martedì, 23 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Ezio Vigorelli  esempio di fattività e di fede nel progresso sociale
Pubblicato il 12-05-2017


Nell’immediato secondo dopoguerra Ezio Vigorelli fu uno dei più noti e attivi parlamentari e uomini di governo di parte socialista. Nato a Lecco il 17 agosto del 1892, compì il corso degli studi fino alla laurea in Legge.

Nel 1915, iniziata la guerra contro gli Imperi centrali, vestì il grigio verde in qualità di ufficiale di complemento. Sul Carso diede ripetute prove di coraggio e abnegazione. Durante un assalto venne ferito in modo e rimase invalido, ma non volle allontanarsi dal fronte, e infatti di lì a poco fu nuovamente tra i commilitoni, meritando due medaglie.

Con la fine della guerra, restituito alla vita civile, venne attratto dalla politica. Profondamente legato al mondo dei lavoratori, ma avverso alle posizioni “rivoluzionarie” di tipo leninista, “soviettista”, a suo giudizio assolutamente  prive di prospettive che non fossero l’isolamento e la sconfitta del movimento dei lavoratori, aderì al Partito socialista collocandosi nella componente riformista, rappresentata a livello nazionale da Turati, Modigliani, Matteotti, Treves……

In riconoscimento delle sue qualità intellettuali e della sua volontà d’impegno, venne subito valorizzato con l’elezione nel Consiglio comunale  di Milano a sostegno della amministrazione socialista, e si distinse nel seguire i lavori del civico  consesso,  che  però fu  vittima della sopraffazione fascista fino al commissariamento del comune.

L’assassinio di Matteotti, nel ’24, lo confermò nelle posizioni di intransigente antifascismo per la difesa della democrazia e della libertà. Fu allora tra i fondatori di “Italia libera”, l’organizzazione che, articolandosi  nel paese, ebbe l’adesione di  numerosi ex combattenti,  impegnati  a  opporre  un argine  all’avanzata reazionaria.

Non poche volte subì l’aggressione di “squadristi” accecati dalla rabbia contro chiunque si opponesse al fascismo ormai trionfante, e tuttavia la sua fede nella libertà rimase integra e forte.  Nei successivi anni, affermatasi ormai la dittatura, venne sottoposto a vigilanza speciale, e ogni suo atto o parola venne attentamente controllato. Per due volte subì l’arresto e la detenzione a San Vittore e la sua vita venne costretta a limitazioni di ogni sorta.

La seconda guerra mondiale lo vide naturalmente  critico della alleanza con la Germania hitleriana e degli obiettivi di dominio e di aggressione, contro cui si ponevano il suo pacifismo, il suo internazionalismo e il suo grande amore per la libertà.

Quando sullo scorcio del ’43 si costituì sotto la protezione della Germania di Hitler la repubblica di Salò, egli venne ricercato dalla polizia perché sospettato di svolgere attività di opposizione assieme ai figli Adolfo e  Bruno, di cui era nota l’avversione al regime. Trovò allora rifugio in Svizzera, da anni “aperta” agli antifascisti, ricercati o attivi nella lotta contro il regime mussoliniano.

Decisi a partecipare direttamente alla resistenza partigiana, che intanto stava organizzandosi nelle regioni del centro-nord del paese, i due giovani si impegnarono nelle azioni armate, ma nel giugno del ’44, svolgendosi una retata condotta dalle “bande nere”, caddero in combattimento. Non vinto dal dolore, naturalmente immenso, Ezio Vigorelli si impegnò per la nascita e l’organizzazione della repubblica dell’Ossola, nella quale svolse le funzioni di consulente legale.

Ritornata la pace, mentre a Milano nasceva una amministrazione, rivelatasi grandemente fattiva, presieduta dall’avv. Greppi, fu prima commissario e successivamente presidente dell’ECA per designazione del CLN, ma anche consigliere comunale. In tale veste, durante uno dei momenti più difficili per la disoccupazione e la miseria largamente diffusi, gli impegni di ricostruzione, ecc., svolse una frenetica attività e compì esperienze da cui trasse idee per nuovi e più elevati incarichi, divenendo modello per tanti altri amministratori.

Nel giugno del ’46 venne eletto all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito socialista. Attivo nella vita di partito, partecipò con vivo interesse e grande passione al dibattito politico e al confronto tra le diverse posizioni che agitavano il partito nel momento in cui la “guerra fredda” con la sempre più marcata divisione del mondo in due grandi blocchi, si rifletteva nella vita delle varie formazioni rendendola travagliata.

Nel contrasto tra “unitari” (non pochi dei quali provenienti dai gruppi “fusionisti” del ‘44-45) e autonomisti, non ebbe dubbi: si schierò per l’autonomia del partito, e dunque per una linea capace di sottrarre i socialisti da ogni subordinazione, e fu tra i 54 parlamentari che nel gennaio del ’47 aderirono al PSLI.

Nel 1948, entrato il nuovo partito nel Governo De Gasperi, divenne Sottosegretario alle pensioni di guerra. In questo periodo pubblicò “L’offensiva contro la miseria. Idee e esperienze per un piano di sicurezza sociale”, in cui esponeva alcune sue idee e proposte su interventi possibili nella realtà italiana nel fine di alleviare le condizioni di vita degli strati sociali più deboli e indifesi, i mutilati, gli inabili al lavoro, i bisognosi.

Varie volte rieletto alla Camera, fu presidente della Commissione  parlamentare d’inchiesta sulla miseria, e dal 1954 al 1959 Ministro del  lavoro e della Previdenza sociale.

Per le sue idee e la sua particolare attività relativamente all’intervento atto a garantire il sostentamento e il diritto al lavoro per tutti meritò allora da Giorgio La Pira e poi da tanti altri la definizione di “Beveridge italiano”, per la somiglianza col noto economista britannico, già direttore della Lonfon School  of Economics e nel 1942 autore di un Piano per le Assicurazioni sociali e  i Servizi connessi, cui tra il 1945 e il 1951 si era ispirato il Governo laburista col suo National Health Service.

L’impegno  alla Camera e nel governo  non  diminuiva la sua attenzione  alla vita del partito nel quale militava, che intanto si era ridenominato PSDI: dissentiva sempre più dalle posizioni in politica estera, dai rapporti con la DC, ecc., volute dal gruppo dirigente, e per questo alla fine si unì a Mario Zagari, Matteo Matteotti e altri, coi quali costituì il  MUIS e nel ’59 rientrò nel PSI. Nel successivo anno venne riletto alla Camera.

Mai dimentico dei problemi del capoluogo lombardo, dedicò alla loro soluzione buona parte delle sue energie, sedendo ancora nel Consiglio comunale e presiedendo la Metropolitana, che curò con forte volontà nel fine di adeguarne la costruzione alle crescenti esigenze della cittadinanza.

Non ebbe però la fortuna di partecipare alla  inaugurazione della prima linea: come poi fu scritto in una lapide apposta nel Metrò Duomo, egli premorì all’importante evento il 26 ottobre del 1964.

In città come in tanti altri luoghi rimasero vivi i segni della sua fattività e della sua fede nel progresso sociale, cose tutte che assieme all’attività parlamentare e ministeriale gli fecero meritare un posto di primo piano nella storia del socialismo democratico.

 Giuseppe Miccichè

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