domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’anno zero del Partito Socialista francese
Pubblicato il 24-05-2017


hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

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Commenti all'articolo
  1. Comincia l’epoca dei “macronnards”!
    Ma un’analisi della situazione sociale, che Hollande, un po’ troppo timido ma molto liberale – vedi Valls – ha trascurato, non indurrebbe a dare della crisi del PSI una visione più reale?
    In politica gli sbagli si pagano -sempre – e i socialisti francesi, che hanno avuto troppo spesso una visione franco-centrica della politica (vedi voto negativo sul Trattato Costituzionale europeo per dar contro a Chirac!) non hanno compreso quello che stava cambiando. Si sono allevati una serpe in seno ed ora, qualcuno viene a dirci che questa sarà l’eredità del socialismo francese.

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