martedì, 25 luglio 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Incertezza politica di oggi. L’esempio siciliano
Pubblicato il 08-05-2017


Riportiamo qui di seguito l’ultimo articolo di un nostro vecchio compagno Stefano Massimino venuto a mancare lo scorso 12 marzo. Ringraziamo la figlia Angioletta per il contributo.

palermoI Partiti politici oggi hanno modificato le caratteristiche tradizionali che li distinguevano, individuabili nella prospettiva futura, relativa alla società civile, che proponevano in ogni loro azione politica, costituente un presupposto del risultato finale che volevano raggiungere.
Oggi tutto è diverso! Si parla di riforme, ma non si sa dove ci condurranno, nella società di domani.
Tutto ciò conduce l’opinione pubblica a non capire se la crisi economica, che da alcuni anni pesa sul Popolo Italiano e sul Popolo Europeo, sia da considerarsi crisi nel sistema o crisi del sistema.

Il sistema economico che caratterizza la società civile europea ha come elemento fondamentale il profitto, che ogni impresa deve ricavare per legittimare la sua sussistenza. Nella differenza, infatti, tra il prezzo di mercato del bene prodotto e il costo che serve per la produzione, si individua il profitto.
Elementi essenziali del costo sono stati il prezzo delle materie prime e la manodopera. La manodopera ha avuto delle modificazioni, ma la classe padronale è riuscita ancora a mantenerla ad un livello di poca incidenza sui costi.

Il contrasto tra i lavoratori e le imprese, a partire dal secolo scorso, ha creato la lotta di classe, che ha avuto inizio quando il primo imprenditore amò definirsi “padrone”.
La lotta sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori rappresenta l’epilogo di una lotta che ancora è più viva che mai.

I costi sono determinati dalla disponibilità dei capitali. Il loro prezzo, infatti, è rapportato parzialmente alla quantità dell’acquisto e, quindi, il capitale è elemento determinante del prezzo dei costi e della quantità del profitto.
La società di oggi, pertanto, è guidata dal capitale che è elemento essenziale della società liberista.

Un Partito socialista o, comunque, un Partito di sinistra, deve avere l’obiettivo di costituire una società socialista o, in ogni caso, fondata sul lavoro.

La Costituzione della Repubblica Italiana, con alcuni principi specificati negli artt. 36 e 37, ha individuato una società “dirigista”, i cui principi essenziali un Partito di sinistra deve rafforzare, con la collaborazione dei lavoratori, dei sindacati e di tutte le forze democratiche, per giungere all’obiettivo finale.

Renzi ha proposto diverse riforme, ma a parte il fatto che tali proposte non sono state ancora realizzate, dalle stesse non traspare l’obiettivo finale.
Tutto ciò è stato possibile verificarlo in questi ultimi tempi e non quando Renzi capeggiò la sua corrente, che gli ha consentito di vincere la battaglia per le primarie e per il Parlamento Europeo.

Nulla da dire, quindi, ai Compagni socialisti, guidati dal Segretario Nencini, sull’alleanza con Renzi. Nencini e suoi Compagni di cordata hanno il grande merito di avere ricostruito il P.S.I., distrutto dalle vicende di mani pulite. Contestare oggi Nencini è un grave errore, ancor più grave per le modalità in cui lo si contesta.

Chi scrive avverte, però, la responsabilità di suggerire al Compagno Nencini un riesame della situazione politica, per i fatti che si sono susseguiti dal momento in cui il Segretario ha raggiunto le intese politiche con l’ex capo del Governo, Matteo Renzi, fino ad oggi.

È anche necessaria, in ogni caso, una maggiore collaborazione in tutte le forme e su tutto il territorio nazionale, da parte dei tanti Compagni socialisti.
Le divisioni hanno portato danno al Partito; chi scrive ricorda la scissione dei “Vecchiettiani”, che non hanno raggiunto lo scopo prefissatisi ritornando al Partito e continuando la lotta all’interno del Partito, come corrente di sinistra.
Chi scrive faceva parte della corrente “Vecchiettiana”, ma non seguì il carissimo Compagno Vecchietti nella scissione, restando nel Partito per seguire le direttive del Compagno Nenni, che condussero alla realizzazione della politica di centro-sinistra.

Al Segretario Compagno Nencini, mi permetto di ricordare di intervenire incisivamente sulla vita del governo, il quale manca di ogni responsabilità necessaria per la soluzione dei problemi di ogni giorno.
In primis, bisogna avere le idee chiare su quello che è la politica regionale. Non può il Governo di Roma condannare la Regione Siciliana per inadempienze derivanti dalla mancanza di somme disponibili per aver cura di determinate opere.

Lo Stato Italiano ha concesso alla Sicilia uno Statuto Speciale che gli consentiva di affrontare i problemi essenziali per la vita della Regione, ma, giorno dopo giorno, ha vanificato i principi essenziali stabiliti nello Statuto stesso, in particolare in riferimento agli artt. 15, 37, 38, 40, e agli articoli che riguardano l’Alta Corte per la Sicilia.

L’art. 37 prevede, ad esempio, che le imprese aventi la sede centrale fuori dall’Isola, ma che in Sicilia hanno succursali, devono pagare alla Regione Siciliana le imposte relative a queste ultime.
Tutto ciò non è avvenuto dal 1946 ad oggi e, quindi, con l’applicazione dell’art. 37 dello Statuto la Regione stessa sarebbe creditrice di svariati miliardi nei confronti del governo centrale.

