domenica, 28 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Macron-Renzi. Un po’ sinistra, un po’ destra
Pubblicato il 02-05-2017


http-o.aolcdn.comhssstoragemidas363e89004d4546e2c0e866152f1a44df205194861MACRON+RENZILa Francia storicamente è faro politico per l’Europa. È la patria delle rivoluzioni e delle restaurazioni: dal 1789, quando il re fu prima deposto e poi ghigliottinato, se ne sono viste di tutti i colori. La rivoluzione democratica contro il potere assoluto di Luigi XVI portò prima la repubblica giacobina, poi l’impero di Napoleone Bonaparte e quindi la restaurazione dei re Borbone. La Francia dalla fine del 1700, di rivoluzione in rivoluzione, ha più volte smantellato i vecchi assetti politici ed istituzionali: siamo arrivati alla Quinta Repubblica e adesso c’è aria di un nuovo terremoto.
La sorpresa si chiama Emmanuel Macron. Ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali del 23 aprile facendo tabula rasa dei vecchi assetti. Con il 24% dei voti ha battuto tutti i concorrenti a destra e a sinistra: Marine Le Pen (21,3%), François Fillon (20%), Jean-Luc Melenchon (19,6%), Benoit Hamon (6,4%). Macron ha messo fuori gioco i neogollisti (Fillon) e i socialisti (Hamon): i due tradizionali partiti della Quinta Repubblica non possono nemmeno partecipare al secondo turno elettorale del 7 maggio per l’Eliseo. Il duello al ballottaggio per chi sarà eletto presidente della Repubblica sarà tra lui e Marine Le Pen, populista anti euro e anti Ue, leader del Front National, il partito di estrema destra fondato dal padre Jean-Marie e tirato fuori dalla secche del neofascismo proprie dalla figlia.
Macron è uno strano personaggio, 39 anni, seducente, banchiere, ex ministro socialista dell’Economia. Ha sfondato con una singolare ricetta politica: un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro. Propone di tagliare le tasse a cittadini e imprese (ma soprattutto a quest’ultime); vuole aumentare la sicurezza interna ed esterna (più poliziotti e una difesa europea); difende la laicità dello Stato, ma permette alle ragazze islamiche d’indossare il velo all’università. E ancora: s’impegna per grandi investimenti pubblici con in testa l’istruzione (soprattutto per le scuole nelle periferie); dice basta all’energia nucleare in favore delle fonti non inquinanti; punta a maggiori garanzie per i disoccupati, ad incrementare i contratti di lavoro a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine e a cancellare del tutto la settimana di lavoro breve di 35 ore.
Si rivolge in maniera contraddittoria a tutti i gruppi sociali: imprenditori, artigiani, professionisti, operai, impiegati, pensionati, studenti, disoccupati cercando di soddisfare tutte le contrastanti richieste. L’obiettivo è di “riconciliare” la Francia divisa tra destra e sinistra, populisti e anti populisti, vecchi cittadini d’Oltralpe e immigrati musulmani, città e campagne. Macron è un esponente della classe dirigente nazionale vilipesa e messa sotto accusa con l’arrivo della Grande crisi economica internazionale, ma lui conquista le folle promettendo più Europa e riforme radicali per affrontare la globalizzazione. Va a parlare anche agli operai infuriati delle fabbriche in crisi e delocalizzate nell’est europeo, tutti tifosi della Le Pen. Quando gli urlano contro, risponde con un sorriso in giacca e cravatta: «Ascoltate. Fatemi parlare…».
Promette la “rivoluzione” liberal-progressista per far tornare “grande” la Francia, per far ripartire l’occupazione, per ricostruire il tandem Parigi-Berlino sul quale far uscire dall’avvitamento l’Unione europea. Considera superati i vecchi equilibri politici basati sul bipolarismo tra neogollisti (a destra) e socialisti (a sinistra). Ha sentenziato: i partiti tradizionali “sono morti”. Non a caso ha lasciato il Partito socialista ed ha fondato il movimento che porta le iniziali del suo nome: En Marche! Punta sul suo personale carisma, invita all’ottimismo, alla fiducia nel futuro, alla “speranza”. Vede lo scontro elettorale solo tra europeisti (lui stesso) e quasi tutti gli altri (in testa Marine Le Pen).
È una strategia molto simile a quella di Matteo Renzi, alla “rivoluzione pacifica” e alle “riforme di struttura” per cambiare l’Italia teorizzate e in gran parte realizzate dall’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd. Sono obiettivi simili a quelli del coetaneo “rottamatore” toscano, quelli di allargare il perimetro del centro-sinistra conquistando nuovi consensi tra gli elettori delusi del centro-destra berlusconiano e dei cinquestelle di Grillo; il cosiddetto progetto del Partito della nazione contestato dalla sinistra del partito e alla base della scissione di Bersani-D’Alema.
Scelte un po’ di sinistra, un po’ di destra, un po’ di centro sono state anche la bussola di Renzi, però battuto sonoramente nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale del suo governo. Adesso Renzi sta cercando di ripartire: si è ricandidato a segretario del Pd nel congresso del partito, poi si vedrà. Il ritorno alla presidenza del Consiglio è nei piani, ma è un traguardo difficile da conseguire. Lui e Macron sono quasi due gemelli politici, però il primo è in ascesa mentre il secondo tenta l’ardua risalita. Comunque, anche Macron ha il problema di sconfiggere Marine Le Pen, una concorrente temibile per l’Eliseo.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

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