giovedì, 22 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Il suonar di trombe di Trump
Pubblicato il 26-05-2017


In sé e per sé una proposta razionale. Parlare, oggi, di “due stati due popoli” è pura illusione. Mentre ciò che è fattibile e doveroso è alleviare le sofferenze e le offese quotidiane subite dai palestinesi a causa della pratica dei fatti compiuti e dell’annessione strisciante portata avanti dal governo Netanyahu. Nella realtà è più che probabile che questo stesso governo interpreti l’allentamento di qualsiasi pressione nei suoi confronti come via libera per andare avanti come se nulla fosse.

Così stando alle cose, il richiamo ad una specie di “Nato mediorientale” è del tutto fuorviante. La Nato è un’organizzazione fortemente strutturata; non una specie di Bancomat a copertura delle necessità, delle ambizioni o, peggio, delle avventure personali dei suoi singoli componenti. Mentre, nel caso specifico, Ryad e Gerusalemme sembrano sì aver realizzato, dopo la visita di Trump, l’obbiettivo di avere insieme il massimo appoggio Usa e la massima libertà d’azione ma sono anche o dovrebbero essere consapevoli della necessità di non tirare troppo la corda.

A raffreddare eventuali bollori, il fatto che nel Medio oriente di oggi “ci siano molte più cose” di quante ne contemplino gli strateghi di Washington. E quasi tutte tendenti ad attutire lo scontro e a scoraggiare nuove avventure. Vale, a questo riguardo la crescente consapevolezza dell'”inutilità della strage”. Quella che ha portato, qualche tempo fa al grande accordo (sponsorizzato, per inciso, dalla componente cristiana) tra sciiti e sunniti libanesi, in vista dell’elezione di un nuovo presidente della repubblica, di un nuovo governo e di una nuova e non divisiva legge elettorale. Quella che porta, ogni giorno di più i palestinesi a puntare su di una resistenza pacifica e di lunga durata, che conti sulla semplice evidenza della presenza fisica di otto milioni di persone nell’area dal Giordano al mare (coinvolgendo anche lo stesso Hamas che si appresta a modificare la sua carta accettando l’ipotesi di uno stato palestinese nei limiti delle frontiere del 1967). Quella che sta portando, passo dopo passo, in Siria ad un accordo di cessate il fuoco, che porrà fine a qualsiasi sogno di vittoria totale dividendo il paese più o meno sulla base dell'”uti possidetis”. Quella, infine, che ha portato l’Iran a reagire senza alcun isterismo agli squilli di tromba provenienti da Ryad; rieleggendo Rouhani con una maggioranza schiacciante e rimanendo fedeli sia al disegno di apertura internazionale che a quello di diventare una potenza regionale riconosciuta come tale. Così come lo sono ridiventati, come sponsor di loro stessi: i russi e i turchi e magari anche i curdi.

Forse allora l’epoca delle crociate è finita. Forse ci si avvia ad una sistemazione. dell’area nella logica un pò cinica di Kissinger e del suo amato trattato di Westfalia. Una sistemazione che tutti finiranno con l’accettare.

La sistemazione che lo stesso Obama auspicava, salvo a ritirarsi sdegnato dalla scena per l’incapacità degli americani di capire quello che lui aveva rinunciato a spiegare e per il rifiuto dei suoi alleati mediorientali di accettare il ruolo loro assegnato.

Ma niente paura. Spesso accade, nella storia, che gli incolti e incompetenti riescano, per l’eterogenesi dei fini, a realizzare gli obbiettivi sfuggiti ai loro predecessori assai più illuminati. A quel punto vedremo lo stesso Trump (sempre che superi le sue difficoltà interne…) spiegarci che il suo suonar di trombe intendeva annunciare non una nuova grande battaglia ma la fine del conflitto; e che questa era tutto merito suo. Saremo, allora, tutti disposti a dargliene atto.

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Commenti all'articolo
  1. Si è conclusa ormai da giorni la prima visita in Israele e nei territori palestinesi di Donald Trump e il messaggio che il presidente degli Stati Uniti lascia ai suoi interlocutori mediorientali è: “con il compromesso, la pace è possibile”. Lo ha ribadito in queste ore visitando assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme. “Chiedo a tutti, ebrei, cristiani, musulmani, a tutte le fedi e popoli, – l’appello di Trump – di essere di ispirazione, da questa antica città (Gerusalemme, ndr), per superare ogni divisione settaria”. Rispetto al conflitto tra israeliani e palestinesi e il ruolo delle nazioni arabe, il presidente Usa poco dopo ha affermato che “c’è chi presenta una falsa scelta tra Israele e i paesi arabi e musulmani, ma è una cosa totalmente sbagliata da fare. Tutte le persone per bene vogliono vivere in pace”. Il discorso allo Yad Vashem, arrivato dopo la visita al leader palestinese Abu Mazen, è stato anche un’occasione per ribadire l’amicizia tra Israele e Stati Uniti: “La mia amministrazione starà sempre dalla parte di Israele” ha dichiarato Trump, lanciando poi un messaggio a Teheran: “I leader dell’Iran chiedono la distruzione di Israele. Non succederà con Donald Trump”, con la promessa che Teheran “non riuscirà ad avere la bomba nucleare”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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