domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

I limiti del “riformismo
della necessità” di Renzi
Pubblicato il 09-05-2017


La “rottamazione” di Renzi, presupposto per l’inaugurazione di una presunta politica riformistica, è servita solo ad imporre una concezione della politica che, in linea di principio, è del tutto estranea alla tradizionale collocazione a sinistra del partito del quale è segretario il “rottamatore”; ma anche del tutto estranea alla logica valoriale che dovrebbe sottendere il funzionamento di una reale democrazia.

La politica democratica, secondo Domenico Melidoro, ricercatore della Luiss “Guido Carli”, nell’articolo “Riformisti per forza”, comparso sul fascicolo 3/2016 de “Il Mulino”, “è fatta di scelte, per cui i termini del linguaggio politico devono servire a tracciare distinzioni dotate di senso. In caso contrario, le categorie politiche diventano gusci vuoti che non permettono di orientarsi nell’intricata trama della vita politica democratica”; in altri termini, l’aggettivo “riformista” perde il suo significato politico se non consente “di distinguere chi è riformista e chi non lo è”.

Nell’articolo, Melidoro intende evidenziare quali devono essere gli aspetti essenziali di una politica autenticamente riformista; ciò, al fine di criticare la concezione di riformismo che si affermata nel dibattito politico con l’avvento di Renzi alla guida del principale partito della sinistra italiana e al governo del Paese. L’azione dell’ex presidente del Consiglio, a parere di Melidoro, si è ispirata ad un “riformismo della necessità”, fondato su “due pilastri”: il primo consistente in una personale interpretazione della contrapposizione destra/sinistra; il secondo consistente in un personale modo d’intendere la politica. Riguardo al primo “pilastro”, poiché Renzi, secondo Melidoro, non ha “rottamato” la contrapposizione destra/sinistra, si deve supporre che egli abbia inteso collocare la sua politica a sinistra; assumendo per valido questo parere, occorre riconoscere che Renzi ne ha però trasformato il senso, sostenendo che le particolari condizioni della società italiana imponevano che la diade destra/sinistra non avesse più alcun significato.

Sulla base del primo “pilastro”, quindi, a parere di Melidoro, nell’attuare la propria politica, Renzi si è radicalmente discostato dalla condivisione della classica distinzione tra destra e sinistra formulata da Norberto Bobbio; distinzione che, secondo il filosofo, implica una sua connotazione assiologia, utile a qualificare in termini valoriali i fini perseguiti dai singoli schieramenti politici. Per il filosofo torinese, infatti, destra e sinistra devono essere distinte in base all’atteggiamento che ogni schieramento assume rispetto al fine ultimo identificato dalla tradizione della politica di sinistra nell’eguaglianza; nel senso che la sinistra si è caratterizzata dall’interiorizzazione dell’idea che l’uguaglianza sia più importante della disuguaglianza, ritenendo che, ai fini di una buona convivenza sociale, sia più importante ciò che accomuna, piuttosto che ciò che divide.

Renzi, però, ha ispirato la sua politica alla convinzione che la realtà sociale moderna sia profondamente cambiata rispetto a quella cui faceva riferimento il filosofo torinese; per cui Melidoro ritiene che la politica renziana sia stata fondata sull’idea che una sinistra veramente propensa a stare al passo coi tempi dovesse “farsi carico della complessità del nuovo scenario globale e farsi portatrice di una visione della società in cui dinamismo, innovazione e trasformazione” fossero i punti principali di riferimento. Questo modo di concepire la sinistra ha così condotto Renzi ad anteporre le “cose da fare” ai valori, per cui, anche quando il riferimento a questi ultimi è stato presente nella formulazione delle sue scelte politiche, esso è risultato talmente generico da rendere difficile la non condivisione da parte di chicchessia.

Per Melidoro, ciò è comprovato dal fatto che Renzi, in un suo recente libro, intitolato “Fuori”, ha affermato che “uguaglianza significa dare a tutti le stesse opportunità sulla linea di partenza. Ma poi ognuno se le deve giocare”. Secondo Melidoro, le affermazioni di Renzi sulla definizione di uguaglianza sarebbero tanto generiche da non potersi immaginare che esse non siano condivise da tutti coloro che vivono all’interno dei confini di un dato Stato-nazione. In realtà, a chi milita a sinistra, per aver interiorizzato il valore dell’uguaglianza come fine ultimo della politica, una simile definizione non può non risultare dissonante; ciò perché l’uguaglianza dei “punti di partenza” non sempre conduce ad un’uguaglianza “politicamente corretta”, come la intende la sinistra, dei “punti di arrivo”; soprattutto quando manca un “arbitro”, cioè un governo che con la propria attività sappia garantire rigorosamente il rispetto delle regole (rimozione dei privilegi e soprattutto dei condizionamento di ogni tipo al normale svolgersi dei rapporti intersoggettivi, ecc.), utili a che lo svolgersi del “gioco” conduca asintoticamente al raggiungimento di un traguardo caratterizzabile in termini egualitari.

La definizione di uguaglianza intrinseca all’idea che Renzi ha del riformismo, perciò, non può essere condivisa dal punto di vista della sinistra, proprio perché alla definizione è implicita una valutazione neutrale dell’attività riformatrice. La definizione di eguaglianza condivisa da Renzi non consente di tracciare una netta distinzione tra destra e sinistra: da un lato, come lo stesso Melidoro afferma, essa è una concezione troppo vaga per permettere di distinguere chi è di sinistra da chi non lo è”; dall’altro lato, una definizione così generica di riformismo, non fondata su alcuna valutazione valoriale, non può che essere negativa rispetto all’obiettivo dell’eguaglianza, cui ogni attività riformistica di uno schieramento di sinistra dovrebbe tendere.

