venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Luigi Roversi, il sindaco dimenticato
Pubblicato il 08-05-2017


Il sindaco di Reggio Emilia Luigi Roversi muore, dopo alcuni giorni di agonia, a causa di una bronco polmonite, il 16 febbraio del 1917. Gli succede, nelle vesti di pro sindaco, Giorgio Palazzi, che apre la seduta del Consiglio comunale, domenica 3 marzo, con spirito religioso: “Vi ho raccolto qui quasi a compiere un sacro rito, quasi a respirare, in quest’ora angosciosa, qui, dove per tanti anni egli diresse i nostri lavori e contenne in un’atmosfera di elevata serenità i nostri dibattiti”. Giovanni Zibordi porta “il pianto di Camillo Prampolini cui le cure parlamentari e la malcerta salute impedirono di essere qui” e ricorda poi il motivo fondamentale della vita di Roversi che si può rintracciare anche nell’origine della sua morte. “Coi bimbi, tra i bimbi, egli così serio di solito, si trasfigurava, alle loro voci infantili pareva ridiventare fanciullo. Ma quando, in quel lungo, rigido inverno del 1917 il gelo stringeva più crudo le case dei poveri e scarseggiava la legna ed egli si faceva più pensoso ed insonne, quasi sentisse nella notte il pianto dei bambini che non potevano dormire pel freddo, affrontò già malato, gli strapazzi di un disagiato viaggio in montagna e ne tornò affranto e si mise a letto e dopo pochi giorni morì”. Se ne va con Roversi un pezzo di socialismo reggiano, quello amministrativo e municipalistico che con lui sindaco prese piede nel 1902. Sono quattro i settori in cui la Giunta Roversi si caratterizzò: 1) Innanzitutto quello della scuola e dell’assistenza. Una scuola pubblica, laica e solidale. Un anno dopo la sua elezione a sindaco venne chiamato a Reggio Giuseppe Soglia, che seppe contribuire ad estendere anche alle frazioni il servizio scolastico, portandovi l’assistenza mutualistica, vennero poi stanziati fondi per la colonia scolastica, istituito il medico scolastico e aumentati gli stipendi ai maestri, mentre sul versante sanitario venne accollata al Comune l’assistenza ai poveri 2) La continuazione della politica delle municipalizzazioni, ma senza l’idea, che in qualche misura s’era affacciata nelle precedenti amministrazioni, di una sfida col commercio borghese, senza cioè uno spirito ideologico da crociata. Dopo quelle precedenti si procedette alla cosiddetta municipalizzazione del pane con l’acquisto di un mulino, di un forno e di un pastificio e si municipalizzò anche l’acquedotto, che pareva l’operazione più complicata a causa dell’intrigata vicenda dell’acquedotto Levi 3) Lo sviluppo della cultura e dei teatri e in particolare l’assunzione in proprietà e in gestione del Politeama Ariosto, la concessione ai privati della gestione del teatro Municipale, ma senza doti, come avveniva durante le amministrazioni moderate, l’apertura, prima, dell’Università popolare e poi della Biblioteca popolare. 4) Lo sviluppo dei servizi viari, abitativi e delle infrastrutture con la costruzione della ferrovia Reggio-Ciano, la sistemazione della viabilità cittadina, la ripavimentazione della via Emilia, la sistemazione di piazza Cavour, la costruzione del prime case popolari. Un lavoro che certo non poteva interrompersi dopo la sua morte. Roversi verrà ricordato proprio attraverso una colonia, un servizio a quei bambini per i quali aveva pianto e sofferto secondo Zibordi, e s’era ammalato ed era addirittura morto. Non sappiamo quanto ci fosse di retorico e di immaginifico in quella parola di Zibordi, ma certamente la sensibilità di Roversi verso i bambini dovette essere la molla che spinse i suoi successori a orientare la ricerca di un suo ricordo proprio nel campo dell’assistenza ai bambini. Proprio nel 1916, il sindaco Roversi, ormai specializzato in questa funzione, alla quale si era appassionato sinceramente, aveva affittato la casa Berretti, vicino a Carpineti, e qui ebbe sede la colonia scolastica fino al 1918, cioè un anno dopo la sua dipartita. Il pro sindaco Giorgio Palazzi comprerà poi, nel 1918, il castello di Guiglia, che era stato messo improvvisamente in vendita nel modenese, e vi ubicherà la colonia intestandola a Roversi. Ricercando nella vita di Roversi troviamo ch’egli era stato eletto sindaco nel novembre del 1902, dopo la breve esperienza del pittore Gaetano Chierici, che nel 1900 era succeduto ad Alberto Borciani, il primo sindaco socialista di Reggio, eletto a seguito della vittoria alle elezioni amministrative del dicembre del 1899 e poi divenuto, pochi mesi dopo, deputato (fu il primo firmatario, assieme al parmigiano Berenini, di una proposta di legge per introdurre il divorzio). Roversi divenne consigliere comunale a Reggio proprio a seguito delle elezioni del 1899, poi assessore delle giunte Borciani e Chierici, ma egli era già stato sindacalista e cooperatore. Col fratello Domenico aveva infatti fondato la “Società generale cooperativa e di mutuo soccorso tra muratori e braccianti di terra” nel 1884, che fu la prima nel settore della produzione e lavoro e seguiva di quattro anni la Cooperativa di consumo di Contardo Vinsani. Suo primo lavoro fu l’ottenimento da parte dell’amministrazione monarchico-liberale di Reggio dell’abbattimento di un tratto delle mura cittadine. Nel 1901 