sabato, 16 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Alain De Benoist e i limiti del processo
di globalizzazione
Pubblicato il 19-05-2017


AlainDeBenoistAlain De Benoist è un autore “intrigante”, il cui pensiero è di difficile classificazione, essendo trasversale rispetto alle molte prospettive di analisi prevalse nel corso del XIX secolo ed anche in quello dei primi lustri di quello attuale; per questo motivo è spesso aspramente criticato, sia da destra che da sinistra. Poiché si tratta di un pensatore che sintetizza concetti e conclusioni includenti il marxismo, l’ecologismo, il multiculturalismo, il socialismo, il federalismo, il comunitarismo ed altro ancora, si può condividere la risposta che De Benoist ha dato ai suoi critici: “Non limitiamoci a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro”.

Da tempo, De Benoist è un critico radicale degli esiti della globalizzazione e di quelli delle politiche ispirate all’imperante neoliberismo, considerato dal pensatore francese responsabile della crisi che sta attanagliando il capitalismo a partire dal 2007/2008; la sua analisi merita attenzione, anche perché propone una prospettiva riformista di alcuni aspetti dell’attuale sistema capitalistica che i riformisti storici stentano a condividere, qual è ad esempio la riforma dell’attuale organizzazione del sistema di sicurezza sociale.

E’ ricorrente, fra i neolibersiti, il ritornello secondo cui il capitalismo sarebbe indistruttibile; si dice anche che la capacità di adattamento del capitalismo alle situazioni sempre mutevoli sarebbe illimitata, nel senso che esso sarebbe sempre in grado di superare qualsiasi crisi, quale che sia il livello d’intensità con cui questa si manifesta. In realtà – afferma De Benoist – occorre distinguere tra crisi congiunturali e crisi sistemiche o strutturali; queste ultime, a differenza delle prime, sono quelle che hanno incominciato ad verificarsi prevalentemente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, allorché all’interno delle economie capitalistiche la disoccupazione ha presentato il carattere del irreversibilità. Ciò ha posto l’economia globale di fronte a una triplice crisi, riguardante, rispettivamente, il modo di produzione, l’idea che il mercato non abbia bisogno d’essere regolato e l’ideologia economica che postula la possibilità di garantire il funzionamento stabile del sistema economico attraverso un continuo ricorso al debito. E’ proprio alla propensione a ricorrere all’espansione del debito che si deve – secondo De Benoist – l’origine della crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008.

La possibilità di supportare la domanda finale attraverso il ricorso il credito al consumo è stata una della maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo, non del secondo dopoguerra, come sostiene De Benoist, ma di quello entrato in crisi durante gli anni Settanta, a causa dei problemi energetici e di quelli valutari manifestatisi a livello globale. In altri termini, a parere di De Benoist, non potendo stimolare il consumo attraverso il monte salari, a causa della crisi delle attività reali, si è cercato di stimolarlo con il credito; ciò in quanti, per “i detentori di portafogli finanziari, questo era l’unico modo per trovare nuovi giacimenti di redditività, anche a costo di rischi sconsiderati”. Al fine di sostenere il ritmo crescente del credito concesso e garantirne il sicuro “rientro”, le istituzioni finanziarie hanno fatto ricorso a due tecniche: la “cartolarizzazione” e il trasferimento del “rischio di credito”, realizzato attraverso i cosiddetti “titoli derivati”.

Quali ammaestramenti possono essere tratti – si chiede De Benoist – da quanto è accaduto a livello globale nel funzionamento dei sistemi economici, a causa del prevalere dell’ideologia neoliberista? Innanzitutto, la flagrante smentita della tesi secondo la quale solo i comportamenti egoistici individuali, attraverso il libero mercato, contribuiscono al bene collettivo. In secondo luogo, il fallimento dell’ideologia neoliberista evidenzia il fatto che il libero mercato non è affatto dotato di “meccanismi autoregolatori”, per cui il sistema economico, in assenza di interventi correttivi esterni, non è in grado di aggiustarsi spontaneamente. Infine, l’altro importante ammaestramento che può essere tratto dalla crisi globale, provocata dall’egemonia dell’ideologia neoliberista, è che, sebbene si pretenda di accreditare la teoria economica come una scienza al pari delle scienze della natura, nessuno tra gli “addetti ai lavori” sembra essere in grado di prevedere il sopraggiungere di una crisi, o quantomeno di eliminarne il rischio, assicurando stabilità di funzionamento al sistema economico; ciò accade perché la realtà economica, in quanto parte della realtà sociale, non può essere riassunta all’interno di rigidi schemi formali, per cui la crescente “matematizzazione” della teoria economica degli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della valutazione dei rischi, non ha potuto garantire alla teoria una capacità predittiva, avendole garantito solo eleganza formale a scapito del realismo.

A parere di De Benoist, l’idea complessiva che può essere tratta dalla crisi dell’economia globale è che “il capitalismo lasciato a se stesso non può che auto-distruggersi, non può che essere minato dalle proprie contraddizioni interne”, derivanti in particolare dai limiti della logica distributiva ineguale del prodotto sociale; nel lungo periodo, ciò dà origine a profonde e generalizzate ineguaglianze, sorreggendo un processo di accumulazione del capitale, la cui dinamica raggiunge il proprio limite quando “l’economia non riesce più a fare sistema, ossia quando il fare del suo mondo non riesce più a riprodurre il mondo del suo fare”.

