mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Fassin, no alla tentazione del populismo di sinistra
Pubblicato il 15-05-2017


podemos“La sinistra non deve cedere alla tentazione del populismo, inseguendo gli elettori dei vari Trump e Le Pen, ma deve rivolgersi, invece, al popolo degli astensionisti, a chi è disgustato e non si lascia ammaliare dal fascismo”. È questo l’appello di Éric Fassin, professore di scienze politiche all’università Paris VIII, che, alla vigilia delle elezioni in Francia, ha pubblicato un libro che sta facendo molto discutere, “Populisme: le grand ressentiment” (Populismo: il grande risentimento).
Nella sua opera, Fassin mette in guardia quegli intellettuali di sinistra che, come la filosofa belga Chantal Mouffe e il suo collega argentino, Ernesto Laclau, sostengono la necessità di un populismo di sinistra, in grado di mobilitare “chi sta in basso” contro “chi sta in alto”, contro quella che in Italia viene definita “casta” e negli Stati Uniti “establishment”. In tal senso, Mouffe e Laclau affermano che, per spostare il populismo a sinistra, è necessario “ripulire il termine da razzismo e xenofobia e mettere l’accento sull’anti-elitismo, compreso il rifiuto del neoliberismo”.
Una strategia che, però, secondo Fassin, potrebbe portare la sinistra al suicidio. Questo perché, per Fassin, “il populismo non è necessariamente una reazione contro il neoliberismo, ma piuttosto un espediente per garantirgli popolarità”. Una tesi simile a quella del sociologo britannico Stuart Hall, che afferma che “il populismo non è un’arma contro, ma bensì al servizio del neoliberismo”. Fassin porta l’esempio del nazional-liberismo dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, dove il “liberismo” in economia era per i più ricchi e il “nazionalismo”, inteso come discorso a difesa dell’identità e cultura nazionale, strizzava l’occhio ai più poveri.
Fassin distingue tra populismo e classi popolari e lo fa citando l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Il sociologo francese fa notare che la maggior parte dei poveri che hanno votato negli Usa, quando hanno votato, non l’hanno fatto per Trump. In questo senso, la maggior parte degli elettori che hanno votato per Il populista Trump, non appartengo alle classi popolari.
Lo stesso discorso vale per chi vota Marine Le Pen. Minoranze, africani, arabi, che costituiscono una buona fetta delle classi popolari francesi, sono il bersaglio della retorica della candidata frontista. Per lei, il popolo è “bianco” e costituito, opportunisticamente, solo da chi ha diritto di voto. Non è quindi (solo) con le élite che se la prendono gli elettori di Marine Le Pen, ma è, soprattutto, contro una fetta notevole di “chi sta in basso”, secondo uno spirito totalmente anti-egalitario.
Chi sostiene la necessità di un populismo di sinistra, “si illude che gli elettori di Trump e Le Pen possano un giorno votare Sanders e Mélenchon, ispirati dal rifiuto del neoliberismo, che accomunerebbe i due candidati”, continua Fassin.
Ma il populismo di sinistra non è l’antidoto a quello di estrema destra. “Il popolo di Trump lo ha sostenuto non perché questo si dice contro la globalizzazione, ma a causa dei suoi propositi xenofobi e razzisti – afferma Fassin – Non l’hanno preso seriamente sulle proposte economiche ma hanno creduto sinceramente ai suoi propositi sul piano culturale. Il suo è un discorso sull’insicurezza culturale”. E ancora: il vero successo di Trump sta nella sua capacità di mobilitare una versione “sessista e razzista dell’identità del maschio bianco”.
Secondo Fassin, gli elettori di Trump sono mossi dal ressentiment, ovvero un senso di risentimento e ostilità, quasi di invidia, verso donne, minoranze e “classi assistite”. Indipendentemente dal loro ceto sociale, questi elettori rimproverano alle élite di governo di consentire, a chi non se lo meriterebbe, di passare davanti a loro nella fila d’attesa per il sogno americano. In altre parole, sono contro la discriminazione positiva.
L’uguaglianza non rientra tra i valori degli elettori dei populisti. Si tratta di gente pronta a darsi la zappa sui piedi: pur di non vedere gli altri godere dei benefici dello stato sociale, preferiscono chiederne la riduzione, anche se questo avrà un impatto negativo anche per loro.
“Gli elettori di estrema destra non sono delle vittime di cui dobbiamo ascoltare la sofferenza – denuncia Fassin – sono soggetti politici mossi da passioni tristi, che conviene combattere sostenendo altri soggetti e altre passioni… Sono pecore smarrite che potrebbero trasformarsi in lupi”.
Il risentimento non si traduce in rivolta, il rancore non si può trasformare in indignazione. Questa gente non voterà mai per Sanders o Mélenchon.
“La sinistra non deve puntare sul populismo ma deve provare a conquistare gli astensionisti, coloro che non si sono lasciati affascinare dalla retorica fascista”, suggerisce allora Fassin.
Come? Recuperando la distinzione tra destra e sinistra, che il populismo cerca in tutti i modi di trascendere.
“Il popolo non deve unirsi contro un nemico, ma di fronte a un progetto – è la conclusione del sociologo francese – È ovvio che di fronte al neoliberismo è più facile fare opposizione che inventare e proporre. Ma quello che serve ora è un programma sostanziale per una sinistra vera. Non è il nemico che deve consentire di unificare il popolo, ma la qualità del progetto di cui ci si fa portatori. Prima di costruire un popolo bisogna ricostruire la sinistra”.

Matteo Angeli

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