sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’America Donald Trump
e il ritorno di Kissinger
Pubblicato il 15-05-2017


trumpTutti sembrano concordare sul fatto che Trump sia, sul piano internazionale, un ignorante. Ma di che tipo? Su questo regnava e regna tuttora la massima incertezza. Un isolazionista semplice? Un isolazionista muscolare? Un unilateralista? Un anticinese, antiiraniano, antiislamico, antitedesco, antieuropeo, antimessicano e ora, magari, anche antirusso? Un interventista cauto alla Reagan o spericolato alla Bush jr o globale alla Clinton? Questo e altro è stato scritto e ipotizzato su di lui. Ma non che fosse un seguace di Obama. O un real politico alla Kissinger.

Pure qualche indicazione in quest’ultimo senso non mancava. Dal rozzo pragmatismo del personaggio (” prima meno, anzi minaccio di menare, poi tratto”). Dalla cautela, rara nel suo caso, con cui ha affrontato il dossier siriano. E infine e soprattutto dall’interesse diciamo così attivo dimostrato da Putin per la sua candidatura (cosa in cui non riesco a vedere nulla di peccaminoso o di illegale: da sempre i russi, come i cinesi, hanno
preferito interlocutori repubblicani; in quanto alle “interferenze” solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra; e gli americani sono gli ultimi a poterla scagliare…).

Oggi però, gli indizi si sono moltiplicati sino ad assumere la dignità di prove. Lo stesso Kissinger ha avuto un lungo incontro con Trump. L’amministrazione ha comunicato ufficialmente che Donald e Putin hanno regolari contatti telefonici, così come i rispettivi capi di stato maggiore. E soprattutto, prova suprema, vera e propria pistola fumante, abbiamo l’accordo sulla Siria, portato avanti formalmente dai mediatori russi, turchi e iraniani con il concorso dell’inviato Onu ma accolto con favore dagli americani, presenti agli incontri,e avallato, cosa ancora più importante, da isrealiani e sauditi.

Come nasce questa intesa? Che cosa comporta? E quali scenari anticipa?
Tutto parte, nella sostanza, da russi e turchi. I primi sono intervenuti massicciamente e brutalmente per salvare Assad e il suo regime. Ma hanno ora bisogno di tirare i remi in barca consolidando i risultati raggiunti. I secondi, già in prima fila nella lotta armata contro Damasco vedono nella prosecuzione del conflitto e nei suoi effetti collaterali (Isis, curdi, magari anche iraniani) una minaccia grave per i loro interessi nazionali. L’obbiettivo, realistico, non è dunque quello di “fare la pace” o di “riaprire il dialogo nazionale” ma di fare cessare il conflitto.

Principale ostacolo, lo stesso Assad ( e con lui gli Hezbollah libanesi ). Questi, dimentichi del fatto che a salvarli è stata Mosca, sperano, o mostrano di sperare in una vittoria; e, come da copione, non vogliono nemmeno discutere con i loro nemici interni considerati, tutti, come “terroristi”.
E’ dunque sul no del regime al cessate il fuoco e alla relativa ricollocazione dei gruppi in lotta in “aree tutelate” che il negoziato si incaglia; per riprendere, però, e per concludersi con il consenso palese o tacito di tutti (un quadro che non comprende naturalmente l’Isis anche se include gruppi qaedisti) dopo qualche settimana.

Cos’è accaduto nel frattempo? C’è stato il bombardamento di Idlib, con annesse vittime del gas. E c’è stata la reazione americana, evento politicamente assai più rilevante del primo. (Ed è il caso di aggiungere, per inciso, che le due versioni opposte sui colpevoli del massacro non convincono affatto; e che manca, per la sua ricostruzione, una componente essenziale: la tracciabilità della redistribuzione dei depositi di gas nervino all’indomani della risoluzione dell’ sul loro stoccaggio, trasferimento e successiva distruzione. Del resto la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza, bloccata dal veto russo e cinese, intendeva condannare Damasco per l’uso del gas ma si riferiva al 2014/2015 e non al 2017 …).

La reazione americana è estremamente misurata e, oltre tutto, non dico concordata con Mosca ma preventivamente comunicata a chi di dovere. E il messaggio è chiarissimo: Washington non prenderà pretesto dal bombardamento per rilanciare la crociata contro il Dittatore sanguinario; ma vuole che questi si dia una calmata; che rinunci ai suoi sogni di vittoria totale; e che Mosca faccian pressione su di lui per fargli intendere ragione. Messaggio ricevuto. Perché Assad firmerà il nuovo accordo; e perché, coincidenza significativa, anche i gruppi qaedisti lo accetteranno di fatto, lasciando i sobborghi di Damasco (dove erano accerchiati e sotto potenziale attacco per rifugiarsi ad Idlib).
E qui siamo in pieno nell’universo kissingeriano. Nessuna pace vera e nemmeno qualcosa che le assomigli (non a caso, l’obbiettivo conclamato è quello della de-escalation del conflitto), nessuna, almeno esplicita, divisione di sfere di influenza. Piuttosto l’auspicio -avvertimento espresso, insieme, da Mosca e Washington. Si auspica che il conflitto finisca per esaurimento o meglio per la fine delle sue varie “spinte propulsive”; si dà sostanza a questo auspicio facendo presente che non verranno tollerati ulteriori tentativi di utilizzare la Siria come trampolino. per disegni più ambiziosi e destabilizzanti (che siano turchi o curdi, sunniti o sciiti, sauditi o iraniani).

Il messaggio sembra, qui e ora, essere stato raccolto da tutti. E cosa oggettivamente rilevante, accolto con particolare favore da Israele (in contatto sia con Mosca che con Washington).
Per lo stato ebraico sancisce non solo la divisione definitiva della Siria; e cioè del punto di passaggio obbligato dell’asse teheran-Damasco-Beirut, con il relativo sostegno logistico e militare agli Hezbollah. Ma mette definitivamente al suo incubo storico: quello dell’unità del mondo arabo che, in tutte le sue versioni storiche-nasserismo, panarabismo, primavera araba, egemonia sciita- sarebbe o diventerebbe comunque ostile alla presenza stessa di Israele.

Oggi Siria ma anche Iraq sono morti, ora e nel futuro immediatamente prevedibile, come stati unitari; e anche nella penisola arabica, dallo Yemen a Bahrein le fessure religiose – non tollerate dal regime saudita diventano sempre più irrimediabili.
Una situazione che sarà fonte di infinite scosse di assestamento. Ma non di Grandi progetti tanto ambiziosi quanto totalizzanti e sanguinosi. La situazione ideale per vecchi e nuovi emuli di quella vecchia e cinica canaglia che si chiama Henry Kissinger ma anche guarda caso per noi, italiani ed europei. Dopo tutto, per apprezzare la pace di Westfalia, basta avere conosciuto le guerre di religione.

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