venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Tedesco tutto, però
Pubblicato il 30-05-2017


Andiamo con ordine. Il patto dei Quattro, che é ormai ai dettagli finali, prevede il ricorso al modello elettorale in vigore in Germania. Bisognerebbe anche che i giornali e le tv lo spiegassero. Il sistema tedesco, o Tedescum, non é il Rosatellum, che prevedeva il 50 per cento dei seggi eletti col sistema maggioritario e il 50 per cento eletti col proporzionale. Per di più con voto unico. Il sistema tedesco, verso il quale ormai si sta orientando anche il Pd, é tutto proporzionale, con doppio voto, ma con il conto totale affidato alla percentuale conseguita sul proporzionale. Lo sbarramento del 5 per cento non evita l’elezione di candidati eventualmente vincenti nei collegi uninominali da parte di forze che sul proporzionale non raggiungono lo sbarramento.

Resta il fatto che il Tedescum si regge su tre particolarità: il numero variabile di seggi del Bundestag, la mancanza della seconda Camera elettiva (il Bundesrat), il cancellierato (con conseguente sfiducia costruttiva). Noi sposeremmo il Tedescum, ma non tutto il sistema tedesco. Almeno per ora. Sul Senato dovremmo infatti, a costituzione vigente, stabilire uno sbarramento regionale e non nazionale, mentre per mantenere la proporzionalità nell’attribuzione dei seggi non possiamo fare ricorso alla variabilità del numero degli eletti. Infine non avremmo un presidente del Consiglio eletto dal Parlamento (cancelliere), ma un primo ministro designato dal presidente della Repubblica e un governo che deve ottenere la fiducia delle due Camere e può perderla anche senza l’esistenza di una maggioranza alternativa.

E’ evidente che riprendere il tema della riforma costituzionale dopo la sconfitta del 4 dicembre é molto complicato. Resta il fatto che se tedesco deve essere che lo sia fino in fondo. Cioè con un’intesa tra i Quattro, ed eventualmente aperta agli altri, su un pacchetto di riforme che il modello tedesco lo importino in Italia per quel che è. Una Camera delle regioni, il cancellierato, la sfiducia costruttiva, la variabilità dei seggi, rappresentano tasselli di un mosaico coerente. Altrimenti la nuova legge elettorale altro non sarà che l’ennesima legge di un Paese senza un sistema istituzionale ed elettorale coerente. Dal proporzionale puro, che non esisteva in nessun paese europeo, siamo passati al Mattarellum, un sistema prevalentemente maggioritario, poi al Porcellum, un sistema proporzionale con bassissimi sbarramenti e un premio di maggioranza abnorme, fino alla legge dell’Italicum, che col doppio turno scambiava l’elezione del Parlamento per l’elezione di un presidente, fino all’ipotesi del Rosatellum e all’intesa sul Tedescum.

I modelli istituzionali vigenti sono sostanzialmente tre: quelli presidenziali o semi presidenziali (la Francia, ad esempio, non a caso suggella l’elezione attraverso il ballottaggio sia del presidente, sia del Parlamento, sia pure di collegio), il sistema parlamentare (come quello spagnolo, ma anche quello britannico sia pure intrecciato da una moderata forma monarchica, con leggi proporzionali o maggioritarie a un turno). Presidenzialismo e parlamentarismo si mediano attraverso la formula del cancellierato di stampo tedesco. Il presidente del Consiglio o cancelliere é distinto dal presidente della Repubblica ma è eletto direttamente dal Parlamento e il suo governo può essere sfiduciato solo da un voto che ne comprenda la costituzione di un altro. A quest’ultimo modello sembra vorremmo ispirarci. Ma é così?

