domenica, 25 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

La nuova rivoluzione industriale secondo l’Ocse
Pubblicato il 11-05-2017


rivoluzoine industriale 4.0Il progresso scientifico inevitabilmente produce effetti sul sistema produttivo, sugli usi, abitudini, costumi e quant’altro incidendo sulla realtà economica e sociale. Diventano necessarie nuove scelte politiche per regolamentare tutto ciò che scaturendo dal progresso scientifico incide sulla società civile e sui rapporti in essere tra i diversi attori.

L’OCSE ha presentato recentemente un rapporto dal titolo: “La Nuova Rivoluzione Industriale: implicazioni per i governi e per le imprese”.

Il Rapporto, alla presenza del Viceministro Teresa Bellanova, Gabriela Ramos, Capo di Gabinetto del Segretario Generale dell’Ocse e Sherpa al G20, Raffaele Trombetta, Sherpa del Primo ministro italiano in ambito G7 e G20, Andy Wyckoff, Direttore Scienze, Tecnologie e Innovazione dell’Ocse e Stefano Firpo, Direttore generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi del Mise, è stato presentato al Ministero dello Sviluppo Economico nell’ambito delle attività collegate della Presidenza Italiana del G7. Di questi temi infatti i Governi dei Paesi del G7 discuteranno sia nel corso del prossimo vertice di Taormina (26-27 maggio) che durante la settimana dell’Innovazione a Torino. La Presidenza Italiana del G7 mira infatti a promuovere, di concerto con gli altri Paesi, un approccio olistico in materia di: innovazione produttiva, formazione, valorizzazione della ricerca scientifica, adeguamento delle politiche per il lavoro e per la protezione sociale, nonché diffusione di infrastrutture di qualità in grado di rafforzare l’accesso di persone, aziende e ricercatori alla Nuova Rivoluzione Industriale. Tutti temi destinati ad avere un impatto concreto sia in ambito nazionale che sul versante internazionale, con l’obiettivo di promuovere una trasformazione tecnologica delle nostre realtà produttive che ponga le “persone al centro”.

Secondo l’Ocse, i poteri decisori politici e le istituzioni dovrebbero diffondere prospettive realistiche sulle tecnologie e riconoscerne debitamente le incertezze. E’ oltretutto importante dimostrare che i pareri degli esperti scientifici siano obiettivi e affidabili. Ed anche il dibattito pubblico è indispensabile per creare un clima di comprensione reciproca tra le comunità scientifiche e la società.

Le sfide che attendono Paesi quali l’Italia non devono concentrarsi esclusivamente sull’oggi e devono prescindere dalle scadenze elettorali se davvero si vorranno posare le fondamenta dello sviluppo futuro. Oltre ad affrontare le sfide nel breve termine, i leader del business, dell’istruzione, dei sindacati e del Governo devono essere pronti a formulare politiche adeguate e prevedere le evoluzioni future evitando le strumentalizzazioni a fini elettorali. In 12 corposi capitoli il rapporto dell’Ocse esamina nel dettaglio le implicazioni economiche e strategiche di una variegata serie di tecnologie, nuovi materiali e processi – dalla stampa 3D all’Internet of Things, dalla robotica avanzata, ai nano e bio materiali, dalla produzione guidata dai dati all’intelligenza artificiale, per citarne alcune – che verosimilmente – si legge nell’indice – trasformeranno i processi produttivi con effetti fino al 2030 circa. Tali tecnologie incideranno notevolmente sulla produzione e avranno conseguenze di vasta portata sulla produttività, l’occupazione, le competenze, la distribuzione del reddito, il commercio, il benessere e l’ambiente.

Questi dati confermano anche che a crescere di più sono i settori industriali dove più alti sono stati gli investimenti e l’innovazione (auto, farmaceutica) e meno invece i settori più tradizionali ed una larga parte delle piccole imprese che soprattutto nel Sud fanno più fatica ad investire in innovazione tecnologica e nei mercati esteri. Gli investimenti di Industria 4.0, sul credito d’imposta per la ricerca e quelli dei fondi europei e della coesione rappresentano una importante opportunità per aumentare gli investimenti nei territori e nelle imprese. Ma non bastano a dare robustezza alla crescita e non esauriscono l’esigenza di politiche industriali di cui il paese ha bisogno. E’ necessaria, i ntanto una Governance più efficace su Industria 4.0 che aiuti le imprese ad investire in tecnologie. Occorre, inoltre, una iniziativa più forte del Governo sugli investimenti pubblici a sostegno di quelli privati e sulla attrattività dei nostri territori agli investimenti esteri.

