domenica, 17 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il metro di Savatteri
e il cinema “siciliano”
Pubblicato il 12-05-2017


Novità in Libreria ... la Sicilia ...-2Nel libro “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017), il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri racconta che tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione ci fanno percepire che la Sicilia cerca di uscire dalla prigione dell’immobilismo. Pertanto, dichiara senza mezzi termini che non ne può più di quei libri, fotografie e film infarciti di gattopardismo, gallismo, ridicole “corde pazze” che hanno contribuito alla costruzione di una Sicilia immaginaria e stereotipata che non ci appartiene più. Partendo da questa constatazione, Savatteri costruisce un discorso polemico, tipico delle epoche di crisi e di decadenza, in cui si hanno poche idee e la creatività fa difetto. Intendo dire che, facendosi un po’ trascinare dal titolo “gridato” del suo libro, l’assunto che Savatteri si propone di dimostrare spesso si sovrappone o prevale sui testi e le opere bersagli della sua polemica e li destoricizza.

Come in queste righe: “Ho rivisto qualche tempo fa Sedotta e abbandonata del grande Pietro Germi, con Stefania Sandrelli e Saro Urzì. Ho sorriso e ho riso. Mi sembrava però un film di mezzo secolo fa. Infatti. Sono andato a controllare: è del 1964”. Premesso che, come le poesie, anche i film non sono eterni, possono avere una durata maggiore o minore, possono essere soggetti a eclissi totali o parziali, Savatteri cade in un errore di fondo: decontestualizza il lavoro del regista, non informando i lettori che la storia al centro del film si scaglia contro l’anacronistica sopravvivenza del matrimonio riparatore che manda un uomo in galera se violenta una donna, ma lo assolve se la sposa. Raccontando la vicenda di Vincenzo Ascalone, padre padrone impulsivo e manesco, che a suon di sberle e sotterfugi cerca di difendere l’onore della propria famiglia, compromesso dalla figlia incinta senza essere sposata, Germi posa ancora una volta il suo sguardo sulla Sicilia più arcaica e arretrata, in superficie immobile, in realtà attraversata da mutazioni antropologiche, fremiti e stoltezze non circoscrivibili entro rigidi confini regionali. Svela un universo popolato di individui moralmente corrotti, disposti ai compromessi, impegnati a piegare ai propri interessi le leggi e a sacrificare la vita in difesa della famiglia, ma non dei valori collettivi o della nazione, percepita come un’entità astratta, quasi una dimensione altra rispetto alla propria esperienza quotidiana. Disegna un affresco pungente dell’Italia di allora, leggibile come una sorta di apologo del “Paese mancato”. Negli anni in cui dopo il boom economico la congiuntura cominciava a mordere, Germi, realizzando il “dittico dell’onore” costituito dai film Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, ci faceva riflettere su un Paese nella sostanza fragile e disorientato, che non riusciva a cancellare povertà antiche e squilibri tra economie avanzate ed economie storicamente arretrate, pregiudizi e stereotipi che ogni giorno mettevano in discussione la maturità e l’unità del popolo italiano.

Pare che non sia trascorso più di mezzo secolo da quando Germi girava i suoi film ambientati nell’Isola. I baffetti, la retìna e il risucchio dentale del barone Fefè Cefalù e poi il corpo grasso e sudaticcio di Vincenzo Ascalone, il suo sguardo ora allucinato ora disperato o ebete, hanno costretto i siciliani e gli italiani a guardare dentro se stessi per conoscersi meglio e cambiare mentalità.

Lorenzo Catania

p.s. In queste settimane si è letto di una biblioteca di Palermo, che conta 45 dipendenti, ma è aperta solo per pochi giorni e poche ore, e della protesta degli studenti che vorrebbero orari e spazi come nel resto del mondo. Alla luce di questa vicenda paradossale, siciliana, sono troppo pessimista (apocalittico, politicamente scorretto) se affermo che ho netta la percezione che il titolo gridato del libro di Savatteri nasconde l’ennesima impostura?

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