Ed ancora, l’Alta Corte per la Regione Siciliana, in cui tra i giudici figure di rilievo furono Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi, Augusto Ortona.
Fu costituita con l’approvazione dello Statuto Speciale e funzionò, senza soluzione di continuità, dal 1948 al 1955 pronunciando 83 decisioni. Alla fine di tale anno, fu costituita la Corte Costituzionale e i suoi membri prestarono giuramento il 15 dicembre 1955 e si riunirono per la prima volta il 23 gennaio 1956. Di essi, tre facevano parte dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, uno con le funzioni di presidente, i quali rassegnarono le dimissioni dall’Alta Corte e dopo non sono stati più sostituiti. Di conseguenza l’organo non è stato più convocato.

La Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Sezione X, presieduta da chi scrive, in data 03/02/2000, ha emesso un’ordinanza con la quale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337) davanti l’Alta Corte Costituzionale.
La Corte Costituzionale con ordinanza n. 161 del 22/05/2001, alla quale s’è rivolto il Presidente della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Dott. Guido Marletta, che ha rimesso la questione per il mancato funzionamento dell’Alta Corte, se prima aveva dichiarato il superamento dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia ed il potere sostitutivo della stessa Corte Costituzionale, in questa occasione ha dichiarato l’irricevibilità dell’ordinanza, sancendo di fatto il riconoscimento stesso dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia, da ritenersi, pertanto, ancora in vita, sebbene non in funzione.

Le due ordinanze (quella della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione X, e quella della Corte Costituzionale) sono state trasmesse ai Presidenti della Camera dei Deputati, del Senato, dell’Assemblea della Regione Siciliana ed al Presidente della Regione Siciliana, ma nessuno ha capito che con l’ordinanza della Corte Costituzionale era venuto il momento di riprendere il discorso per la ricomposizione dell’Alta Corte per la Regione Siciliana.

Se è vero, come è vero, che la violazione dell’art. 37 ha sottratto alla Sicilia ingenti somme di denaro, è anche vero che l’art. 40 dello Statuto, mai applicato, ha impedito lo sviluppo economico della Regione. Così pure, il mancato rinnovo dei componenti dell’Alta Corte Costituzionale ha impedito il funzionamento della stessa e la mancata applicazione dell’art. 15 dello Statuto ha impedito lo sviluppo degli Enti Locali, che con l’abrogazione delle Provincie e l’istituzione dei liberi consorzi avrebbero, mediante l’individuazione di zone omogenee, determinato un migliore sviluppo per le zone produttive.

La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 marzo 1957, n. 38, in seguito al ricorso del Presidente del Consiglio, Antonio Segni, ha ritenuto di considerare soppressa l’Alta Corte per violazione dell’art. 134 della Costituzione, che prevede un unico organo della giurisdizione costituzionale, senza accorgersi, però, che, come riportato in Ordinanza N. 604, emessa dalla X Sezione della Commissione Tributaria di Palermo il 3 febbraio 2000, relatore ed estensore il sottoscritto, “… il predetto art. 134 si riferisce alle Regioni a Statuto ordinario e non a quelle a Statuto speciale, e tanto meno alla Sicilia, il cui Statuto può ben essere definito “Specialissimo”.
Con la sentenza n. 6 del 1970, la Corte Costituzionale ha affrontato la questione della competenza penale dell’Alta Corte, prevista dall’art. 26 dello Statuto, sostenendo che la citata norma, nonché tutte le altre relative all’istituzione dell’Alta Corte, “contrastano con la Costituzione, nel loro insieme, perché in uno Stato unitario, anche se articolato in un largo pluralismo di autonomie (art. 5 Cost.), il principio dell’unità della giurisdizione costituzionale non può tollerare deroghe di sorta”.
La Corte Costituzionale, così esprimendosi, colloca la Sicilia fra le Regioni a Statuto ordinario, superando l’art. 116 della Costituzione stessa che così regola la materia: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta, sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo Statuti Speciali adottati con leggi costituzionali”.
Dall’esame di quest’ultima norma costituzionale è facile dedurre che la stessa Costituzione, nel dettare le regole generali della convivenza nazionale, abbia esplicitamente previsto delle eccezioni, più o meno marcate, per la Sicilia e per le altre quattro Regioni”.
In ogni caso, esiste anche il problema che la Corte Costituzionale non poteva risolvere un problema simile perché di competenza degli Organi legislativi, inoltre i giudizi penali, per i reati commessi dal Presidente o dagli assessori della Regione Siciliana rimangono certamente di competenza dell’Alta Corte e non della Corte Costituzionale.
Chi scrive è un autonomista siciliano ed ha il coraggio di dire che le Regioni devono avere ognuna uno Statuto che riporti, nell’essenziale, principi costituzionali uguali per tutti, come la legislazione esclusiva e quella integrativa previste rispettivamente dagli artt. 14 e 17 dello Statuto della Regione Siciliana.
Ma vi è di più!
La legislazione esclusiva su alcune materie deve essere concessa anche agli Enti Locali specie per le competenze che dovranno essere loro attribuite con l’abrogazione delle Provincie.
Lo Stato, insomma, deve riformare la sua mentalità nei confronti della politica territoriale, perché la parte essenziale della sua politica viene rappresentata in tutto il territorio nazionale.

Stefano Massimino

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento