domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Italia “piegata”: senza operai e piccola borghesia
Pubblicato il 18-05-2017


Ci siamo persi per strada le classi sociali che sono state il perno dell’Italia del secondo dopoguerra, classe operaia e piccola borghesia, ma in compenso ci troviamo con diseguaglianze più profonde gran parte delle quali determinate dal reddito (il 64%). È l’Italia delle classi sociali tratteggiata dal rapporto Istat 2017 che fatica a ritrovare una sua identità ma trascina nel frattempo le sue contraddizioni anche a causa del fatto che, usciti dalla lunga recessione, sostanzialmente si è perso tempo.

In Italia ci sono un milione e seicentomila famiglie povere, ma l’indigenza individuale tocca il 7,6%. Se poi vogliamo riferirci ai rischi di esclusione sociale, questa lambisce ormai il 30% della popolazione (28,7%). Ma sono le tipologie sociali prevalenti della nostra società a preoccupare. Non solo perché il nodo dolente restano i giovani, che rimangono a lungo a casa dei genitori, che fanno fatica ad entrare nel mercato del lavoro ed a restarci, che vedono come un miraggio il lavoro diventare anche un percorso di promozione personale. Ma anche perché la frantumazione sociale che riguarda italiani e stranieri avanza inesorabile e fa pensare ad un’Italia futura con delle élite privilegiate e una massa di persone costrette a dividersi lavoro poco qualificato e un reddito modesto nel quale ancora una volta la presenza di un pensionato può fare la differenza.

Al dinamismo incessante dell’innovazione e dell’evoluzione tecnologica fa dunque riscontro una polverizzazione degli strati sociali che non prelude però ad una ricomposizione, semmai ad una cristallizzazione sociale. Questa è la scommessa più difficile ma obbligata per la politica e le sue classi dirigenti che almeno in Italia non sembrano in sintonia con l’entità dei problemi che emergono e che l’Istat mette in evidenza.

Si tratterebbe di tenere il passo dei cambiamenti con politiche del lavoro, fiscali, industriali in grado di accompagnare i processi innovativi ma al tempo stesso di evitare che le aree di povertà e di emarginazione finiscano per diventare delle paludi senza futuro.

Del resto rispetto al 2008 non abbiamo ancora riassorbito la bellezza di 330 mila posti di lavoro perduti nella crisi. Molti di essi sono probabilmente la conseguenza del crollo degli investimenti in opere pubbliche ed edilizia. Ma sono anche il sintomo di una lentezza politica che perde tempo al tavolo delle divisioni e delle risse non volendo capire che invece le risposte da dare alla collettività sono ben altre.

Se pensiamo che però saremo ancora alle prese con il debito pubblico, sotto l’occhio severo dell’Europa nella quale fra non molto finirà anche l’ombrello protettivo steso dalla Bce che inevitabilmente imporrà una cura maggiore dei nostri conti pubblici, mentre non riusciamo a fare quella riforma fiscale che potrebbe riequilibrare in parte le diseguaglianze dei redditi, ci rendiamo conto di quali ritardi soffriamo e quanto sarebbe necessaria invece una svolta profonda con il coinvolgimento di tutte le forze in campo, quelle sociali in primi luogo.

Anche perché questa segmentazione sociale senza appartenenza bussa anche alle porte delle rappresentanze di imprese e sindacali. Essa si sposa con la tendenza sempre più pronunciata ad un individualismo di fondo nell’affrontare e risolvere i propri problemi che in qualche modo bypassa le tutele collettive. Ma crea nuovi problemi ai quali occorre dare risposta.

Siamo ormai proiettati in un mondo che non è nemmeno parente lontano del passato. Tranne che nella necessità di utilizzare valori che tornano ad essere discriminanti nel confronto fra schieramenti come quello della solidarietà. E tranne l’uso che si dovrà fare del sapere (tecnologico ma non solo) vera bomba innescata sotto gli assetti sociali ed economici.

Il rapporto dell’Istat potrebbe consentire una sorta di risveglio di attenzione nei riguardi dei temi di fondo degli scenari che si stagliano di fronte alle nostre società. Basti pensare al fatto che le difficoltà politiche e culturali nell’affrontare l’inserimento di migliaia di famiglie di immigrati vengono travolte dal fatto che l’evoluzione economica e sociale avanza inesorabile ed anche per i nuclei stranieri che vivono da noi si possono misurare le diseguaglianze di reddito e di status simili a quelle relative alle famiglie di cittadinanza italiana.

Servirebbe una… svegliata collettiva. Ed un impegno che rivaluti il ruolo della partecipazione, della coesione, del progettare e realizzare insieme.

I dati dell’Istat condannano l’inerzia degli ultimi anni annebbiati da troppa propaganda e troppi colpi a effetto purtroppo effimeri, ma ci ricordano anche che quella rischia di essere una deriva lunga ed ancora più allarmante. Con tutte le conseguenze del caso che però si possono arginare e ridurre. Ma ci vuole la politica.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

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