mercoledì, 28 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

La falsa idea di restituire fiducia ai mercati per combattere la crisi
Pubblicato il 12-05-2017


postcapitalismoL’Italia e molti altri Paesi europei si trovano ancora “impastoiati” nelle conseguenze della Grande Recessione, scoppiata nel 2007/2008. Esistono due Europe: da un lato, i Paesi poco virtuosi dell’Europa del Sud, tra i quali l’Italia, i cui conti pubblici sono largamente in deficit, la produttività dei loro sistemi economici è assai contenuta ed i tassi di crescita molto ridotti; dall’altro lato, i Paesi virtuosi dell’Europa del Nord, che rispettano i parametri di Maastricht, i cui sistemi produttivi sono caratterizzati da un’elevata produttività e da tassi di crescita più alti di quelli dei Paesi del Sud europeo. Nell’insieme, tuttavia, nonostante la diversa posizione economica di questa due classi di Paesi membri, l’Unione Europea complessivamente considerata si conserva in una situazione di grandi difficoltà economiche.
La “Troika”, costituita dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, ha normalmente proposto, per il superamento delle difficoltà in cui versa l’Unione, che i Paesi membri, in primo luogo quelli poco virtuosi, cedano – come afferma Andrea Baranes, Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, in “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati. Falso!” – “una parte della loro sovranità in favore di un controllo – se non di una vera e propria ingerenza – della Commissione europea e delle istituzioni internazionali sui bilanci e sulla decisioni di politica economica”; tale controllo sarebbe l’unico modo, si sostiene, con cui può essere restituita la fiducia ai mercati, per il rilancio dell’economia ed il superamento delle difficoltà indotte dalla Grande Recessione.
Per capire perché le istituzioni che compongono la “Troika” sono arrivate a pretendere l’esercizio di un controllo esterno sui bilanci e sulle decisioni di politica economica degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare di quelli meridionali, occorre considerare le cause che hanno determinato le difficoltà nella gestione dei loro conti pubblici; tali cause, secondo la “Troika”, sarebbero da rinvenirsi nell’eccessivo indebitamento pubblico, esploso soprattutto a partire dal 2009.
Secondo la “Troika”, osserva Baranes, prima del 2008 tutti i Paesi europei si sarebbero comportati in modo virtuoso, “poi di colpo, a cavallo tra il 2008 e il 2009”, i governi dei Paesi dell’Unione avrebbero “iniziato a spendere come matti per lo Stato sociale”; egli ritiene tuttavia che si tratti di una spiegazione che “suonerebbe come una farsa, se non fosse una tragedia per chi non solo paga il prezzo della crisi, ma negli ultimi anni si è visto tagliare persino i servizi essenziali”.
Se la Grande Recessione che ha colpito tutti i Paesi dell’Unione Europea non è stata causata dalla “cattiva” gestione dei conti pubblici, iniziata a partire dal 2009, allora com’è realmente nata, investendo la generalità dei Paesi ad economia di mercato? L’origine è stata l’eccessivo indebitamento del sistema finanziario privato che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha creato – afferma Baranes – “una sterminata montagna di debiti”, fino all’esplosione di un’inevitabile bolla speculativa: quella dei mutui subprime del mercato immobiliare americano.
Tra la fine della Seconda guerra mondiale e la prima metà degli anni Settanta, le economie di mercato del Nord America, dell’Europa e del Giappone hanno vissuto un periodo di grande prosperità e di sviluppo (il cosiddetto trentennio glorioso 1945/1975); in alcuni Paesi, come l’Italia, si è parlato di miracolo economico, mentre l’idea che l’aumento del benessere potesse essere un fenomeno inarrestabile si è consolidata nell’immaginario collettivo di tutti i Paesi che hanno fruito delle migliorate condizioni economiche e sociali. Ad interrompere la convinzione che, con la realizzazione di un welfare State universale, fosse stata trovata la “ricetta” per la realizzazione di una crescita stabile e continua sono intervenute le crisi petrolifere e i disordini monetari, che hanno messo a dura prova, sia l’ulteriore capacità di crescita e sviluppo dei sistemi economici, che la tenuta dei conti pubblici degli Stati.