Roversi è contabile della neonata Camera del lavoro, con Arturo Bellelli e poi Antonio Vergnanini al suo vertice, l’anno dopo è anche consigliere provinciale e lo resterà ancora a seguito di tutte le successive elezioni. Nel 1905 il Psi dovette cedere il passo all’Associazione del Bene economico, ispirata da Giuseppe Menada e definita dai socialisti, spregiativamente, Grande armata, come quella napoleonica in terra di Russia che, dopo la vittoria elettorale, non fu in grado di amministrare il Comune, durò solo due anni, alzò le mani e alle elezioni del 1907 non si presentò neppure alla votazione, arrendendosi al solitario successo della lista socialista e alla successiva rielezione a sindaco di Roversi. A proposito delle sfide sull’educazione che impegnarono la Giunta Roversi già a partire dal 1902, ma che si intensificarono dopo la riconquista socialista del Comune a partire dal 1907, occorre ricordare gli orientamenti generali a cui la sua amministrazione si ispirò proprio grazie al contributo essenziale di Soglia, uno dei tanti maestri romagnoli chiamati a Reggio dai sindaci socialisti (gli altri, in comuni della provincia, furono Monducci, Bombacci, lo stesso Mussolini a Pieve Saliceto di Gualtieri). Per Soglia la scuola (quelle elementari erano allora nelle competenze dei Comuni) diventa un’organizzazione della vita del bambino, soprattutto di quello povero. Il suo diventa un sistema educativo. L’obiettivo non era solo quello di creare scuole, ma scolari, appunto. Così il laboratorio reggiano, che aveva conosciuto le realizzazioni davvero rivoluzionarie di inizio secolo (le già citate municipalizzazioni, oltre alla completa laicità nelle scuole e nella sanità) diviene, proprio a partire da quell’anno, un laboratorio scolastico. Tra il 1911 e il 1912 il Comune lancia il piano per la costruzione delle scuole nelle ville comunali. Nel 1911 si dà il via alla costruzione delle scuole elementari a Sesso, Rivalta, Bagno, Gaida, Marmirolo, Cella e Coviolo. Nel 1912 vengono finanziate le scuole a San Maurizio, San Prospero, San Bartolomeo e Prato Fontana. Alla scuola si affiancano le cosiddette istituzioni sussidiarie (l’asilo infantile, i ricreatori educativi, le colonie alpine) e si dà inizio a una grande battaglia per l’apertura in città di una scuola professionale pubblica. Siccome il bambino andava seguito anche in età pre scolare, viene fondato nel 1912 il primo asilo comunale tra Villa Gaida e Cella, dove avevano fatto capolino alcuni laboratori con presenza di lavoro femminile. Durante la guerra, a partire dal 1915, vennero poi progettati asili in tutte le ville comunali, con la sola esclusione di Canali, ove funzionava l’asilo creato e finanziato dal barone Raimondo Franchetti. Già da 1902 era stato creato dall’amministrazione socialista un ricreatorio e doposcuola laico, che succedeva a quello affidato alla Chiesa, ma proprio dal 1911 fu lanciato il ricreatorio femminile all’interno del rione scolastico Edmondo De Amicis, in via Guasco. Infine il Patronato scolastico, istituito da una legge dello Stato nel 1911 e il cui statuto fu approvato a Reggio il 27 settembre del 1912, ma che già esisteva in altra forma a partire dal 1904 ed era teso alla concessione gratuita dei libri di testo, della cancelleria e delle istituzioni para scolastiche, e perfino della refezione (sulla refezione gratuita si ricorda un impagabile intervento dello stesso Prampolini al congresso socialista, che sollecitò l’allora sindaco Borciani, nel 1900, ad intervenire senza indugi in tal senso). A seguito delle elezioni comunali del 1910 fu lo stesso Roversi a invitare Camillo Prampolini, lui sempre eletto deputato anche se spesso recalcitrante, ad assumere l’assessorato all’Istruzione (con deleghe alle biblioteche e ai musei), proprio per la centralità che la questione educativa aveva assunto nella sua amministrazione. Da rilevare che se Reggio ha assunto nel secondo dopoguerra una funzione di rilievo internazionale nel settore dei servizi all’infanzia e ai bambini, questo, oltre alla raffinata intelligenza di Loris Malaguzzi e alle amministrazioni comunali del tempo che vi hanno investito risorse, si deve alla semina di uomini come Roversi e Soglia. Il modello, per attecchire, aveva bisogno di un terreno propizio e questo è stato creato, quasi mai lo si ricorda, dalle amministrazioni socialiste d’inizio Novecento, con la fondazione e diffusione del sistema non solo in età scolastica, ma anche prescolastica. Luigi Roversi, che veniva amichevolmente chiamato “Al sgnour Gigi”, è stato sicuramente il sindaco più importante (per realizzazioni, significato politico, generosità, spirito di sacrificio e, parafrasando Zibordi, morte sul campo di battaglia, assumendo dunque una immagine da eroe tragico) della storia di Reggio Emilia. Una personalità del genere meriterebbe ben altro riconoscimento dalla sua città. Prendo atto con molta amarezza che il centenario della sua scomparsa (il cinquantenario è stato ricordato dall’allora sindaco Renzo Bonazzi nel 1967) è stato completamente ignorato da tutte le autorità locali. Solo un servizio di Telereggio ha fatto eccezione nel più assordante e complice silenzio generale.

Mauro Del Bue

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