenza e allo sconforto. Ḕ un salto nel buio, nel vuoto dell’ignoto, di un certo lasciato per l’incerto appunto. Un po’ come a “Rischia tutto” (la trasmissione omonima dell’epoca presentata da Mike Bongiorno) perché, in fondo, l’emancipazione è come nella vita che sai di rischiare (di perdere) tutto. Allora, come direbbe lo storico conduttore scomparso: quale busta vuole? La uno, la due o la tre? A richiamare la scelta che deve compiere Giovanni Franza: “Di padre in figlia”, allora a quale delle tre figlie lasciare la distilleria? Maria Teresa, Elena o Sofia? Se sembra ovvio il nome della maggiore delle tre, nulla è scontato in quanto ogni certezza cade. Infine l’emancipazione è come creare una start-up, sapendo che può portare alla fortuna o al fallimento, ma occorre sapersi mettere in gioco, essere intraprendenti. Non è n caso dunque che tra gli attori vi sia Matilde Gioli che nel film “Start up” ha recitato. Dunque emancipazione come egomnia: è per tutti e di tutti, eppure il singolo non può prescindere da se stesso e dal suo interesse personale ad avere spazio e tempo per sè. Ma nel cast della fiction per la regia di Riccardo Milani compare anche Clizia Fornasier, nei panni della segretaria Nadia. Quest’ultima lascerà il lavoro, quasi a dire che non vuole sottostare alle imposizioni della ditta Franza: un compromesso che non accetta. Perché, in questa duplicità che sa di ambivalenza, non ci sono vie di mezzo: prendere o lasciare? O si è dentro o fuori il sistema di nuove regole scritto. C’è chi decide di conformarsi e di adattarsi ad esse, alla legge del compromesso appunto, come Antonio (che tenta di rispettare i suoi obblighi e doveri morali forzati) od Elena (che ben si adatta alle nuove esigenze della società, cresciuta in fretta ma ancora adolescenziale); e chi rifiuta di accettare le costrizioni e i nuovi dettami che non condivide: come Maria Teresa (spontanea, sincera, pura quasi ingenua, ma molto intelligente) o come Sofia, ribelle che va sempre controcorrente perennemente e rifiuta ogni imposizione quasi per principio a priori. Chi subisce come Franca e chi si rivolta come Pina. Ma ognuno cerca di pagare il proprio conto perché ritiene che “se nella vita non hai debiti, non devi nulla e nessuno può pretendere niente da te” –come afferma Pina appunto-. Un’ambiguità tipica dell’emancipazione: una doppia opzione, ma possibilità che sfociano in un trinomio che sa di trinità e perfezione, quasi a ricercare il giusto equilibrio e il giusto mezzo tra gli opposti così antipodici e drastici, senza più trovarsi davanti ad estremismi mai troppo proficui, positivi o produttivi.

Barbara Conti

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