L’alta spesa pubblica della fine dei “trent’anni gloriosi” è stata presto individuata come la causa principale delle scarsa capacità di reazione dei mercati alle crisi di natura energetica e monetaria; fatto, questo, che ha determinato, tra il 1979 e il 1981, con l’avvento al potere di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, l’attuazione di politiche economiche ispirate alle idee neoliberiste degli economisti aderenti al sodalizio della “Mont Pelerin Society” di Friedrich Hayek e compagni.
Il neoliberismo è divenuto così l’ideologia di governo del nuovo modo di funzionare del capitalismo; secondo questa ideologia, se i mercati fossero stati lasciati liberi dagli eccessivi vincoli statali, sarebbero risultati più efficienti, in quanto dotati di “meccanismi di autoregolazione”; mentre i continui interventi pubblici, finalizzati al sostegno della domanda aggregata del sistema economico, alla realizzazione di una più equa distribuzione del prodotto sociale e alla costruzione di un sistema di protezione sociale universale, ne hanno falsato il funzionamento e, dunque, ne hanno generando l’inefficienza. Con l’avvento dell’ideologia neoliberista si è proceduto all’abolizione di regole e i controlli che, adottati dopo la Grande Depressione del 1929/1932, avevano consentito di tenere a freno gli “animal spirit” dei mercati, in particolare di quelli finanziari, e di costituire la base di partenza per la ricostruzione del mercato internazionale dopo il 1945 e il conseguimento dei successi dei “gloriosi anni trenta” post-bellici.
A partire dalla fine degli anni Settanta, ha preso corpo la primazia dei mercati finanziari rispetto a quelli reali, il cui effetto è stato quello di “drogare” l’economia attraverso “una crescita ipertrofica delle massa di denaro e di debito”. Lo strumento che ha consentito questa trasformazione è stata la sostituzione del modello di banca tradizionale, che “conservava” in bilancio i prestiti erogati fino alla scadenza, con un nuovo modello, che ha reso possibile, grazie ad una vera e propria attività di ingegneria finanziaria, il trasferimento del prestito ad altri, recuperando la liquidità e il capitale impegnato (cartolarizzazione), oppure soltanto il rischio di credito (derivati creditizi); con tali operazioni è divenuto possibile concedere altri prestiti. La massa di denaro e di debiti così originata ha alimentato la bolla speculativa dei mutui subprime, scoppiata nel 2007/2008, la cui rapida diffusione a livello internazionale ha fatto emergere la crisi dei conti pubblici dei Paesi dell’Unione Europea. Conseguentemente, la bolla speculativa dei mercati immobiliari americani non è stata la causa della crisi dei conti pubblici europei, ma il modo in cui sono stati affrontati i suoi effetti, ovvero l’enorme trasferimento di risorse pubbliche elargite al sistema bancario entrato in crisi per effetto dello scoppio della bolla speculativa dei mercati immobiliari americani.
Secondo paranes, di fronte al peggioramento della posizione debitoria degli Stati, la conclusione è risultata scontata: la crisi dei conti pubblici è stata “colpa di un apparato statale vetusto quanto sovradimensionato, di contratti di lavoro legati a un’epoca ormai tramontata”; per uscire dalla crisi, occorreva “tagliare la spesa pubblica e rendere il lavoro più flessibile per aumentare la produttività”. I cittadini perciò dovevano “scordarsi il tempo delle vacche grasse”; la strada maestra era indicata nell’”austerità”. Questo era l’unico modo per “rilanciare la crescita e l’economia”; si doveva farlo, perché occorreva “restituire fiducia ai mercati”.
Per restituire la fiducia ai mercati, di fronte all’irrompere della crisi, i governi hanno speso “migliaia di miliardi per salvare il sistema finanziario e farsi carico dei debiti eccessivi”. Nel 2010, a chi potevano rivolgersi gli Stati, schiacciati da questo eccesso di debiti, se non agli stessi mercati? “Un gioco delle tre carte – afferma Baranes – tra finanza pubblica e privata”. Sono stati quindi gli Stati che hanno fatto “irruzione” nei mercati finanziari al fine di acquisire “a condizioni durissime” le risorse di cui avevano bisogno per compiere i salvataggi a causare il loro indebitamento; mentre gli stessi mercati finanziari, a fronte dell’eccessiva esposizione degli Stati, a garanzia dei loro crediti, hanno preteso l’inaugurazione di piani di austerità dai loro clienti, arrivando così al paradosso che i mercati finanziari, oltre che essere parte in causa, sono stati nello stesso tempo i “giudici” che hanno ordinato agli Stati di “penalizzare” i loro cittadini perché loro, i mercati finanziari, fossero garantiti contro ogni pericolo di insolvenza.