Non credo. Oggi l’insistenza sul Tedescum deriva da una coincidente esigenza dei Quattro. Il Pd vuole assolutamente votare prima della difficile e pesante manovra economica e ha bisogno della convergenza degli altri tre, Berlusconi propende per il proporzionale perché pensa di poter diventare determinante nella formazione del prossimo governo (una sorta di Psi durante la prima repubblica, con la clausola della rendita di posizione), i grillini preferiscono il proporzionale perché possono ottenere più voti di lista che non di collegio con candidati semi sconosciuti, la Lega può progettare un aggregato di stampo lepenista con Fratelli d’Italia, slegato da Berlusconi. Ovvio che questo porta a ridisegnare il sistema politico italiano. Non farei del tre per cento la linea del Piave del nostro piccolo Psi che difficilmente da solo o anche aggregato ad altri piccoli segmenti riuscirebbe a superare anche il minore dei due sbarramenti. Porrei una duplice questione. Una di grande riforma istituzionale e costituzionale che già ho riassunto. L’altra di carattere politico.

E’ evidente che la natura della legge porta a un profondo rivolgimento dell’attuale sistema politico e se la scelta fosse davvero globale e definitiva, e non solo di transitoria riforma elettorale, potrebbero sorgere dalle ceneri degli attuali partiti nuovi partiti. A sinistra del Pd nascerà un unico soggetto elettorale, e al cinque per cento eventuale corrisponderà una chiara tendenza da partito di lotta e di opposizione. Dall’intesa elettorale potrebbe poi discendere un’intesa politica. Il Pd dovrà aprirsi agli alleati e ipotizzare una lista plurale e magari un processo neo costituente di un moderno partito riformista e socialdemocratico. Forza Italia si trasformerà in un nuovo soggetto popolare europeo (da qui l’ininfluenza del partito di Alfano che potrebbe solo rivendicare la primogenitura della nuova collocazione di Berlusconi), Lega e Fratelli d’Italia, come ho già accennato, potrebbero costruire la nuova destra anti europea italiana. Non sempre quel che é giusto, coerente, naturale, si verifica. D’altronde in Italia siamo maestri del paradosso, della contraddizione, del pasticcio. Tutto questo sarebbe invece proprio giusto, coerente e naturale e i socialisti queste tesi devono a mio avviso sostenere. Anche un piccolo partito può lanciare progetti grandi.

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo al fatto che “potrebbero sorgere dalle ceneri degli attuali partiti nuovi partiti”, a me sembra abbastanza irrealistico uno scenario in cui “Il Pd dovrà aprirsi agli alleati e ipotizzare una lista plurale e magari un processo neo costituente di un moderno partito riformista e socialdemocratico”, innanzitutto perché le culture politiche che lo hanno costituto sono di altro e diverso segno, rispetto, per fare un esempio, al liberal socialismo.

    Ma anche perché, come si è letto ripetutamente anche sulle pagine di questo giornale, le socialdemocrazie sembrano aver perso consenso, almeno in questa fase storica, per un insieme di ragioni sicuramente non semplici da analizzare e da mettere a fuoco, ma che possono comunque indurre a non andare per il momento su tale strada, visto per l’appunto che l’elettore pare orientato verso altri soggetti politici.

    E’ vero che tendenze e fenomeni possono talvolta cambiare molto in fretta, anche sul piano elettorale, ma in un’epoca in cui sondaggi e previsioni influenzano non poco le scelte politiche, il dato di cui dicevo non è presumibilmente irrilevante per chi deve sottoporsi al corpo votante, e quindi decidere in quale veste e con quali programmi e strategie presentarsi.

    Ritengo pertanto abbastanza improbabile la formazione di una lista plurale, ma più verosimile la tesi che i candidati “esterni”, ossia di partiti alleati, eventualmente inseriti nella lista PD, ne dovranno semplicemente accettare la linea politica, il che mi sembra anche rientrare nella logica della soglia di sbarramento (che pare del resto incontrare il favore di tutti i partiti “maggiori”, ognuno dei quali vorrà presumibilmente portare avanti il proprio progetto senza interferenze).

    Paolo B. 31.05.2017

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