Nell’era dell’industria 4.0, secondo gli esperti dell’Ocse sarà la padronanza delle nuove tecnologie di produzione a favorire produzioni più ecologiche, maggiore sicurezza sul lavoro, prodotti e servizi innovativi e una crescita accelerata della produttività. Non serviranno dunque solo montagne di hardware ma anche gli investimenti immateriali complementari e il know-how, dalle competenze alle nuove forme di organizzazione aziendale. Sistemi efficaci, tanto per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita quanto per la formazione sul posto di lavoro, in modo che l’aggiornamento segua il rapido ritmo dei cambiamenti tecnologici, faranno la differenza. Uno spazio dovrà essere riservato ad alcune qualifiche generiche e di base (alfabetizzazione, matematica e problem solving) essenziali per acquisire delle competenze specifiche in rapida evoluzione.

La convinzione generale dell’Ocse è che la resilienza e la prosperità saranno più propense in Paesi che adottano politiche orientate al futuro, con istituzioni funzionanti, con cittadini più istruiti e informati e con capacità tecnologiche essenziali in diversi settori. Essendo ignoti la velocità e l’entità degli adeguamenti futuri, bisognerebbe abbandonare l’entusiasmo irrealistico che spesso accompagna le rivoluzioni tecnologiche, perché è impossibile prevedere la velocità e l’entità degli adeguamenti futuri. Tuttavia, avverte l’Ocse, non bisogna attendere il fiume in piena ed è necessario iniziare a promuovere una maggiore concorrenza sui mercati di beni, eliminando i disincentivi per l’uscita delle imprese dal mercato e gli ostacoli alla crescita per le aziende di successo. Un’altra sfida importante, specialmente tra le piccole e medie imprese, consiste nella trasformazione digitale di quelle che non sono native digitali.

La padronanza delle nuove tecnologie di produzione promette di favorire una produzione più ecologica, più sicurezza sul lavoro (i lavori pericolosi saranno svolti da robot), prodotti e servizi innovativi e più personalizzati e una crescita più rapida della produttività. Le tecnologie che sono esaminate nel presente rapporto (dall’ICT, alla robotica, ai nuovi materiali) hanno il potenziale di contribuire alla crescita della produttività più di quanto non facciano già oggi. Invero, il più delle volte, l’uso delle tecnologie più avanzate è limitato alle grandi imprese ed anche queste, spesso, non usufruiscono pienamente di tutte le possibili applicazioni.

Negli anni futuri, prevede poi l’Ocse, si faranno dei dati un fattore centrale. Serve un quadro di gestione dei dati che tenga conto delle problematiche, delle criticità relative alla privacy, alla sicurezza e la qualità dell’infrastruttura digitale nonché il relativo accesso a potenti sistemi informatici. Questi fattori, si legge nel rapporto, saranno fondamentali per le imprese che operano in svariati settori. Conseguentemente, è essenziale la formulazione di politiche efficaci nel campo della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. La complessità di molte tecnologie di produzione emergenti supera le capacità di ricerca anche delle imprese più grandi, rendendo necessaria un’ampia gamma di partenariati di ricerca pubblici e privati. L’interdisciplinarietà della ricerca, dicono gli esperti, si potrebbe rivelare la chiave di volta della nuova rivoluzione industriale.

Le nuove tecnologie di produzione svolgeranno un ruolo importante nel determinare la disponibilità e la natura di posti di lavoro. A tal riguardo, parte della strategia volta a fronteggiare l’aumento delle quote di lavori ad alto e basso salario deve comportare la crescita del lavoro produttivo a elevata intensità tecnologica. Lo sviluppo tecnologico trasformerà inevitabilmente l’industria odierna, portando come conseguenza che le aziende attualmente presenti sul mercato saranno messe a dura prova dal fatto che le nuove tecnologie ridefiniscono i termini del successo competitivo.

Rispetto alle rivoluzioni industriali precedenti, indotte dalla macchina a vapore e dall’elettrificazione, la creazione e la diffusione delle invenzioni volte a trasformare la produzione si succederanno a un ritmo molto rapido. Tuttavia, per le nuove tecnologie, una volta inventate, trascorrerà, probabilmente, molto tempo prima della loro diffusione in tutti i settori dell’economia e di poter quindi esplicare pienamente gli effetti sulla produttività. Infatti, si è già verificato in passato un entusiasmo irrealistico riguardo ai tempi di introduzione di numerose tecnologie di produzione.

Se da un lato le nuove tecnologie creano posti di lavoro attraverso molteplici meccanismi, tali per cui gli aumenti della produttività riflettono effetti positivi sull’economia in generale, dall’altro queste trasformazioni possono richiedere adeguamenti significativi. Molti lavoratori potrebbero infatti incontrare serie difficoltà se dovessero avvenire tagli di posti di lavoro sia in un settore rilevante dell’economia sia in diversi settori contemporaneamente. I decisori politici devono monitorare e gestire attentamente gli adeguamenti adottando, per esempio, politiche di lungo periodo in materia di competenze, di mobilità della forza lavoro e di sviluppo regionale.

La definizione “Industria 4.0” scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale.  Non esiste ancora una definizione esauriente del fenomeno, ma in estrema sintesi alcuni analisti tendono a descriverla come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto  automatizzata e interconnessa. Secondo un recente rapporto della multinazionale di consulenza McKinsey le nuove tecnologie digitali avranno un impatto profondo nell’ambito di quattro direttrici di sviluppo: la prima riguarda l’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività, e si declina in big data, open data, Internet of Things, machine-to-machine e cloud computing per la centralizzazione delle informazioni e la loro conservazione. La seconda è quella degli analytics: una volta raccolti i dati, bisogna ricavarne valore. Oggi solo l’1% dei dati raccolti viene utilizzato dalle imprese, che potrebbero invece ottenere vantaggi a partire dal “machine learning”, dalle macchine cioè che perfezionano la loro resa “imparando” dai dati gradualmente raccolti e analizzati.  La terza direttrice di sviluppo è l’interazione tra uomo e macchina, che coinvolge le interfacce “touch”, sempre più diffuse, e la realtà aumentata:  per fare un esempio la possibilità di migliorare le proprie prestazioni sul lavoro utilizzando strumenti come i Google Glass. Infine c’è tutto il settore che si occupa del passaggio dal digitale al “reale”, e che comprende la manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica, le comunicazioni, le interazioni machine-to-machine e le nuove tecnologie per immagazzinare e utilizzare l’energia in modo mirato, razionalizzando i costi e ottimizzando le prestazioni.

Gli osservatori cercano di comprendere come cambierà il lavoro, quali nuove professionalità saranno necessarie e quali invece presto potrebbero scomparire. Dalla ricerca “The Future of the Jobs” presentata al World Economic Forum è emerso che, nei prossimi  anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. L’Italia ne esce con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), meglio di altri Paesi come Francia e Germania. A livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti. Secondo la ricerca compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management, l’informatica e l’ingegneria. Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività.

Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, sostiene:  “Proprio perché lo scenario è in rapida evoluzione, dobbiamo attrezzarci per cogliere i benefici dello Smart Manufacturing, l’innovazione digitale nei processi dell’industria. Nel breve termine si possono prevedere saldi occupazionali negativi, nel medio-lungo termine non è assolutamente certa una contrazione degli occupati in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato. Il nostro Paese però deve sapere cogliere a pieno i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dello Smart manufacturing e fornendo ai lavoratori le competenze digitali per le mansioni del futuro”.

Già dal 2016 è all’attenzione del Governo italiano il problema di “Industria 4.0”. Adesso, con il G7 si presenta una importante opportunità da cogliere per porre le esigenze dell’umanità al centro dei problemi economici e sociali.

Salvatore Rondello

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