giovedì, 21 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La politica costruita sui soldi
Pubblicato il 22-05-2017


 “La politica costruita sui soldi”: la questione ritorna in evidenza con scadenze periodiche recentemente è finita come titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” a commento dell’elezione presidenziale di Emmanuel Macron. Questi per la sua campagna elettorale avrebbe raccolto e speso finanziamenti per 15 milioni di euro. Diventa significativa la sottolineatura che solo l’1,7 per cento dei finanziamenti superavano i 5.000 euro: “ma è pur vero – annota il prof. Galli della Loggia – che quel l’1,7 per cento ha rappresentato, da solo, poco meno della metà (il 45 per cento) dell’intero ammontare di quanto è affluito nelle casse di Macron. Senza quell’1,7 per cento la musica sarebbe stata diversa”.

In sostanza sono quelle “donazioni” dei più ricchi ad influire di più: come si farà poi a prendere decisioni che dispiacciano a quei ricchi è una domanda che produrrà nell’elettorato popolare la convinzione che questo sistema non può tutelare la gente comune. Accade in Francia; e con ancor maggiore evidenza in America, dove il traffico finanziario che industrie e privati riversano nelle campagne elettorali è sterminato: secondo i dati disponibili delle penultime elezioni presidenziali USA del 2012 ammonterebbe a oltre 6 miliardi di dollari. Se poi succede che anche l’elettorato più popolare finisce per votare per un magnate finanziario, vorrà dire che la sfiducia verso la democrazia rappresentativa è già completa: tanto vale mettersi nelle mani di un miliardario populista.

Che pensieri possiamo ricavarne? Il sistema democratico vive ovviamente se trova il consenso della maggioranza dei cittadini: per mantenere tale consenso occorre che la politica non sia appannaggio dei ricchi o di élite ristrette: e fra quest’ultime rientrano anche i cultori della “democrazia elettronica”, i quali credono che con pochi clic (poche centinaia in molti casi) si possa valorizzare la partecipazione popolare.

La via maestra sarebbe quella di ritrovare quello che è stato totalmente demonizzato negli ultimi lustri per far prevalere procedure mediatico-plebiscitarie: ci sarebbe invece bisogno di una democrazia promossa da grandi partiti organizzati, dove contino gli iscritti e i territori e dove si costruiscano i futuri dirigenti selezionati per esperienza e cultura; una democrazia vivificata da grandi organizzazioni delle categorie economiche e sindacali e da altri grandi “corpi intermedi” e associazioni che hanno lo scopo di rappresentare interessi e vocazioni di fasce omogenee della cittadinanza; una democrazia sostenuta da un corposo finanziamento pubblico della politica che sovrasti in maniera considerevole quello privato e che imponga alla politica di non rivolgersi scorrettamente ad altre fonti; una democrazia che garantisca ai protagonisti politici similari condizioni di accesso ai mezzi mediatici.  Una missione forse impossibile, almeno in Italia. Ma cosa abbiamo trovato o pensato finora di meglio? Possibile che sia quasi solo la Germania a provare la pratica di una democrazia competitivamente regolata, come appena vagheggiato?

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento