domenica, 25 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Pd è quasi tutto di Renzi. 
Così il 40% resta una chimera     
Pubblicato il 05-05-2017


Premesso che il Pd è il partito italiano con l’asset più importante – primo o secondo per voti e di gran lunga il più strutturato per organizzazione, iscritti e partecipazione popolare – al punto da rappresentare il perno e l’architrave di tenuta del sistema politico italiano, l’analisi ridotta all’osso delle primarie 2017 evidenzia tre dati: il primo, che il dominio di Renzi su di esso va di fatto oltre il consenso esplicito del 70% degli elettori, stante il fatto che il 20% di Orlando, autorevole membro del suo governo e di quello di Gentiloni, non può andare oltre la proposta di un diverso approccio politico, senza però incidere sui fondamentali del progetto renziano, così come il 10% di Emiliano altro non rappresenta che una minoranza fisiologica in parte sempre in bilico, come per altro è apparso il loro stesso capofila, tra restare o uscire da partito, una frangia che in un grande partito sempre ci sarà, con o senza Emiliano; la seconda, a conferma della premessa sull’importanza del Pd nel sistema politico italiano, che la pur ragguardevole e per certi versi encomiabile partecipazione alle primarie di 1.850.000 elettori, rappresenta ormai soltanto quanti sono disposti a sostenere un Pd a trazione renziana; la terza, diretta conseguenza delle prime due, che questo Pd da solo non va oltre un consenso elettorale che si aggira attorno al 25%.

È tanto vero che nelle regioni del suo più tradizionale forte insediamento – Emilia Romagna, Toscana ed Umbria oltre che Piemonte – ad una diminuzione della partecipazione alle primarie più drastica che altrove, ha corrisposto un consenso ancora più ampio – il 75% – a Renzi. Un fenomeno, quest’ultimo, che evidenzia come qui si sia consumata la più massiccia fuga dal Pd di quanti non intendono più restare con Renzi. Vogliamo ricordare a chi se ne fosse già dimenticato che in Emilia Romagna di tutto questo c’erano già le evidentissime premesse nel gigantesco segnale di insofferenza manifestatosi con la drammatica astensione dalla partecipazione al voto nelle ultime elezioni regionali del novembre 2014, proprio mentre quasi tutta la dirigenza bersaniana passava armi e bagagli a Renzi, addirittura sgomitando per rubare la scena a qualche Renziano che, in territorio ostile, ne aveva fino ad allora tenuta alta la bandiera. In regione votò allora un misero 37% degli elettori, praticamente la metà di quanti in passato e addirittura molti meno che in Calabria, anch’essa al voto nel novembre 2014.
Come socialisti dedichiamo queste riflessioni agli amici del Pd perché crediamo che molto o quasi tutto dipenda da loro: se accontentarsi di andare significativamente oltre il 25% dei consensi elettorali sulla base di una minore partecipazione degli elettori al voto e nel contempo creando attorno a sè un deserto di possibili alleati, addirittura scegliendo di far terra bruciata tanto a destra quanto a sinistra, ovvero se mettere in campo un centro sinistra largo, che coalizzato in una qualche forma federata, possa vincere le elezioni.

Per un Pd solo contro tutti, il canto delle sirene che insinua nelle orecchie il richiamo del 40% – sia quello, per intenderci, del pur perso referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, sia quello delle ultime elezioni europee – è pericolosamente attraente, lo sappiamo. Ma non crediamo sia verosimile. In ogni caso, passate le elezioni, si dovrà pur governare, e come e con chi non sarà indifferente, rispetto agli interessi da rappresentare. Perciò, detto che continuando così, se non il consenso formale – la percentuale dei voti a prescindere dal numero dei votanti – si riduce il consenso reale rappresentato dal numero degli elettori in carne ed ossa e quindi dei loro voti. La scelta sarà un po’ più chiara quando vedremo con quale legge elettorale si andrà al voto alle ormai prossime elezioni politiche.

Carlo Lorenzo Corelli
Federazione Psi Ravenna

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Commenti all'articolo
  1. Se il PD viene accreditato attorno al 25%, ovvero con uno scarto di quindici punti rispetto alla soglia del 40%, utile per il premio di maggioranza, non vedo per quale ragione dovrebbe coalizzarsi con altri partiti di area, vuoi perché difficilmente un tale “innesto” riuscirebbe a coprire il mancante 15%, e dunque a giustificare la coalizione rispetto al correre in “solitudine”, vuoi perché gli converrebbe verosimilmente presentarsi all’elettorato come una forza molto unita e compatta, ossia un tutt’uno e tutto di un pezzo, condizione più difficile da realizzare allorché si dà vita ad una alleanza pre-elettorale.

    In uno scenario politico in cui è abbastanza improbabile, almeno sulla carta, che un’altra forza politica raggiunga il fatidico 40%, l’eventuale consistenza del 25% conferirebbe in ogni caso un non indifferente peso “negoziale”, insieme alle cosiddette “mani libere” per contrarre semmai intese ed alleanze dopo il voto, e quanto alla legge elettorale con cui andare alle urne, a me pare, anche alla luce di quanto fin qui detto, che al PD possa non dispiacere la norma attualmente in vigore, dopo il pronunciamento della Corte.

    Tuttalpiù potrebbe rinunciare al premio di maggioranza per la lista che avesse ad ottenere il 40” dei consensi, in modo da evitare il rischio che un’altra forza politica possa arrivare ad usufruirne mettendo “fuori gioco” tutte le restanti, vanificando la possibilità di accordi post-elettorali, e se così andasse non ci sarebbe da stupirsene più di tanto dal momento che sono in discreto numero i Paesi che non hanno adottato il premio di maggioranza.

    Paolo B. 06.05.2017

  2. Le considerazioni di Lorenzo e Paolo si compensano nell’individuare gli interessi che il PDR sta purtroppo costruendo a suo esclusivo vantaggio, che poi coincidono con quelli che vuole ottenere il suo proprietario.
    Quello che persegue il PDR è ormai chiaro, mentre dovremmo decidere di fare chiarezza su cosa e come il PSI vuole collocarsi rispetto a questo disegno egemonico del proprietario del PDR.
    Se analizziamo la condotta seguita da Nencini dopo essere entrati in Parlamento con l’adesione alla coalizione di Bersani “Italia Bene comune”, i successivi voti di Fiducia accordati all’ex premier, l’adesione al SI nel Referendum ed i giudizi sulle Sue Primarie, la scelta di Nencini appare oggi scontata anche se sarà apparecchiata con dei distinguo di maniera.
    Purtroppo NON siamo scomparsi dai riflettori del dibattito politico e da ogni proiezione dei sondaggi, SOLTANTO per chi ha interesse a cancellare la Storia Socialista, ma anche perché siamo percepiti dagli osservatori e dai commentatori come una delle tanti correnti aderenti al Renzismo, e pertanto portatori di NESSUNA differenza.
    Se invece come dovrebbe essere nella nostra tradizione di perseguire la formazione di un Centro Sinistra Largo, dovremmo impegnarci per la Costituente di un raggruppamento a Sinistra del PDR, in modo che tutte le rappresentanze, oggi sparse in tanti rivoli, possano confluire in un unico serbatoio che solo in questo modo avrebbe la capacità di condizionare il PDR nel condurlo ad una coalizione di tipo Ulivista.
    Dopo questo traguardo, si potrebbero organizzare le Primarie per la prossima Presidenza del Consiglio per la quale i candidati da portare al confronto con il Segretario del PDR potrebbero essere Pisapia, Letta e Nencini.
    Je suis socialiste

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