domenica, 28 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Di Padre in figlia. Profumo del mosto selvatico della famiglia Franza
Pubblicato il 04-05-2017


di padre in figlia“Di padre in figlia”, per la regia di Riccardo Milani, ha confermato l’ottima pittura dell’emancipazione anche nell’ultima puntata. Ora non c’è che da aspettarsi un sequel con una seconda stagione. Emancipazione non è solo una questione di donne, per strumentalizzare una questione di genere che sembri più di finto moralismo e perbenismo che un problema sociale. Niente retorica. Il tutto è affrontato con estremo realismo. La problematica, infatti, è trattata a tutto tondo: emancipazione femminile, ma anche degli emigrati o dei giovani che cercano un futuro e una loro identità. Emancipazione che deve passare per un necessario ritorno all’origine. Una nuova concezione di famiglia che si fa largo, con nuove responsabilità e protagonisti che si scambiano alla conduzione dell’iniziativa. Il richiamo a “Il profumo del mosto selvatico” è forte: una famiglia che rischia la fine, la scomparsa quasi dopo la distruzione del vigneto di famiglia; ma che rinasce dalle proprie ceneri grazie al ritrovamento di una radice di una vite, o meglio la vite della vita potremmo ribattezzarla. Qui, per evitare che tutto andasse perduto, occorreva piantare questa sorta di “germe della rinascita”. In “Di padre in figlia” c’è necessità di trovare, proporre e produrre una grappa nuova che parli di chi l’ha fatta, della famiglia Franza per evitare che l’azienda chiuda e il nome vada perduto: sincera, che racchiuda in sé tutti i connotati dei suoi singoli membri.

Dirompente, Pura, Innovativa, Fresca. Il titolo da lì è fatto. Quella Franza a volte è una famiglia un po’ aspra, con un retrogusto amaro, ma anche dolce e duro al contempo: aspro come le vicissitudini che ha avuto; amaro come le sofferenze e le delusioni subite; dolce come la tenerezza della bontà d’animo di tutti i suoi componenti; duro come i sacrifici che ha dovuto affrontare. Ci sarà bisogno che Sofia fugga, vada in Brasile, torni lì da dove la sua famiglia è venuta, incontri Jorge, scopra la verità, torni indietro al passato e da lì al presente dalla madre e dalle sorelle per andare avanti verso il futuro. Per questo si aspetta una continuazione che descriva e approfondisca meglio il domani, il futuro. Anche qui (come in “Il profumo del mosto selvatico” con Keanu Reeves del 1995: i tempi cambiano, la storia no e si ripete) c’è uno scontro tra padre e figlia (Elena) perché il primo si sente tradito dall’altra, rimasta incinta. E un nuovo fidanzato e partner da accettare (Riccardo Sartori prima, della ditta concorrente; dopo Filippo alcolizzato e chissà, forse anche Giuseppe non sarà ben visto da Giovanni). Il consenso e l’aiuto nascono dal rifiuto iniziale; la lontananza porta vicinanza ed anche se distanti (come Maria Teresa a Padova) non è meno forte il legame. Il fuoco dell’incendio che distrugge il vigneto in “Il profumo del mosto selvatico” (a causa di una rabbia repressa sfogata nell’alcool) equivale a quello della passione verace dei Franza e dei Sartori, ma anche dei lavoratori, dei proletari. dei giovani disoccupati e precari, degli studenti universitari come Giuseppe. Dunque Maria Teresa è come una nuova sindacalista modera per i diritti della fabbrica, che è una questione di famiglia, ma anche di giustizia sociale. Il welfare attuale è l’emancipazione di allora. Dunque emancipazione rima con legalità di individui autonomi, liberi e indipendenti, non più vincolati e schiavi di canoni, ma che ricercano la propria identità e dignità. Al di là del sesso, della razza, dell’età. E per quello non è mai troppo tardi.

Allora l’emancipazione diventa una questione interamente legata alla famiglia, che si sviluppa al suo interno; non solo nello scontro moglie-marito, ma anche madre e figlie, padre e figlio. Non è più solo una problematica delle donne, anche se sono loro le più intraprendenti e le principali protagoniste del cambiamento. È una questione più individuale che sentimentale, che riguarda più l’autorealizzazione che l’amore. La donna non ha bisogno di un uomo, ma basta a se stessa; può fare a meno dell’amore forse, ma non di un lavoro per essere. Pari diritti soprattutto sociali, più che e non solo coniugali. Matrimonio e separazione, due facce della stessa medaglia che non annullano la donna. Franca e Pina lo dimostrano: l’emancipazione è come un’amicizia vera, una volta scoperta non la si lascia più o non finisce mai. Interessante che agnello sacrificale di tutto questo mutamento sia Antonio, il maschio di casa. Quasi a dire che occorrono nuove regole per una nuova realtà. Tutto cambia e tutti cambiano, quello che andava bene prima non lo è ora. La parte più forte forse è proprio l’intreccio complesso, intrigato e intrigante.

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