E’ accaduto, infatti, che i cittadini attraverso i loro Stati siano stati chiamati a pagare il conto e rimborsare i debiti creati da un sistema finanziario privato che, da oltre trent’anni, aveva operato contribuendo a creare i presupposti della crisi del 2007/2008; in altre parole, i cittadini sono stati chiamati a “stringere la cinghia”, per restituire fiducia ai mercati finanziari, liberati da ogni forma di controllo. In una spirale perversa, perciò, è accaduto che la speculazione, avviata e sostenuta dai comportamenti dei mercati finanziari, abbia contribuito a creare una generalizzata situazione di crisi e di instabilità delle economie, dalle quali poi gli stessi mercati finanziari hanno tratto occasione per ulteriori guadagni, socializzando per di più le perdite dei loro attori, le banche.
Si è arrivati a un tale livello di dominanza dei mercati finanziari, che non sarà semplice cambiare il loro modo di funzionare. “Non basta – afferma Baranes – introdurre nuove regole e controlli, occorre ripensare l’intero sistema”; ciò perché il sistema finanziario attuale è inefficiente e provoca crisi e instabilità, drenando risorse, senza assolvere alla sua funzione di raccoglitore del risparmio per indirizzarlo verso il miglioramento dei tassi di crescita e, con questa, del livello di benessere dei cittadini. A tal fine, occorrerà limitare le operazioni della cosiddetta “finanza creativa”, perché l’attività finanziaria torni ad essere compatibile con gli stati di bisogno dell’economia reale.
In conclusione, a parere di Baranes, a fronte di un sistema finanziario “incapace di servire l’interesse generale, sono necessarie delle politiche pubbliche di indirizzo e controllo per costringere la finanza a seguire una logica meno distruttiva e autoreferenziale”. L’esigenza di un cambiamento, tuttavia, non è oggi nemmeno oggetto di discussione; alcune proposte sono nelle “agende” dei governi e delle istituzioni internazionali, ma il loro processo di approvazione, oltre che essere lento, non prevede di rimettere in discussione l’intero sistema finanziario. Ciò accade perché, da un lato, gli istituti finanziari (soprattutto le banche), attraverso i loro rappresentanti, riescono ad influenzare i processi di approvazione delle proposte di riforma, svuotandole quasi completamente dei loro contenuti; dall’altro lato, l’”ingegneria finanziaria ha tutto il tempo di studiare delle contromosse per evitare l’applicazione delle future regole”, oppure per affievolirne, se introdotte, gli esiti della loro applicazione.
Cambiare l’intero sistema finanziario attraverso un’azione di governo appropriata è possibile, in quanto, contrariamente a quanto possono pensare i sostenitori dell’ideologia neoliberista, il funzionamento di tale sistema non è regolamentato da leggi di natura; il sistema finanziario è – sottolinea Baranes – una costruzione dell’uomo e risponde alle regole ed alle funzioni che l’uomo stesso decide di dargli.
L’analisi delle cause della Grande Recessione, nonché la denuncia del “maldestro” tentativo dei neoliberisti di rinvenire la causa prima della crisi dei conti pubblici degli Stati europei nell’eccessivo livello della spesa pubblica erogata per finalità sociali, sono senz’altro condivisibili. Tutto il discorso di Baranes appare però contraddittorio, se considerato in relazione al suo convincimento che la finanziarizzazione dell’economia, scaturigine della Grande Recessione, iniziata con la crisi dei mutui subprime, non sia una “degenerazione del capitalismo, né il risultato di comportamenti individuali scorretti, o di errori nelle politiche; ma sia piuttosto il modo in cui si trasforma l’accumulazione capitalistica”, quando l’espansione della produzione di beni reali non è più sufficiente a sostenerla. Se è così, la strategia di riforma suggerita da Baranes è sostanzialmente un “palliativo”, nel senso che essa può tutt’al più attenuare gli esiti negativi della finanziarizzazione dell’economia, ma non eliminarli; a tal fine, il controllo del sistema finanziario implica ben altro delle semplici ed ordinarie politiche governative.

Gianfranco Sabattini

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