sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Giuseppe Berta, tecnologia e irreversibilità dei sistemi economici
Pubblicato il 16-05-2017


bertaGiuseppe Berta, in “Post-global: economia politica della nostalgia” (Il Mulino 2/2017), svolge interessanti considerazioni sul ruolo della tecnologia nella formulazione delle politiche utili a rimediare a molti guasti provocati dalla globalizzazione, sorretta dal funzionamento di un mercato senza regole. Anche se il contesto al quale Berta si riferisce, gli Stati Uniti d’America e le pretese dell’attuale Presidente di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale che l’ha visto vincitore, il senso del suo discorso assume un significato generale e solleva non pochi problemi per il futuro dei Paesi ad economia di mercato, retti da sistemi politici democratici. Quale il ragionamento di Berta?
Nella sua campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso ai “dimenticati d’America” che avrebbe “costretto” i grandi gruppi industriali, a cominciare da quelli del settore dell’auto a garantire, da un lato, il potenziamento della produzione industriale endogena e, dall’altro lato, a stimolare maggiori investimenti da parte degli stessi gruppi, “grazie a una spregiudicata politica di sostegno, fondata in primo luogo sulla rimozione dei severi vincoli ambientali posti dall’amministrazione Obama”.
Secondo Berta, il “nocciolo della politica industriale di Trump” si fonderebbe sulla re-industrializzazione del Paese, le cui leve per la sua attuazione dovrebbero consistere “nel protezionismo doganale come minaccia” (il bastone) e “nella soppressione delle misure ecologiche come incentivo” (la carota). L’obiettivo politico di Trump dovrebbe essere quindi quello di “far rivivere l’America dei produttori, quella di un big business”, che un tempo era all’origine delle “grandi fabbriche” e delle “concentrazioni operaie”.
Basterebbe considerare la semplicità con cui il neo-Presidente intende attuare le promesse elettorali, per intendere – afferma Berta – “come, nel suo nucleo costitutivo, la visione post-global di Trump si sostanzi di nostalgia. Nostalgia per il buon tempo andato, quando nessuno sfidava il primato americano e Detroit [il centro, per eccellenza di produzione dell’auto] girava a pieno regime”. Fare leva sulla nostalgia, sarebbe, a parere di Berta, il frutto di una “furbata” del tycoon americano che, candidandosi alla presidenza degli Stati Uniti, è stato “abile a capire che la nostalgia era la chiave di volta per arrivare al cuore di un elettorato che sognava un ritorno al passato”; un passato che Berta ipotizza sia “incardinato nella psicologia del neo-Presidente” che, considerata la sua età, non più nel verde degli anni, come molti della sua generazione custodirebbe dentro di sé “la memoria dell’America ricca e potente, dove c’era lavoro per tutti”.
Gli analisti economici del settore industriale americano, in particolare quelli del comparto dell’auto, parrebbero non essere convinti della bontà della politica industriale di Trump; perché, se tale politica fosse realmente volta ad aumentare i livelli occupazionali, non terrebbe conto del fatto che, impiantare nuove attività produttive o potenziare quelle già esistenti, con l’impiego delle tecnologie oggi disponibili sarebbe possibile creare un numero di posti di lavoro di gran lunga inferiore rispetto a quello realizzabile in passato a parità di risorse investite; ciò perché il progresso tecnologico ha completamente trasformato le combinazioni dei fattori produttivi all’interno delle fabbriche (in particolare all’interno di quelle automobilistiche), allargando i processi di automazione che, com’è noto, consentono di risparmiare sull’ammontare dei costi salariali attraverso una minore occupazione.
La politica industriale di Trump, perciò, a parere di Berta, si scontrerebbe con un “nemico” difficile da sconfiggere, qual è appunto l’innovazione tecnologica, in grado di creare non poche difficoltà sulla via di un sicuro successo del “dirigismo” di Trump. La tecnologia, infatti, è stata del tutto trascurata dalla retorica che ha animato la campagna elettorale del neo-Presidente e continua ancora ad essere assente nei suoi intenti di inaugurare una nuova politica industriale per l’America; mentre, al contrario, l’innovazione tercnologica costituirà il vero ”ostacolo contro il quale sono destinate a cozzare le premesse” del dirigismo trumpiano, al fine di “ricuperare l’America ai fasti di una volta”.
E’ forse questa la ragione per cui, tra i rappresentanti del capitalismo americano e l’entourage del neo-Presidente, non vi è una chiara intesa sul da farsi; ciò perché – afferma Berta – l’anima di Trump “non è omologabile al capitalismo di un tempo”; è perciò prevedibile che non passerà molto tempo per capire che il “’vecchio’ capitalismo non può restaurare la prosperità della rust belt, le aree rugginose della deindustrializzazione. Esse sono state affondate dalla tecnologia”, ancor più, e prima ancora, che dalla delocalizzazione di molte attività produttive americane in Cina ed in altre parti del mondo, vantaggiosa dal punto di vista dei costi di produzione.
Il nazionalismo che sorregge le intenzioni politiche di Trump, a parere di Berta, esalta la “politica della nostalgia” anche di altri protagonisti della scena politica mondiale: come, ad esempio, quella di Theresa May che, dopo la Brexit, intende “riscoprire il ruolo globale del Regno Unito, quale erede del Commonwealth britannico”, o ancora quella di Vladimir Putin, che persegue il ricupero della vecchia posizione di potere mondiale della Russia attuale, attraverso l’enfatizzazione della “missione imperiale adempiuta da Stalin”. Si tratta, in sostanza – sottolinea Berta – di intenzioni “destinate a consumarsi non appena si scontreranno con le dure repliche della storia, alla stessa maniera in cui sono andate in frantumi le visioni ireniche della globalizzazione, magnificata come la fonte di maggior benessere per tutti”.