Per rimediare alla perdita di coesione della quale soffrono quasi tutti i sistemi sociali in crisi, per via delle disuguaglianze distributive, De Benoist suggerisce l’introduzione di un reddito di cittadinanza; questa forma di reddito avrebbe il merito di caratterizzarsi come diritto prepolitico da riconoscersi, al pari di tutti gli altri diritti civili, a tutti i componenti di una data comunità, per il solo fatto d’essere nati. Tale forma di reddito sarebbe quindi corrisposta a tutti i cittadini, perché ne dispongano incondizionatamente, potendolo cumulare con qualunque altro reddito, senza alcuna detrazione, eccetto quella prevista dal sistema fiscale in vigore.

Per DE Benoist, il reddito di cittadinanza “rappresenta un atto di solidarietà, che si esercita in permanenza a priori, e non a posteriori”; inoltre, non essendo soggetto ad alcuna condizione, il reddito di cittadinanza si distingue da ogni forma di sussidio sociale, la cui erogazione è subordinata alla contropartita della ricerca di un’occupazione. L’idea del reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – non è nuova, ma la sua formulazione moderna risale al periodo tra le due guerre mondiali, mentre la sua giustificazione politica è avvenuta soprattutto per opera di Philippe Van Parijs e di André Gorz a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

L’istituzione di un reddito di cittadinanza è oggetto di numerose obiezioni; alcune di carattere morale, altre economiche. Le obiezioni morali sono generalmente basate sul presupposto che il lavoro sia il mezzo che qualifica l’uomo, fondandone la dignità e il rispetto sociale; l’erogazione del reddito di cittadinanza, si obietta ancora, potrebbe favorire il disinteresse dell’uomo per il lavoro e, di conseguenza, creare tensioni nel marcato del lavoro. In proposito, si può controbattere affermando che l’introduzione del reddito di cittadinanza, non solo non provocherebbe, da parte di chi ne gode, la diserzione dal mercato del lavoro, ma anzi concorrerebbe a migliorare la funzionalità di tale mercato; la libertà di licenziamento infatti cesserebbe di costituire motivo di tensioni sociali, per via del fatto che coloro che dovessero perdere la stabilità lavorativa godrebbero dei vantaggi del reddito di cittadinanza.

Le obiezioni economiche al reddito di cittadinanza traggono origine dall’idea che esso possa trasformare coloro che ne fruiscono in assistiti perenni. Anche questa idea è destituita di credibilità, in considerazione del fatto che il reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – “non è un assistentato, perché l’individuo, una volta munito del necessario, proverà il bisogno di agire e di realizzarsi”; bisogno, questo, che sarà tanto più avvertito, quanto più lo Stato accompagnerà l’erogazione del reddito di cittadinanza con la promozione di attività autonome.

Un’altra obiezione economica paventa il rischio che l’introduzione del reddito di cittadinanza possa incrementare l’immigrazione; ciò è comunque poco credibile, se il reddito di cittadinanza viene erogato solo a favore dei cittadini e se si procede, di pari passo, ad una rigida disciplina delle condizioni di attribuzione della cittadinanza.

L’obiezione più fondata riguarda la realizzabilità dell’istituzione del reddito di cittadinanza, soprattutto sotto l’aspetto del finanziamento; si può osservare in proposito che tale finanziamento dovrebbe avvenire attraverso la sostituzione della maggior parte delle attuali prestazioni sociali, nel senso che il reddito di cittadinanza si sostituirebbe alla maggior parte dei meccanismi redistributivi esistenti; fatto, questo, che implica un processo di revisione radicale del vigente sistema di welfare.

E’, questo, un punto qualificante dell’istituzione del reddito di cittadinanza, per via dei suoi effetti positivi sul piano sociale e su quello economico; attraverso l’istituzione del reddito di cittadinanza diverrebbe possibile, non solo porre rimedio al problema delle disuguaglianze distributive ed ai loro effetti negativi sul piano della tenuta della coesione sociale; ma, come già si è detto, anche sul piano del più efficace funzionamento del mercato del lavoro, non più condizionato dalle tensioni che possono insorgere ogni qual volta il mondo della produzione si trova nella necessità di dover variare il livelli occupazionali, per conservarsi competitivo sul mercato internazionale.

In conclusione, l’analisi storica e prospettica della possibile evoluzione del capitalismo compiuta da Alain De Benoist potranno essere considerate con sospetto dai riformisti di sinistra, per via dell’impegno politico profuso dal pensatore francese da posizioni di destra; tuttavia, non va dimenticata la trasversalità del suo pensiero rispetto a molte delle correnti culturali prevalse nel XX secolo. Considerato lo stato non proprio ottimale del dibattito culturale, politico ed economico in corso in molti Paesi del Vecchio Continente, diventa impossibile trascurare l’invito dello stesso De Benoist a condividere tutto ciò che ha valore e senso, prescindendo dalla connotazione culturale da cui ha tratto origine.

Gianfranco Sabattini

 

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