Inoltre, come lo stesso Melidoro evidenzia, “la dimensione della politica” renziana ha sempre riservato un’assoluta priorità alle “cose da fare”, che, sotto l’incalzare dell’urgenza e della necessità, hanno suggerito le riforme da adottare nel più breve tempo possibile; data la situazione del Paese che non ammetteva ritardi e rinvii nel decidere cosa fare, Renzi ha sempre mostrato la propensione ad ascoltare e a confrontarsi con tutti, salvo poi decidere, prescindendo da critiche e obiezioni, forte del convincimento che le riforme da adottare suggerite dall’urgenza e dalla necessità non fossero né di destra, né di sinistra. Un riformismo così inteso, connotato solo in termini di “politica della necessità”, è un modo d’intendere l’attività politica ordinaria secondo modalità del tutto divaricanti, rispetto al modo in cui dovrebbe essere intesa da un leader che si dichiara schierato a sinistra.

Ciò spiega, tra l’altro, il modo in cui Renzi ha inteso realizzare la sua politica riformatrice, cercando il consenso necessario, non tanto tra le forze di sinistra, ma privilegiando la “cattura” di quello di forze appartenenti allo schieramento di destra. Queste ultime, però, avrebbero anche potuto avere interesse a far convergere il loro consenso su riforme favorevoli ad una ridistribuzione più equa del prodotto sociale; non era detto però che esse potessero condividere anche il senso valoriale della ridistribuzione proprio delle forze di sinistra. Ciò nega, in linea di principio, perché le riforme delle quali era portatrice la sinistra, pur essendo necessarie, non potessero essere ascrivibili coerentemente tanto alla destra, quanto alla sinistra.

Un esempio, diverso da quello proposto da Melidoro, può valere meglio ad esprimere la incomprimibile differenza tra il riformismo di destra e quello di sinistra. Se si suppone che, per correggere le disuguaglianze distributive esistenti, la ripartizione del prodotto sociale debba essere integrata dall’introduzione, ad esempio, del reddito di cittadinanza (da qualche tempo oggetto di discussione tra le forze politiche), in funzione del contenimento degli esiti del processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, il consenso politico per la riforma potrebbe derivare, sia dallo schieramento di destra, che da quello di sinistra. Se ciò avvenisse, il problema consisterebbe nell’adottare una riforma votata sia dalla destra che dalla sinistra, sulla base però di giustificazioni politiche diametralmente opposte.

Al riguardo, la destra potrebbe essere d’accordo solo perché, in tal modo, verrebbe favorito l’aumento della competitività del sistema industriale rispetto al mercato internazionale, attraverso una maggior possibilità di licenziare quote crescenti di forza lavoro; mentre la sinistra potrebbe perseguire la riforma del welfare esistente, per assicurare un reddito anche alla forza lavoro che subisce gli effetti di una disoccupazione irreversibile, indotta dalla competitività internazionale e dalla necessità, per le attività economiche nazionali, di aumentare la competitività attraverso l’approfondimento capitalistico della loro organizzazione produttiva.

Ciascuna delle due motivazioni avrebbe – come afferma Melidoro – dietro di sé determinati orientamenti valoriali non sovrapponibili. Ciò perché, per chi fosse d’accordo sulla necessità e sull’urgenza di riformare il welfare esistente a “favore della competitività del sistema produttivo”, la libertà di licenziamento sarebbe considerato un “valore prioritario”; mentre, per chi privilegiasse l’obiettivo di una maggiore uguaglianza distributiva, la giustizia sociale sarebbe sorretta dalla valutazione che essa debba essere perseguita prioritariamente rispetto a qualsiasi altro fine.

Il riformismo della necessità e dell’urgenza, perciò, conclude Melidoro, non è in grado di orientare secondo un verso valoriale determinato le scelte riformatrici, “dal momento che non riconosce il ruolo che i valori giocano all’interno dei processi politici”. L’approccio pragmatico “schiacciato” sulla necessità e sull’urgenza delle riforme, perciò, porta lo schieramento di sinistra ad essere radicalmente spiazzato rispetto al valore etico-politico che lo ha ispirato nell’esperienza storica; solo accettando questo “spiazzamento” è possibile pensare che “esista un solo modo di riformare, né di destra né di sinistra”. E’ questo il motivo, forse quello fondamentale, per cui, al di là delle questioni di puro potere, nella sua attività di governo della società e dell’economia italiane, Renzi non è stato in grado di fare accettare le sue proposte, né da una parte consistente del partito del quale è segretario, ne da gran parte del componenti della società arroccata dietro movimenti popolari portatori di una crescente protesta.

Un riformismo più conveniente dal punto di vista della sinistra, perciò, avrebbe dovuto spingere Renzi ad ispirarsi ai valori che da sempre hanno motivato la sinistra; sennonché il l’ex premier ha preferito ignorare che in democrazia il consociativismo, pratica che è costata non poco alla società italiana dei decenni scorsi, alla lunga non paga. Ciò in quanto le regole democratiche – come sottolinea Melidoro – impongono che si scelga, nel senso che “non può esservi scelta che non sia connessa a un valore morale e politico”. Oltre alla “rottamazione” degli uomini non allineati sulle sue proposte, Renzi ha voluto “rottamare” anche i valori nei quali avrebbe dovuto identificarsi l’intero partito in cui egli milita; il suo eccessivo pragmatismo, ultimo quello profuso nel proporre agli italiani una riforma costituzionale giudicata inappropriata dal punto di vista della sinistra, gli è costata la crisi del governo che presiedeva

Gianfranco Sabattini

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