L’avvento alla presidenza di Trump non deve essere dissociato dalla crisi nella quale è incorso il processo di globalizzazione, portando alla Grande Recessione; crisi cui si deve il declino delle grandi imprese multinazionali che, coniugandosi con la svolta antiglobalista trumpiana, contribuirà a far cessare che esse continuino ad essere percepite come il primario sostegno globale della crescita e dello sviluppo; ciò, molto probabilmente, farà sì che le grandi imprese americane siano costrette a rinunciare all’”impero che avevano costruito, accettando di trasformare le proprie diramazioni locali in imprese più aderenti ai caratteri economici delle nazioni che le ospitano”.
Al contrario, le imprese multinazionali, costituite da “conglomerati” di attività finanziarie, di ricerca, d’investimento e di produzione di servizi informatici, “confidando nella forza della proprietà intellettuale” esclusiva della quale dispongono, potranno continuare a svolgere la loro attività di sempre; ma anch’esse, prima o poi, saranno costrette a subire la protesta di chi, grazie alla loro attività innovativa, vedrà ridursi le possibilità occupazionali. A parere di Berta, saranno invece destinate a conservarsi sul mercato e ad operare le imprese di “dimensioni ridotte capaci tuttavia di avvantaggiarsi delle piattaforme dell’e-commerce per comprare e vendere su scala globale”; esse potranno dare origine ad “un capitalismo frammentato e parrocchiale”, col beneficio di godere di un ampio sostegno pubblico.
«Se lo scenario appena descritto è l’obiettivo dell’amministrazione Trump – afferma Berta – occorrerebbe dare al neo-Presidente “un eccessivo credito di lungimiranza per poterlo pensare”, ma anche per poterlo realizzare; nell’immediato, ciò che si può dire e che il Presidente degli Stati Uniti, grazie alla nostalgia per il passato di cui è pervaso, abbia colto opportunisticamente l’”atout” offertogli dalle forze che ancora si identificano nell’establishment totalmente legato al ciclo della globalizzazione in crisi». In questo modo, Trump ha potuto vincere le elezioni ”raccogliendo attorno a sé un elettorato composito, nel quale si ritrovano i forgotten, coloro che la globalizzazione ha lasciato indietro nella sua marcia incurante dei costi sociali, un buon aggregato di classe media non ancora spossessata delle proprie opportunità e i rappresentanti della più spregiudicata oligarchia degli affari di Wall Street”. Un blocco sociale che, dal punto di vista europeo, si tende a qualificare come sbocco finale di un movimento populista “made in USA”.
Tale blocco sociale è valutato da Berta in termini diversi dai blocchi sociali espressi dai movimenti populisti e fascisti del periodo tra le due guerre; tali movimenti pretendevano di risolvere le difficoltà, seguite alla Grande Depressione del 1929/1932, con la rinuncia alla democrazia e con la proiezione sopranazionale attraverso l’uso della forza. I populismi che allignano ora al di qua e al di là dell’Atlantico, con l’eccezione di quelli autoritari di alcuni Paesi europei, tendono a conciliare “i sistemi economici con le nazioni” e di conservare le loro proiezioni internazionali senza rinunciare alla istituzioni democratiche, sia pure in presenza di un potere politico depotenziato in pro di quello economico.
Nel caso dell’America – afferma Berta – il collante dell’operazione avrebbe tuttavia origini nel passato, dovendo per forza fare appello all’idea di “un primato perduto, per colpa di un’élite corrotta e globalista che avrebbe scientemente cancellato le radici popolari e nazionali, ora da ricostruire” Rivolgendosi a un elettorato custode di questa “memoria tradizionale del passato”, la nostalgia è apparsa a Trump come “un mastice irrinunciabile” per la costruzione e la conservazione del suo blocco di consenso.
Ma se la memoria del passato può servire a dare corpo ad una politica industriale che persegua una struttura produttiva fatta di imprese di limitate dimensioni, orientate a produrre per il mercato interno ed anche per quello internazionale, nella prospettiva di un ridimensionamento del vecchio capitalismo delle imprese multinazionali, si imporrà alla nuova amministrazione americana, non solo l’urgenza di ricuperare antichi “circuiti economici locali”, ma anche istituzionalizzare nuove regole distributive del prodotto sociale.
È, quest’ultimo, un tema sempre eluso, oltre che dai movimenti populisti ovunque essi siano presenti, anche dalle forze che si identificano negli establishment tradizionali che intendano, con le loro politiche-tampone, riconciliare i sistemi economici in crisi con le nazioni senza alcuna riflessione sui cambiamenti che sarebbe necessario introdurre per rimuovere le ineguaglianze distributive. Questi cambiamenti sarebbero sicuramente impediti, come sinora è avvenuto, da un potere economico egemone su quello politico; tutto ciò, nel caso dell’America, non concorrerà certo a farla di nuovo grande, com’è nella promesse di Trump, ma potrebbe tutt’al più solo rendere pro-tempore “vivibili territori che non lo sono più”.
Nel lungo periodo, però, c’è da stare sicuri che la politica della nostalgia non garantirà a Trump di riuscire a conservare il voto dei cittadini della “cintura della ruggine” (the rust belt), i quali non esiteranno a voltargli le spalle, per le sue promesse demagogiche rimaste senza seguito.

Gianfranco Sabattini

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